La rivoluzioni oggi no, domani forse, ma dopodomani sicuramente

Il ritorno dal Brasile fine 2006 - la Padania ai miei piedi

di Pietro Orsatti

Leggo, con stanchezza (la stanchezza che attanaglia ormai tutti noi frequentatori dei social network) che oggi “siamo pronti”, che gli italiani “non ne possono più”, che “il prossimo autunno…”. Leggo con un sorriso di movimenti inesistenti, lotte immaginarie, piazze piene virtualmente e vuote nella realtà. Leggo di noi, che qui cerchiamo di capire domani che cosa sarà. Di noi, dell’Italia, dell’idea che abbiamo nel bene o nel male di questo paese.

Gaber in una celebre canzone (Qualcuno era comunista), cantava: “La rivoluzioni oggi no, domani forse, ma dopodomani sicuramente”. Dopodomani era ieri, e non ce ne siamo neanche accorti. Siamo talmente abituati al peggio che ormai non riusciamo più a capire dove si sia posizionato il limite. Della nostra tolleranza. Della nostra resistenza. Non la Resistenza con la erre maiuscola. Quella no, è così lontana da noi da sembrare una vecchia fiction degli anni ‘80. Una roba che poi così vera mica era, no? Parlo di altro. Della resistenza della nostra saccoccia, della nostra panza. La vita, insomma.

Domani è l’anniversario della strage di via D’Amelio. Non ci sarò. Per un sacco di ragioni, quasi tutte personali fra l’altro. E perché sono stanco. Stanco di vedere la celebrazione del dolore, le troppe divisioni, le avverse tifoserie che proprio su quei fatti, così gravi e così “comuni” e importanti per tutti noi, si sono scatenate in questi anni. Che non me ne voglia Salvatore della mia assenza. Ma sono stanco del gossip dell’Antimafia. Mi ricorda – che dolore – il gossip che attanagliava DP, quello nei Verdi, quello nei movimenti del passato. Ci si è massacrati decine di volte in decine di occasioni. Sul nulla. Sui protagonismi, i settarismi, i massimalismi, i riformismi e tutti gli “ismi” che vi vengono in mente.

Tutto si riduce alla fine nel fare un favore al potere. Quello che muove e tesse. Quello che strumentalizza. Con fughe di notizie, fonti riservate, manipolazioni, vere e proprie campagne mediatiche. E’ già successo. Succede ancora. Delle stragi (di tutte) alla fine non abbiamo nessuna certezza. Della trattativa (se fu solo una) ancora meno. Sui mandanti ancora il buio assoluto. Diciannove anni. Niente di nuovo, neanche questa volta. La storia della nostra Repubblica è fatta di vuoti. Sulle tante stragi che l’hanno segnata. A partire da quella di Portella del ‘47. A volte ci illudiamo di sapere. Non sappiamo nulla.

In attesa di questo autunno “rovente” godiamoci il discount delle vacanze a basso costo (che a basso costo non sono) e del rincaro degli alimentari. Illudiamoci, come strombazza il Pd, che il vento sia cambiato. Io sento solo una brezza da terra che mi spinge al largo. Tende a riportarmi via da qua. La tentazione di ascoltarla, questa brezza, c’è. Eccome se c’è. L’ultima volta che l’ascoltai era dopo i fatti di Genova di dieci anni fa. Ancora mi pento di essere tornato.

Dovremmo ridare tutti noi senso politico al nostro personale. Questo accadde nell’autunno del ‘69, l’unico caldo che si ricordi nella storia patria. Erano i bisogni, i diritti negati, un popolo che non si riconosceva più nella corsa della ricostruzione post-bellica. Ma no, ora abbiamo i social network. Ci bastano. Ci danno l’illusione che la rivoluzione (quella di dopodomani) si stia davvero preparando. Cazzate. Scusatemi il termine, voi che in tanti ci credete.

Io non credo nella rivoluzione, certo non in una rivoluzione italiana. Non credo in un sommovimento civile. Quando qualcuno inneggia alla rivoluzione e poi ci mette il sottotitolo, allo slogan strillato su Facebook, “apartitica e non violenta”. E che vuol dire? Una rivoluzione è sempre violenta anche senza spargimenti di sangue. E poi. Con quel “non violenta” scritto staccato (e qualcuno spieghi davvero cos’è la nonviolenza, che cos’è la disubbidienza, cosa significa mettere in gioco le proprie vite e anche il proprio corpo). Ci vedete qualcuno davvero a fare la rivoluzione, a mettere in gioco vita e corpo? Con l’iphone, il wi fi, la smart, il B&B e il volo low cost?

Ma si. Torniamo al personale. Ricominciamo da quello. Almeno, io ci provo. Non dopodomani. Io la mia rivoluzione la faccio oggi. Partendo dai miei bisogni primari. La sopravvivenza, gli affetti, le relazioni. Come si dice… ho dato. Ho dato da quando il 12 maggio del 1977, adolescente incosciente, andai a vedere un concerto a Piazza Navona e mi ritrovai in mezzo a una guerra. Ho dato quando ho preso le manganellate a Comiso e davanti alle centrali nucleari. Ho dato quando ho rinunciato al posto fisso per fare politica e poi, per distorsione caratteriale credo, giornalismo. Ho dato quando ho scritto di malaffare, diritti negati, guerre, violenze, servizi deviati e mafie. Ho dato quando mi sono messo in gioco. “Vai avanti tu”. Ora mi viene da ridere.

Chiudo citando un’altra canzone, sempre della mia generazione. “In piena facoltà, egregio presidente, le scrivo la presente che spero leggerà. La cartolina qui mi dice terra terra  dia andare a far la guerra quest’altro lunedì. (…) Io non ce l’ho con lei, sia detto per inciso, ma sento che ho deciso e che diserterò”.

Arrivederci

(la canzone citata in coda è Il Disertore di Ivano Fossati)

scritto il 18 luglio 2011

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2 pensieri riguardo “La rivoluzioni oggi no, domani forse, ma dopodomani sicuramente

  1. Solo un vero e generoso combattente può permettersi il lusso di prendere commiato ufficialmente…coram populo..dall’impegno politico e sociale,sapendo nell’intimo che nn lascerà mai il fronte…sono i vili,gli opportunisti, i qualunquisti, coloro che nn hanno mai fatto nulla, mai condiviso sogni ed aspirazioni, speranze e grandi idealità…sono gli indifferenti che se ne vanno in silenzio quatti,quatti o meglio che restano nel loro limbo di nullità, senza far rumore e sopratutto senza annunciarlo!
    Gigliola

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