Piccoli racconti 2 – L’appartamento in vendita

L’uomo prese la seconda a sinistra. Camminò per pochi metri e raggiunse la piazza. La conosceva bene. Era la “sua” piazza. Il vinaio, il tabaccaio, il forno di  e più in là il bar. Non sembrava cambiato nulla. Forse non vendevano più la spuma bianca dal vinaio e gli alberi sembravano più grandi. Più grandi di tanto. Ma lui sapeva a memoria il sapore di quel luogo. Una piazza, periferia. Un luogo prezioso e anonimo. Una memoria serena. Almeno una. Durata un istante. Una manciata di anni prima che arrivasse la roba.

Se ne portò via di ragazzi la roba. Mara e Vincenzo, lui ammazzato con un colpo di pistola in faccia davanti al portone di casa, lei persa sulla strada cercando di anestetizzare il dolore. Persi. Frammenti che quasi nessuno ricorda più. Estate dell’82. Che estate fu quella. La roba era Roma, la città era solo quello. Solo roba nelle piazze, il pezzo di merda con il Mercedes bianco parcheggiato all’angolo alle due del pomeriggio. Era facile la fuga. Rassicurante e spaventosa. La fine di tutto, della politica, delle amicizie, dell’amore. E del quartiere.

Appartamenti vuoti, in vendita. Dove c’era un pezzo di popolo e di ricordi. L’uomo decise di andare a vedere la sua casa di più di trent’anni prima. Telefonò all’agenzia e prese un appuntamento per un’ora dopo. Tempo di crisi e estate, sarebbe arrivato di corsa l’agente. Si sedette ad aspettare sul muretto dove Mara e Vincenzo si erano dati il primo bacio. E rimase immobile per un’ora.

Pochi passi, il cancello del condominio, la discesa alberata. Quarto piano, finestra all’angolo. Davanti al balcone di Sandro. La fuga dagli incubi un sorriso fra due bambini. Ora appartamenti all’incanto, a due passi dall’Eur, come se questo rappresentasse un valore.

Si andava ancora alle medie quando si partiva in bicicletta e si andava a pescare nei valloni, dove scorrevano le “marane” limpide, giù verso l’Appia. Boschi, valli, campi. Sorrise guardando la città che c’era ora, quella spianata di palazzi dove una volta c’era solo campagna. “Ci abbiamo piantato l’erba e guarda che c’è cresciuto”.

Niente dolore, neppure il sollievo di una morte. E la pena sospesa. Con una fuga lontano da lì, dal quieto inferno. Pochi mesi a 500 chilometri dal girone dell’inferno. “Lutto”, si disse. “Facciamo assorbire il lutto al bambino, lontano da qui”. Prima libertà, prima assenza dal dolore. Altro che lutto. Sollievo. Gioia. Leggerezza. Questo ricordò l’uomo. Poi il ritorno nel gelo di una violenza fredda, calcolata, che da fisica diventava controllo. Colpa. E la fine del sogno. Della normalità. Niente. Solo chiusura in se stessi e comportamenti sempre più deliranti. Sostanze, alcol, fughe dalla realtà. E poi il nettare più lucido, perfetto. Speed. E chi si è visto si è visto. Vaffanculo!

“Avevo una montagna di capelli”, ricordò l’uomo toccandosi la voragine che gli segnava la cima della testa. Come un arto amputato, lui i capelli se li sentiva ancora. Anche al tatto. Lui e il suo migliore amico avrebbero riempito un sacco di juta di capelli e ricci e cazzate. E di parole. Di confessioni inconfessabili, di desideri inutili. Morto anche lui, anni dopo, Scomparso, nel nulla, in Algeria. Anche di quella storia non se ne ricordava più nessuno. Solo chi lo aveva amato.

L’agente immobiliare lo aspettava davanti al portone, salirono fino al quarto piano. Davanti alla porta era terrorizzato. Cercò di non darlo a vedere, ma con scarsi risultati. “Si sente bene?”. “Si si, è solo il caldo”. La porta si aprì sul corridoio, a sinistra la camera dei suoi e poi il bagno e la cucina, sulla destra il salone grande e  una stanza. La sua era in fondo, dietro un angolo che faceva il corridoio davanti a un’altra stanza più piccola. Stesse mattonelle sul pavimento, ma non più quell’assurda carta da parati beige. Dolore. Chiese il prezzo. Una follia. Poi uscirono di nuovo. La porta alle spalle, una, due, tre mandate di chiave. Una pietra tombale a forma di serratura. Respirò.

Saluti formali, promesse di contatti che non sarebbero state mantenute. E poi via. Un caffè al bar, cercare di riconoscere qualche volto. Nessuno. Meglio.

“Un altro chiodo piantato a sigillare le bare dei miei”. Sospirò. “Ci si vede”, pensò rivolgendosi al quartiere. E non era vero.

“Non avere paura”, disse piano ricominciando a camminare. E non c’era altro da dire a chi aveva perduto.

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