Anticipazione brani da “Nuddu”. Il lavoro di scrittura ora è davvero chiuso. Ora inizia quello per pubblicarlo

Lorraine Lawson: Joyful Spirit

“Nuddu”

un romanzo di Pietro Orsatti

Francesco Felice è un cronista di mezza età in piena crisi lavorativa e personale che si imbatte in una inquietante serie di suicidi che suicidi non sono. Da qui parte una doppia inchiesta sul mistero di quelle morti, da un lato, e sulla sua storia personale e il suo “male di vivere”, dall’altro. Accanto a lui i suoi amici di infanzia, quelli del quartiere popolare di Roma dove è cresciuto. E Alessandra, la donna di cui è innamorato da sempre e da sempre non riesce ad amare.

In un Paese dove ogni cosa è differente da quello che sembra, dove la manipolazione e la menzogna sono diventate abitudini radicate nella cosa pubblica e nel privato, nel lavoro e nei rapporti personali, e perfino nella rilettura della storia.

Le soluzioni non sono semplici, non sono rassicuranti, per ogni piano di lettura del racconto.

***

La paura è una brutta bestia, difficile da afferrare, ancora più difficile da affrontare. Ti blocca, a volte, a volte ti fa scappare, altre ancora ti rende come un’animale braccato messo all’angolo, pronto a saltare alla gola di chiunque si avvicini. Anche di una mano amica che si accosta, gentile, per poterti aiutare.

La paura per me è un modo di vivere. Paura di affrontare me stesso e chi amo, nascondendo quello che sono dietro una maschera notturna di tensione e disincanto. E di omissioni e menzogne e autolesionismo che, questo l’assurdo, penso davvero messe in scena a fin di bene. Vado avanti in questo gioco assurdo, da anni, di mettere la mia anima tagliata a pezzi in articoli e racconti che poi nessuno legge sul serio, sacrificando la mia integrità, e la mia felicità, sull’altare di un distorto senso di servizio. Che servizio non è. È solo narcisismo. E della peggior specie.

(…)

Per decenni. Ho ereditato paure di altri. Facendole mie. E nel momento che queste paure sono diventate un pezzo di me non sono più riuscito a respingerle.

Non riesco ad accettare quello che riaffiora. Appena mi torna in mente un ricordo lo rimuovo sostituendolo con un altro non meno doloroso, forse, ma più rassicurante. Almeno per me. Almeno per quel po’ di bambino che è sopravvissuto in me.

Mentre guido nell’ora di punta imbottigliato nel traffico pensando a tutti i possibili intrecci che emergono da quello che sospetto sia avvenuto attorno a questa assurda serie di suicidi che suicidi non sono, un pezzo di me vorrebbe cantare una vecchia canzone. L’ho condivisa con Alessandra per non so più quanto tempo. Più che una melodia, un suono. Crash into me. Che ci faceva venire voglia di toccarci appena la ascoltavamo. E questa sera di luci e ombre, di traffico e rumore, mi inghiotte mentre le dita sul volante cercano di ricordare il ritmo, leggero, di quella canzone.

(…)

Passo doppio. Uno, due, tre, quattro. Seguendo l’acciottolato. Un leggero movimento della gamba e poi ancora avanti prima dell’ennesima pausa. Gli sembrava quasi di stare ballando un tango stilizzato mentre dal vicolo dove aveva posteggiato cercava di districarsi fra bidoni dei rifiuti, auto in doppia fila, buche sul marciapiede e motorini annodati ai pali.

Arrivò davanti a Enzo con il fiatone. Era sicuro di essere in ritardo. Entrò. Ma Alessandra non c’era.

Salutando Enzo, facendo finta di nulla, Felice sentiva una fitta alla base della schiena. Non una fitta reale. Un dolore, e una delusione, che come una lama si piantava fra le vertebre lombari. Si diede dello stupido per aver riversato, ancora una volta, aspettative in quella cena. Si era detto un’altra balla, pensò. Si era fatto un’altra fantasia che puntualmente si dimostrava non vera. Nonostante il dolore e la paura. Lei non sarebbe venuta. Se lo sentiva. Se ne convinse.

“Enzo, prendo un bicchiere di vino e poi vediamo che succede. Mica lo so se ceno. Ancora no, almeno”.

“Dottò, fai quello che vuoi. Sei a casa tua qua”.

Con davanti il vino fermo, rosso, nel bicchiere poggiato sul tavolo, Felice aspettava aggrappandosi a una residua, minuscola, speranza. La sua capacità di autocommiserazione a volte era davvero disarmante. Ne era consapevole. Si disegnava lo scenario più disastroso e doloroso in testa e poi faceva di tutto perché poi le cose andassero a finire così. Disarmante. A volte avrebbe voluto prendere congedo da sé, da quella sua metodica distorsione delle cose che metteva in atto nella propria vita personale. Ma poi era troppo vigliacco, o forse solo ancora un briciolo sano, per arrivare alle estreme conseguenze.

Decise di non mandare messaggi, di non telefonare. Nessuna richiesta di conferma. Aspettava, e ogni minuto che passava scavava in quella ferita che stava sanguinando alla base della sua schiena. Di tanto in tanto la porta del locale si apriva e entrava qualche cliente. Felice alzava lo sguardo. Una coppia di ragazzi, un pensionato, una famiglia rumorosa. Alessandra non c’era. Trascorse una buona mezz’ora così, il bicchiere intoccato sul tavolo.

Decise di andare a casa da Stefano, di buttarsi sul divano e cercare di dormire qualche ora. Il treno per Milano la mattina dopo era alle sei e mezza. Prese il bicchiere e in poche sorsate lo mandò giù, come una medicina amara da bere per forza contro voglia. “Vado, quanto ti devo Enzo?”. Il padrone della trattoria gli fece cenno di andarsene. “Lascia perdere”. Con un gesto lo salutò e poi uscì in strada. Sul marciapiede si fermò a arrotolarsi una sigaretta. Dopo averla accesa alzò lo sguardo. E rimase impietrito.

Alessandra lo fissava sorridente dall’altra parte della strada. Felice era senza fiato. Da una vita non la vedeva così. Fresca di doccia, i capelli che litigando diventavano un’opera d’arte di grovigli perfetti. E quel sorriso. Che ormai lo seguiva solo la notte, in sogno. Non se lo aspettava quel sorriso. Non la capiva proprio a volte, si rese conto. Alessandra, dopo tutto quel tempo, per lui rimaneva un mistero.

Lei lo raggiunse, attraversando la strada leggera. E lo salutò con un gesto veloce, una carezza sulla guancia. “Ti potevi fare la barba”. Felice rise. “Me ne sono dimenticato”.

“Che facciamo? Entriamo? Ho fame”.

“Si”

“Dai, finisci la sigaretta che ho lo stomaco che urla da ore”. Poi una piccola ombra, a offuscare il sorriso. “Come stai?”.

“Bene, un po’ sballottato ma bene”.

Lei non fece altre domande, forse per pudore, forse perché già aveva capito tutto. Felice la ringraziò con un sorriso. Di quelli rari, ormai. E spense la sigaretta. “Andiamo, ho fame anch’io”.

PER IL RESTO COMPRATEVELO QUANDO ESCE 🙂

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