La sciatta furbizia di un’Italia in declino

olorphobia (by mathiole) - http://www.flickr.com/photos/mathiole/4681626709/in/photostream

Ho la netta sensazione che neanche più i suoi più stretti collaboratori prendano sul serio Silvio Berlusconi. Ormai il premier, cavaliere, imprenditore, finanziere, femminaro, utilizzatore finale, comico da retropalco e statista della propria immaginazione rilascia dichiarazioni senza senso, come un pugile suonato. Intanto raccatta gli ultimi spiccioli con qualche leggina truffa sull’editoria e appelli illegali ad acquistare azioni delle sue aziende. Poca cosa, spiccioli. L’uomo è finito. Ha i giorni contati. Ma non quel sistema di potere che ha messo in piedi in questi anni. E la cultura che domina, ormai incontrastata, nella politica, nel mondo degli affari e dell’impresa e nella società italiana.

È lì che sta il problema. Nella cultura, tanto comoda nella sua sciatta furbizia, che l’italiano ha fatto sua. Il resto, quel poco che rimane, è robetta. Fulminato dal proprio narcisismo, dal proprio pressapochismo. Da divisioni artificiali e imbecilli. Da divisioni che spesso nascondono interessi innominabili, nei partiti e non solo in quelli.

Ormai penso che sia necessario ripartire da sé, dalla ricerca della propria serenità. Per poi passare a sentirsi di nuovo comunità. Credo che perfino le nostre vite, il nostro privato, siano inquinate da questa devastazione culturale e sociale. Solo individui interi possono pensare al cambiamento. In qualche modo non lo siamo più. Ci siamo abituati a tutto. Al peggio. All’essere furbi di una furbizia suicida. Avvoltoi in cerca di una carogna da spogliare, anche se quella carogna è la nostra identità. Militanti del nulla, tifosi della propria pancia. Ritrovare un pezzo di se stessi in questa devastazione è davvero difficile. Inutile parlare della crisi politica, perché la crisi siamo noi. Inutile parlare di crisi economica, perché la crisi siamo noi.

Sono convinto, e la storia dell’uomo ce lo conferma, che ogni rivoluzione ha una chance di successo se condotta un’élite culturale. Le idee sono il motore del cambiamento. Ma qui dove sono le idee, dove l’élite? Il ragionamento non esiste, l’analisi è un accessorio, un’idea è un intralcio. Se guardo ai movimenti mi prende la stessa depressione che mi assale osservando i partiti.

Ci siamo livellati al basso. Nessuno alza la testa. Perché non si sente persona, non cerca di migliorare se stesso, perché non ricerca la sua felicità ma l’infelicità degli altri. Certo, c’è chi si immola (ho appena disertato da questa pattuglia) sull’altare di un bignami di idee che non tengono conto della realtà. Brava gente. Da applaudire fino a quando non si spengono le fiamme del rogo. Dobbiamo tornare a ragionare, partendo da noi, per pensare il noi. Nel privato e nel pubblico, nella comunità e nella società. Senza un passaggio prima individuale e poi collettivo non abbiamo speranze. Siamo soli, bandierine al bordo del campo. Inutili accessori buoni quanto una sputacchiera.

Qualcuno lo chiama riflusso, non capendo neppure il senso di questo termine. Io dico solo che una rivoluzione non è un ballo di gala e soprattutto non si mette in atto senza sapere cosa si vuole. E ora, mi sembra, che l’italiano sia più preoccupato dei propri minuscoli illusori privilegi privati che della propria felicità. Le rivoluzioni le fanno persone che sanno cosa vogliono. Non dei frustrati. E se non si sa chi si è come si può sapere cosa si vuole?

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