Napoli 2008. Reportage nella memoria. Voto, monnezza e potere

di Pietro Orsatti

Sette di sera. Dalla superstrada si prende la rampa, e all’imbocco della via sottostante si incontra la prima montagna maleodorante di spazzatura. Pochi metri e iniziano i negozi. Ogni cento metro altra piccola discarica “spontanea”. Qui non si raccoglie la spazzatura da settimane, mesi. Qui “le truppe” di De Gennaro non sono mai arrivate. Ma non importa, si va avanti. Dopo meno di un chilometro bisogna girare a sinistra. Al primo angolo della strada un ragazzo è seduto, infreddolito, su un muretto. Il giovane, arriva a malapena ai sedici anni, guarda all’interno dell’abitacolo senza alzarsi. La macchina passa lentamente e raggiunge l’angolo successivo. Qui c’è un altro ragazzo, di qualche anno più grande, si scalda sbattendo i piedi, uno sguardo dentro l’abitacolo e basta. La macchina gli passa davanti e arriva alla curva successiva. Stessa scena, solo che qui i ragazzi sono due. Poi il rettilineo. A metà c’è un altro ragazzo, davanti a un vecchio cancello rinforzato da lamiere. Il palazzone alle sue spalle lo protegge dal vento. La macchina si ferma e lui si piega appena. «Ciao. Due d’erba». Rapido passaggio di soldi, 20 euro piegati più volte. Il ragazzo li prende velocemente e si gira verso il cancello, passa i soldi attraverso una feritoia e ritira due bustine, neanche due grammi di marijuana scadente corretta con qualche additivo chimico. La macchina parte, altre tre curve, stesso ordine di giovani appostati a fare i pali a ciascun angolo. Turni di sei ore al giorno per mille euro al mese. Quello al cancello prende qualcosa di più. Lui l’erba la tocca e tocca i soldi. Il rischio si paga, anche se si rischia poco. Se arrivasse la polizia in meno di un minuto tutto sparirebbe. Nessuna traccia del mercato. Nel quartiere raccontano che l’unica volta che un blitz della polizia ha avuto successo sono dovuti arrivare con l’elicottero e calarsi da lì. Le “guardie”.

Altra cosa lo scorso anno quando c’era la guerra fra clan per il controllo del territorio. Di questo territorio. O meglio, una specie di guerra civile fra il clan e un gruppo di scissionisti. Si rischiava, continuamente, di rimanere ammazzati per strada. Pali, spacciatori, clienti: tutti potenziali bersagli. Ogni giorno si cambiava “piazza”. Sempre in movimento per non essere ammazzati come cani per strada. Il mercato ha riaperto normalmente. Il controllo del territorio è riaffermato. È arrivata la pace “della mondezza”.

È come se questi ragazzi facessero un lavoro normale, qualsiasi. Operai della camorra. Tutti lo sanno. Tutto alla luce del sole. Perfino socialmente accettato. Non è raro, all’ora di pranzo o a cena, vedere una madre o un fratello più piccolo portare da mangiare a chi sta “faticando”. Sono figli del quartiere, non gente da fuori. «Sono figli nostri, bravi ragazzi». Sono le sette di sera nella periferia di Napoli: Secondigliano.

Appunti scritti in fretta mentre la macchina corre sulla tangenziale. La città è sotto una cappa di piombo, non piove ma è tutto grigio, cielo basso, opprimente. Colonne di fumo, distanti, che si alzano da montagne di spazzatura incendiata. Dalla radio un mix raggelante di hip hop e cantanti neomelodici. American gangster e amori negati. Da quello che sta succedendo in questi mesi di emergenza la città dovrebbe essere piegata, e invece tutto va avanti come prima. Anzi, per alcuni meglio di prima. Poi c’è il Napoli che fa sognare e soffrire, c’è orgoglio e vittimismo, violenza e rassegnazione. «A Napoli i soldi chi li tiene?». Già, chi li tiene?

Mattina, un bar a Somma vesuviana. Il paese è pulito, ordinato, negozi “ricchi”, sportelli bancari, macchine di lusso parcheggiate. La “mondezza” è fuori, all’ingresso del paese, vicino a un svincolo, in un piazzale, in un parcheggio. A Somma tutto brilla: pulizia e ordine. Gente che va e viene per strada. Facce allegre, bei vestiti. La domanda è inevitabile: ma dov’è il tasso di disoccupazione dichiarato – ben oltre il 18 per cento –  che ci pone nelle posizioni di testa alla classifica europea? Negli anni Settanta Riccardo Lombardi, politico e intellettuale della sinistra socialista, ripeteva che quando il tasso di disoccupazione in un Paese raggiungeva il 15 per cento era in pericolo la democrazia, la tenuta sociale. Qui è molto peggio, fra i giovani sotto i trent’anni è ben superiore al 25 per cento.

Il barista ci fa praticamente un interrogatorio: garbato, sorridente, ma puntuale e pressante. Da dove venite? Cercate qualcuno? Avete parenti qui? Che lavoro fate? Ogni pochi minuti passano persone, sempre le stesse, davanti all’ingresso. Si fermano un istante, ci studiano, e poi vanno via. Dopo pochi minuti usciamo. E da quel momento in poi, fino a quando non riprendiamo la macchina, veniamo seguiti da un giovane e da un uomo di mezza età. Nessuna minaccia, nessun avvicinamento troppo evidente. Ci hanno preso per poliziotti, e ci seguono solo per sapere cosa, eventualmente, stiamo cercando.

 

Negli anni Novanta Somma era famosa per le discariche illegali di rifiuti tossici e nocivi sul suo territorio. Dal paese si saliva per meno di due chilometri lungo la strada che portava verso le pendici del monte Somma, la parte bassa del Vesuvio. Un strada pubblica ma chiusa, al suo inizio in paese, da un sbarra. Da un frutteto, soprattutto dopo un giorno di pioggia, si alzavano vapori maleodoranti. Interrati, sotto poche decine di centimetri di terriccio, rifiuti industriali, Pcb, fenoli. Tutto alla luce del sole, evidente. Come si sarebbe potuto nascondere quell’improvviso fiorire di geyser? E la frutta? La frutta la mangiavano tutti. La strada con la sbarra? C’è ancora, sbarra abbassata compresa. E un paio di persone ferme sugli scooter a chiacchierare, e a osservare chiunque passi. Passi dopo dieci minuti stanno ancora lì. Dopo un’ora non si sono mossi di un millimetro. Andare a vedere cosa c’è dietro la sbarra, senza essere accompagnati, è un azzardo.

A pochi chilometri Ottaviano, il feudo di Raffaele Cutolo. Se Somma stupisce, Ottaviano abbaglia. Sembra una località termale. «Pare a’Svizzera». Anche se non appartiene più a Cutolo, il castello Mediceo e le sue 350 stanze dominano ancora la cittadina, e ricordano il potere mai risolto della Nuova camorra organizzata. Ora è la sede del parco nazionale del Vesuvio, ma tutti lo chiamano il castello del principe, e il principe è don Raffaele. Per anni, nonostante fosse in carcere, don Raffaele (soprannominato prima “’o professòre” e in seguito “il sommo”, “vangelo” e “san Francesco”) ha continuato a governare la zona attraverso la sua mastodontica organizzazione e sua sorella Rosetta, che ufficialmente faceva la ricamatrice, ne teneva le fila. Conta qualcosa ancora don Raffaè a Ottaviano? Se non lui, certamente i suoi eredi. Anche “a’ munnezza” è roba loro. A Ottaviano trovare una carta per terra è un’impresa. E la popolazione sa chi deve ringraziare.

 

La strada che collega i vari comuni vesuviani dopo Ottaviano diventa un enorme unico magazzino di abbigliamento. Da San Giuseppe Vesuviano a Terzigni sono solo negozi di jeans. Migliaia di mezzi manichini appesi lungo la strada. Qui vive la più grande comunità cinese del Bel Paese. Solo che non è una comunità “ricca” o quantomeno “uniforme” come quella di Prato: qui i cinesi non hanno, almeno ufficialmente, aziende di vendita al dettaglio. Solo nelle strade laterali si trovano uffici di import export di imprese cinesi. In realtà la vendita è affidata a proprietari italiani con lavoratori cinesi. E si intuisce che l’antica abitudine delle fabbriche negli scantinati del napoletano qui sia particolarmente attiva: con lavoratori asiatici. Non è un caso che San Giuseppe Vesuviano non rientri nelle statistiche “economiche” del fenomeno di diffusione delle comunità cinesi in Italia: qui gli immigrati non fanno “impresa”, casomai, al limite, fanno gli schiavi. La sera andiamo verso Aversa. E a Acerra tutto diventa più chiaro. Ecoballe e inceneritore  non entrato in funzione, speculazioni edilizie e rinnovo del centro storico, mondezza in periferia, pulizia in centro. Acerra è un territorio con decine di discariche abusive di tossici e nocivi interrate da decenni. È un posto dove la camorra riesce a chiedere il pizzo alla stessa camorra. Non è un controsenso. Ci sono imprese direttamente collegate alla criminalità organizzata che, ottenuto un appalto (o meglio un sub appalto), dopo alcuni mesi di attività sono state visitate da un’altra famiglia che chiedeva la tangente per far continuare i lavori. La cosa più impressionante è che questo caso è a conoscenza di tutti, e nessuno si indigna o quantomeno si stupisce. Le cose vanno così.

 

E la politica? Non c’è. Non si vede nemmeno. Non c’è presenza visibile dello Stato. Altro che alcune zone sfuggite alla legalità. Sembra quasi che fra percezione politica e realtà esista un confine invalicabile. Neppure la campagna elettorale sembra aprire uno spiraglio di dialogo. Tutto si è irrevocabilmente compromesso con le cariche di polizia e gli scontri sulla riapertura delle discariche. Davanti Castel dell’Ovo il sabato sera migliaia di napoletani si riversano in caccia di un posteggio. Si attraversa il centro della città con pazienza. Immobilizzati nel traffico e da decine di cantieri aperti da anni, come quello della metropolitana che, era partito di gran carriera e poi si è arenato in inspiegabili ritardi. Cosa è successo a quella rinascita napoletana quando Antonio Bassolino diventò sindaco? «Ci abbiamo creduto – racconta una giovane imprenditrice – e i risultati si vedevano eccome. Poi tutto si è bloccato. Bassolino, il potere politico in questa città, è diventato solo un centro di gestione del voto, del consenso, del potere più spiccio. Guarda il piano regolatore attuato solo in minima parte e il rilancio dell’industria e del turismo. Senza dover parlare di quello che è esploso sui rifiuti. Ma tu ci verresti qui in vacanza con la “munnezza” per strada?».

scritto nel febbraio 2008 e tratto dal libro “A schiena dritta” di Pietro Orsatti – ed. Socialmente

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