Piccoli racconti 5 – La fine delle parole

Koren Shadmi

Non aveva più niente da dire. Nessuna frase intelligente, nessun frammento di arguzia, meno che mai una battuta velenosa. Non aveva più niente da dire. Si piegò in due pensando che sarebbe finita lì, mentre il vento spazzava i pensieri. Davanti a una fotografia, a frasi apparentemente innocue, che invece tagliavano come una lama la carne. Fino in fondo. Piegato in due. Ma non finiva.

Non aveva più niente da dire. Si alzò dal tavolo della cucina, la notte svuotata, e uscì di casa. Poche macchine, caldo, il traffico della mattina un ricordo. Voleva vedere fino a dove lo portassero i suoi passi e iniziò a camminare.

Filo di luna, umidità sulla pelle. Una sigaretta e una salita. Poco fiato e gli anni che tagliavano le gambe. Più della stanchezza.

Non aveva più niente da dire. Sentiva il ritiro avvicinarsi. Sentiva il bisogno di nascondersi, al dolore, al vuoto che lo circondava. La città lo prese per mano e piano piano lo anestetizzò. Apparentemente. Non aveva senso. Quei passi, da giorni, quel tirare avanti, da settimane, mesi. Non aveva senso mostrarsi, capirsi, farsi capire. Tentarci. Non aveva senso tutto il tempo trascorso a sminuzzare ogni frammento della propria vita per capire quello che era successo. Quello che aveva fatto.

La notte se lo prese piano, mentre la città dormiva. Non c’era nessuna canzone che gli attraversasse la testa. Pensò al libro che aveva scritto, alle miglia di parole con cui aveva descritto altri per descrivere se stesso. Non si capiva, non lo avrebbero capito. Il giorno dopo, se ne fosse stato in grado, avrebbe finito di rimettere mano a quel ammasso di frasi che ora trovava senza senso, poi senza aspettare altro tempo le avrebbe spedito. “Facciamola finita, nessuna attesa”. Non avrebbe aspettato. Non avrebbe aspettato più niente e nessuno. La città era una macchina fredda che lo trascinava in ingranaggi perfetti di invisibilità. “Non ci sono, non mi vedete”. E continuò a camminare.

Da mesi non faceva altro. Camminare. Poi fermarsi, scrivere, e poi riprendere il cammino.

Non aveva più niente da dire, ora. E si rese conto che era finita. Aveva scritto quello che doveva scrivere, aveva detto quello che doveva dire, aveva fatto quello che andava fatto, aveva ammesso quello che doveva ammettere. Ora c’era solo lui che si perdeva nella notte di una città che aveva smesso di amare da troppo tempo. Finita. Non aveva più niente da dire. Se avesse avuto soldi in tasca avrebbe preso un aereo. Per andare il più lontano possibile da quel luogo, da tutto quel dolore. Ma non ne aveva, neppure per un volo chimico. Un volo, questo, che non desiderava più. E ringraziò quel lampo di lucidità. Che rimaneva a illuminare l’assenza. Senza dare sollievo o assoluzione.

La notte non serviva più. I passi neppure. Era sfinito. A fine corsa. E non aveva più niente da dire

E rimase in silenzio.

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