Dal basso si può dire No al nucleare. Lo abbiamo già fatto anche se ce ne dimentichiamo

Paper Sculptures by Stephen Doyle

Brani dal capitolo “Una vittoria persa” del libro “L’Italia cantata dal basso” di Pietro Orsatti edito per Coppola Editore 2011

Lo sapevamo tutti che c’era un prezzo da pagare. Forse non ci aspettavamo che fosse così alto. Gli errori che come partiti e movimenti della sinistra  abbiamo messo in fila negli ultimi anni sono stati enormi, a volte perfino incomprensibili. Occasioni perse ripetutamente nel corso di almeno vent’anni. Frutto di ubriacature collettive per i pochi e parziali successi ottenuti. A partire dai primi anni ’80. Prendiamo ad esempio la storia di quell’area cosiddetta “verde”. Una storia che, chiariamolo subito, non è esclusiva prerogativa dei “verdi ” in quanto partito. Il movimento  era ben più ampio della rappresentanza elettorale del Sole che ride. Ma ha pagato il prezzo dell’incapacità di quella forza politica  di crescere e diventare altro. Qualcuno si ricorda ancora dello slogan “ecologia della politica ”? Uno slogan che raccontava un modo diverso di farla questa benedetta politica . Fu superato, accantonato, dagli stessi che lo coniarono alla vigilia della tempesta di Mani Pulite. Andò così, e ancora in molti non hanno capito perché. Quel movimento  in meno di un decennio si è bastato. Poteva fare la differenza, cambiare le cose, e invece si è disperso. Politica  politicante e micro giochi di potere e un immenso patrimonio di idee e speranze si è diluito nella narrazione quotidiana della bassa politica . Quando nella percezione del pubblico e dei media  non si fa più differenza fra un Mastella e un Pecoraro la differenza dov’è?

(…)

Ripartiamo da quel “come” che abbiamo scordato per strada. Riguardiamo la nostra storia, queste tre generazioni di idee che ora stancamente cercano di ridarsi voce e senso. Siamo stati schiacciati, chi più e chi meno, dalla bassa cucina della politica  dei partiti. Molti dei quali assolutamente residuali, come per molti anni lo sono stati proprio i Verdi . Che per dieci anni sono sopravvissuti (neanche vissuti) di rendita per quello che eravamo stati e sui processi che avevamo avviato.

(…)

Io la mia storia la rivendico, nonostante sia stata dura, in gran parte politicamente fallimentare. Addirittura drammatica in certe fasi. La rivendico perché continuo a pensare che le idee di quel movimento , le energie che mettemmo insieme allora, siano ancora latenti e inespresse perfino nella società di oggi. Ma non sapevamo “il come”. Non riuscivamo neppure a intravvedere come si stesse trasformando quella società che poi siamo riusciti appena a immaginare. Siamo stati superati dalla storia e dagli eventi. Siamo stati superati da noi stessi. Ma alla fine siamo rimasti quelli che eravamo allora, casomai fuori dai giochi e dalle cosiddette “sedi autorevoli di dibattito”. Ma ancora vivi. E da qui, da questo sorpasso, che dobbiamo ripartire. Con coraggio. Non come quei nostri tanti e comuni amici, uno fra tutti Ermete Realacci, che da un decennio (magari fosse così poco tempo) è l’eterno candidato che non si candida, l’eterno ago della bilancia di una bilancia truccata. Uno di noi, fra parentesi, che poteva davvero fare la differenza solo se avesse trovato il coraggio di mettersi in gioco e di andare alla conta e non vivacchiare della rendita del proprio curriculum. Trasformato, nei fatti, in un comodo schermo ecologista per un partito (il Pd  di oggi) che è passato direttamente dalla contraddizione industrialista/operaista a quella finanziaria senza passare dal via.

(…)

La necessità di ripartire da quel movimento  e da quel referendum si fa ogni giorno sempre più pressante. Purtroppo non c’è più quella capacità, a sinistra  e non solo, di guardare avanti, di farsi carico davvero dei problemi del Paese. Non è un mistero, anche, che rimettendo indietro di decenni la lancetta del tempo alcuni settori sia del Pd  che del sindacato siano di fatto possibilisti davanti a una nuova era nuclearista. Anche il segretario del Pd , prima di doversi fare carico di tutto il partito, sul nucleare  ha tentennato più di una volta. Ripartendo da quello che fu il punto di forza di quel movimento : l’informazione  e il rigore scientifico. Non dico di ripartire da quel “Comitato per il controllo delle scelte energetiche”. Ma anche, perché non proprio da quello? Le persone, le teste di allora ci sono ancora tutte quante. Come ci sono molti giovani che quella stagione non l’hanno vissuta ma capacità e coraggio di rimettersi in gioco ne hanno. Ripartire da lì, da quel referendum. Evitando di ripetere gli errori che vennero fatti allora.

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