«C'è un'Italia cantata dal basso: quella che non festeggia»

Intervista pubblicata oggi su Il Futurista

Domani alle ore 20 presso il Circolo Mario Mieli e a Roma, via Efeso 2a, la prima presentazione del libro “L’Italia cantata dal basso” insieme a “Demoni e seangue” di Francesco Saverio Alessio – partecipano anche Sebastiano Gulisano e Riccardo Orioles. Il 28 mattina a San Cipriano D’Aversa – biblioteca pubblica “l’albero del sapere” – bene confiscato Via ruffini 8 alle ore 11

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di Lina Urbani

L’Italia cantata dal basso. Finestre sbieche sul Belpaese. In copertina un casco di sicurezza gettato a terra. È quello di un operaio bengalese di Marghera. Là dove la chimica e il potere hanno dato vita al primo processo per  schiavismo del nostro Paese. L’Italia cantata dal basso è “l’Italia che non festeggia”. Storie di lavoro e di mafia, di viaggiatori senza meta tra bordelli, porti, terremoti e sogni, raccontata magistralmente da Pietro Orsatti. Regista, autore  e giornalista da anni  si occupa di ambientale e giudiziaria, scrutando l’Italia attraverso gli sguardi di chi si affaccia alle finestre sbieche . Da Palermo a Trieste, da Casal di Principe a Genova. Perché in questo l’Italia è unita. “Un Paese livellato al basso”.

Cosa significa per te l’Italia nella fase di massima berlusconizzazione?

Significa che siamo tutti clienti, non più cittadini. Siamo vacche dentro a un recinto. Basti pensare ai luoghi di socialità, non sono più le piazze, ma i centri commerciali. Oramai c’è un abitudine al peggio. Siamo un luogo dove vale solo il culo, in tutti i sensi. In cui tutto sembra divenire accessorio e marginale nell’orgia finale del potere. Mentre altri poteri, forse più rassicuranti ma non meno terribili, si preparano a renderne il posto. Il libro si apre con un capitolo intitolato. Ritorno a Salò in cui mi chiedo cosa direbbe Pier Paolo Pasolini dell’Italia di oggi. Ci manca Pasolini in questo momento di sbandamento, proprio ora che temiamo di essere trascinati anche noi nel baratro della caduta del  berlusconismo. Pasolini sarebbe spietato. Non è solo questione di corpi, ma peggio. Roberto Scarpinato ha parlato di singaporizzazione. Io credo che  tutta l’Italia sia come Singapore ai primi del ‘900: un porto franco dove tutto è in vendita.

In che cosa abbiamo sbagliato?

La mia è una generazione  di sconfitti, abbiamo svenduto la nostra storia politica per un paio di assessori. La logica dell’assessore, dello stipendio, dello scambio di favori. Il nostro è un Paese da radere al suolo e da ricominciare da capo. A volte non sembra nemmeno governato dallo Stato. L’Italia è un posto dove ci si preoccupa solo di abbassare il livello, di mettere sotto chi emerge. Un sistema bloccato, assuefatto alla rassegnazione.  Non siamo in declino. Non è semplice decrescita, qui non c’è niente che si ridimensiona. E’ caduta libera. Le uniche certezze sono il tre per cento alla politica e il sei per cento alla criminalità.

“Tutto è mafia. La mattina appena apri gli occhi è mafia. Vai a lavorare ed è mafia. Non ti pagano ed è mafia”, questo è quello che ti hanno raccontato due ragazzi tunisini su un treno. È questo l’Italia, anche per i migranti che cercano un futuro migliore?

Ho incontrato i due ragazzi tunisini su un treno diretto da Palermo a Roma. Erano scappati da sei mesi di schiavitù ad Alcamo. Vivevano in una situazione allucinante, una specie di Rosarno in versione rurale. I poliziotti hanno arrestato il loro capo padrone per mafia e li hanno lasciati liberi. “Ci hanno detto che era meglio andare, perché lì lavoro non ce n’era più”, mi hanno detto. Con grande normalità, scappati da un sud razzista, violento e criminale.  Ma la criminalità organizzata non è solo a Sud. A Gioia Tauro c’è il primo porto del Mediterraneo per scarico-carico di container. La ‘ndrangheta chiede un euro a contanier, all’anno fanno 40 milioni. L’azienda che gestisce il porto è la Evergreen, una joint venture cinese-coreana. La stessa che si occupa del molo settimo di Trieste, dove sono in aumento le cosche e il traffico di rifiuti illegali verso la Cina. Probabilmente se pagano a Gioia Tauro, pagano anche a Trieste. Ma è molto difficile stabilire se sia ricatto o compartecipazione agli utili.  Oramai in molti pagano perché è funzionale ad un sistema di trust.

Riccardo Orioles nella prefazione del tuo libro dice che le tue sono “narrazioni di cronaca”. Cosa significa essere cronisti di giudiziaria oggi?

Ormai i giornali si fanno di copia incolla e Mida dell’Ansa è diventata l’unica fonte per l’archivio storico. Quando ho iniziato è successo per puro caso. Ma  ho voluto vedere subito che aria tirava e sono andato a Partinico dove non si era mai smesso di sparare.  Ho iniziato a seguire la storia e la vita di Domenico Raccuglia, detto “il veterinario” , latitante considerato il numero due di Cosa Nostra. Quando lo hanno arrestato tutti a chiedersi chi era quel “veterinario”, ma un anno prima su Left io stesso avevo scritto di lui. L’unico giornale che mi riprese fu Le Monde. Ne sapevano più francesi degli italiani. Nel libro, come nella vita, mi chiedo spesso se valga la pena denunciare e raccontare. Per un giornalista vivere sotto scorta significa non poter più fare il cronista.

Ma non pensi che ci sia una via d’uscita? Milano potrebbe rappresentare una primavera italiana?

Purtroppo non ancora. Siamo spauriti, la gente terrorizzata che  incontri sul metrò  sembra chiederti “ che succede?”. Non reagisce. E’ spaventata.  Berlusconi è il tipico imprenditore italiano che non investe mai con i suoi soldi, ma gestisce quelli degli altri. Persino quando deve pagare le sue escort. Credo che sia arrivato al capolinea, a dire il vero penso che sia caduto già a L’Aquila, ma è stato graziato perché è comodo. Bisognerebbe capire chi c’è dietro, perché penso che  quando non servirà più, farà la fine di Craxi. Ma il sistema oramai è diffuso. Non credo ci sarà una protesta vera , anzi penso che il peggio non l’abbiamo ancora visto. Quanto a Milano c’è stata la rivolta della borghesia che non ha sopportato  che si sia toccata la famiglia Pisapia e il padre del codice penale. Ma non è sufficiente.

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