Piccoli racconti 3 – La città dei morti

La città dei morti, loculi in subaffitto. Prati bruciati dal sole, condomini di salme. Odore di fiori marciti. Profumo di nulla. L’uomo scese dall’automobile. “Eccola”. Quarto piano a sinistra. Quasi neanche la forza di guardare. Foto taroccata. Accanto a tante altre foto taroccate. Rimase lì, la schiena contro una ringhiera. “Conta, non pensare. Conta tutti i fili d’erba di questo prato, quando avrai finito non ci sarà più dolore”. Una mano sulla schiena lo accarezzò. Un amore perduto. Una mano. Accanto un respiro. Bastava quello per farlo sentire vivo. “Non guardare”. Sentiva tremare lo stomaco, sentiva le dita spezzate. Sentiva la pelle spaccarsi. E cercava di respirare aria e non dolore. Solo un sobbalzo. “Non mi hai ucciso”. E girò le spalle.

 

Lei lo seguì. “Ti chiamo dopo, ora voglio stare da solo. Scusa”. E camminò, senza girarsi. Sotto il sole a picco, sudando, senza mai pensare a quello che aveva alle spalle. Fra i condomini di salme, i prati rinsecchiti, i mucchi di fiori lasciati a marcire. Dritto, nel cammino. Piegato, nel pensiero. Camminava e sentiva il vento gonfiargli la camicia sudata. Sollievo. Veloce, ma senza correre, dritto, ma senza sforzo. Camminava e basta. E ogni passo era una ferita aperta che sembrava colare marciume. Un passo. Un altro. Un altro ancora.

 

I ricordi sembravano trapassarlo, veloci, spietati. Un passo, un altro. Pensò affrontando una salita a chi lo aveva accompagnato. A come le aveva chiesto, qualche giorno prima, di venire a perdere una mezz’ora con lui. “Devo farti vedere una cosa, per capire”. Per capire cosa? Non si accettava, non accettava la sua storia, quello che aveva fatto per anni per sopravvivere a se stesso. Egoismo, occultare, scappare. Fuggire a tutto, ma soprattutto a chi lo aveva amato. Una donna in una macchina che aspettava, seduta quieta, una telefonata. Un messaggio. Parcheggiata fra i condomini di salme. Quieta, piegata anche lei nel suo dolore. Nel dolore che le aveva consegnato lui.

 

Il vento divenne più forte, sbattendo sul volto il calore. E l’odore della città dei morti. Un passo e un altro. E un altro ancora. Dritto, passo cadenzato, veloce. Senza girarsi.

 

Nessuna quiete, solo la cosa cha andava fatta. Dire “è finita” e girare pagina. Fissando la foto taroccata, la data del decesso. E la propria vita riflessa nel marmo. Un passo dopo l’altro. Poi la discesa e la città dei morti che spariva alle spalle dietro la piega della collina.

 

Si fermò, all’uscita del cimitero. Prese il telefono e mandò un messaggio. “Vieni, sono fuori”. E aspettò. Godendosi il traffico, il rumore, un uliveto dall’altra parte della strada. Quando la donna arrivò ci fu solo un sorriso. Non dissero niente. Non subito. Forse qualcosa era cambiato, o forse no.

E andarono via.

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