Piccoli racconti 1 – L’uomo e il bambino

Un bambino è un bambino. Non più qualcosa e già qualcuno. Questo pensava l’uomo camminando senza meta per le strade quasi deserte per il caldo della sua città. “Io sono stato un bambino. Un giorno devo esserlo stato per forza”. L’uomo camminava, il sudore che gli incollava la camicia alla schiena. La città era una fornace, l’asfalto si scioglieva, gli alberi nei viali sembravano crepitare. Anche le idee e i pensieri sembravano prendere fuoco. Dissolversi in cenere.

Il giardino dietro la sua vecchia casa gli sembrò il posto giusto per fermarsi. Non si era reso conto di essere arrivato fino a lì. Ma non si stupì più di tanto. I suoi passi avevano pensato per lui. In quella casa era stato bambino. Almeno gli sembrava di ricordare. Di sicuro quel giardino era stato il suo rifugio. E si rifugiò, ancora una volta. Si cercò un pezzo di prato all’ombra e si sedette. Poi, lentamente, scivolò.

Cicale, un’ape in cerca di nettare, un insetto nero e rosso fra gli steli d’erba. Non una coccinella, un’altra roba quell’insetto lì. Un insetto di spigoli e antenne. Duro. Per nulla fragile. L’uomo studiava il microcosmo del prato. Come quarant’anni prima. La guancia poggiata al suolo, gli occhi persi fra gli steli d’erba.

Lama incandescente che spacca la schiena. La memoria. Che gioca brutti scherzi, torna di colpo come di colpo torna la paura. Una lama. Consapevolezza, che non basta a capire, che non basta a cambiare.

Il primo fu un manrovescio. Lo ricordò. Il colpo lo fece sbattere contro l’angolo del tavolo di marmo, e il labbro si spaccò. Furono lacrime. Ma sembrava quasi un caso, quel colpo. Una roba caduta dal cielo, mica una cosa di tutti i giorni. Poi arrivò il secondo, e la mano non era più quella del padre, ma quella della madre. Stupore, ancora più stupore. Era una cosa diversa, senza passione, fredda, calcolata. Dolore e umiliazione, senza eccessi. Calcolo. Precisione. Giocattolo di carne e anima. Senza saperlo. Era iniziato un gioco, e lui era la palla, da far rimbalzare da una parte all’altra dell’inferno. Fin quando c’è vita. Anzi, fermarsi solo a un attimo prima che la vita scivoli via. Non si può rompere un giocattolo così bello.

L’uomo continuava a guardare l’insetto arrampicarsi su uno stelo d’erba e poi su un altro e un altro ancora. La cicala, l’ape, il vento caldo. L’uomo era stato un bambino, una volta, ma non se ne ricordava quasi più. E forse era meglio così.

Arrivò il tempo, e la paura. Urina, sangue e dolore. E la vergogna, di essere diventato un giocattolo in tutti i sensi. Essere trasformati in una puttana a otto anni. Senza capire, neanche che roba è. E quell’insetto che continuava con calma il suo lavoro, stelo dopo stelo. “È solo l’inizio”, ed era vero. Quanto lo era. “Conta, non pensare. Conta tutti i fili d’erba di questo prato, quando avrai finito non ci sarà più dolore”.

Il primo fu un manrovescio, la fine un funerale. Poca gente. Poche lacrime. E sollievo. Dire addio, ritrovarsi nel deserto di una città bruciata dal sole. Neanche un fotomontaggio riuscirebbe a ridare serenità e gioia e umanità a quell’ovale. Una lapide. Fine.

“Fine di che?”, pensò l’uomo perso fra i propri ricordi e il microcosmo del prato. “Mi sono perduto”. Per anni lo aveva fatto, per decenni. Nascondersi quello che era successo. Nasconderlo a tutti. Al mondo intero, all’amore, alla gioia possibile. Nascondere, occultare, mentire. Fino alle estreme conseguenze. L’uomo era così, era stato così.

Poi solo un’idea, di colpo, quella mattina. L’idea di diventare padre. E il terrore di ripresentare a un nuovo bambino il proprio inferno. Un’idea, come una lama arroventata. Ancora una volta una lama. Un desiderio. La voglia di essere padre, il bisogno di dare la vita non strapparla via insieme all’anima, agli anni, alla fantasia. Essere un uomo. E basta. Chiuse gli occhi davanti al verde dell’erba e all’ocra delle zolle e attese. Solo dopo, molto tempo dopo, li riaprì.

L’insetto era sparito dalla vista e l’uomo si alzò. Era ancora vivo. E camminò, sapendo questa volta dove voleva andare.

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2 comments

  1. Molto bello,molto intenso.
    Ancor più oggi: stamattina, andando a mare a Torre Salsa, ho visto un giovane che si è impiccato a un olivo.
    E’ stato terribile. Leggo adesso che aveva solo 28 anni e aveva perduto il lavoro.
    Vorrei dedicargli questo racconto.

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