Personale e politico. Un ragionamento davanti al voto di oggi

Queste elezioni amministrative, questa vittoria straordinaria a Milano e Napoli, le voglio raccontare e commentare in maniera diversa. Voglio affrontarle su un piano strettamente personale, perfino pre-politico. Ne sento necessità. E da qui inizio.

Perché anche questo voto è una questione personale. Per quello che significa per i nostri sogni, le nostre vite, il nostro sentirci popolo. Di sinistra, italiani. Pisapia ha strappato la maschera, a Milano, al berlusconismo. De Magistris ha ridato un sogno al Sud, non solo a Napoli. Ora si faranno i conti. Aspettiamoci colpi di coda. Il berlusconismo (non tanto Berlusconi) ha ancora presa su un pezzo grosso del paese. Non è solo interessi, è anche popolo. Come la Lega. Quindi da qui dobbiamo partire se vogliamo cambiare davvero dopo questi diciassette anni di degenerazione della politica italiana. Senza abbassare la guardia. Senza accontentarci.

Tutto bene, quindi? Non lo so. E qui rientro nel mio privato, nella mia storia, in questa fase della vita che mi vede arrancare nel cercare un senso a tutto quello che ho alle spalle, di lavoro, di percorso, di sentimenti. È difficile ammetterlo, ma è così. La mia visione politica di oggi è strettamente personale. Forse per la prima volta in 47 anni. Non voglio più scindere il mio lavoro, il mio impegno, dalla mia vita. Non lo voglio e forse non posso più permettermelo. Perché non è possibile perdere la propria visione di sé per dare tutto al lavoro, al racconto di questa società, all’impegno furibondo di questi anni. Di questi decenni. Tralasciando quello che si è, davvero. Una persona intera.

Sono giorni duri, questi. E La vittoria di Pisapia, e ancor più quella di Luigi De Magistris per simpatia e frequentazione personale, sono comunque riuscite a farmi sorridere. Sorrido ancora, se ci penso. Ma non può bastare. Né vincere, né perdere, Non basta lottare, mettersi in prima fila a ricevere schiaffi. Non ci sono eroismi possibili, ancor meno sacrifici. Il sacrificio e la lotta sono vivere. Vivere di quello che si è. Se si perde la visione di quello che si è, nell’interezza, si perde vita, si diventa incomprensibili verso gli altri. Non più interpretabili.

Un bel momento come questo rischia di diventare nulla se non si ha qualcosa di vivo e vitale dentro, nel proprio privato.

È una brutta roba, e si fa un cattivo servizio a se stessi e a chi ci circonda, puntare tutto su quello che si fa (o si crede di fare) dimenticando chi si è. Sul lavoro, dimenticando gli amici, sull’impegno, eludendo gli affetti. Se non siamo persone intere, inserite in una rete profonda di relazioni affettive, amicali, sociali trasparenti e concrete, siamo solo una parzialità, un equivoco. Preda di quella distorsione sociale e culturale che è il berlusconismo. Diventiamo specchio nel nostro egoismo.

Il personale è politico. Io ci credevo. Poi ho perso di vista il livello personale diventando solo una macchina da guerra. Che lotta in preda a automatismi, lavora fino all’annientamento, si lancia contro mulini a vento finendo poi in ospedale per il troppo stress, le troppe sigarette, i troppi chili. Senza mai fermarsi. Lasciandosi alle spalle affeti, adii, abbandoni, macerie. Il mio lavoro, quello di un artigiano (politico) della narrazione e del ragionamento giornalistico, è già usurante, frustrante, difficile se fatto bene. Quando diventa centro assoluto annienta la propria percezione di sé. Nulla può sostituire la vita, neanche un lavoro così duro e gratificante. Che alimenta narcisismi a livelli inimmaginabili.

E qui il personale diventa e deve tornare profondamente politico.

Questa vittoria di oggi innesca tanti processi in noi. Riaccende speranze. Ridà fiato a chi fiato non aveva. Ma se devo, e dobbiamo, davvero pensare un paese e una società più giusta dobbiamo ricominciare da noi, dalle nostre piccole storie. Rimesse di nuovo in relazione fra loro. E ricominciare a guardarci negli occhi l’un l’altro. Ricominciando ad ascoltarci.

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