La prefazione di Orioles a "L'Italia cantata dal basso" in uscita a maggio

 

In Italia non mancano i giornalisti, mancano i narratori. Sappiamo abbastanza bene chi è Dell’Utri, quanti anni ha l’ultimo acquisto di Berlusconi, quanta gente ammazza – per annegamento – la Lega ogni anno. Sappiamo tutte queste cose, e altre ancora: eppure, profondamente, non le sappiamo.

Le cose succedono, certo. E come si fa a nasconderle, nell’epoca di Facebook e dei videofonini? I mafiosi mafieggiano, e i vecchi bavosi sbavano, e i bombardieri bombardano, davanti agli occhi di tutti. Ma dove le fanno tutte queste cose? Al di là del vetro, nel Mondo Due – film, tg, fiction, e anche frammenti di realtà – in cui vivono essi e, nel periodo in cui li osserviamo, viviamo noi.

Hai voglia a far girare la telecamera, hai voglia a piazzare microfoni sotto i musi. L’uomo sulla poltrona, quello del telecomando, nel cucinino prolet o nella stanza borghese, sta guardando uno spettacolo, anche e soprattutto quando guarda cose vere. Ci sono gli occhi sbarrati, ma non gli odori. La camera viaggia tranquilla, indifferente come un dio di Eschilo. Gli esseri umanisono molto vicini a sembrare veri, un reportage da Lampedusa o Tor Bella è un’ottima computergrafica montata da chissà chi.

Questo percepisce lo spettatore.

* * *

Ma non con “Comizi d’amore”, non con Carlo Rivolta o Sandro Penna. Con loro nella borgata romana ci stai davvero. Non sei dietro uno schermo, ci stai là in mezzo. Eppure l’inchiostro è lo stesso, e non è che la pellicola sia diversa. C’è solo una cosa in più, cui abbiamo rinunciato a  dare un nome (gli antichi lo chiamavano “poesia”) e non glielo diamo perché non sia riassorbito-digerito dai monitor come tutto il resto.

* * *

Ecco: quelle di Orsatti sono narrazioni. Narrazioni “di cronaca” (e anche, tecnicamente, di cronaca esatta) ma in cui, oltre la cronaca ci sono sensazioni di altre cose. C’è un mondo, ti fa sentire Orsatti quando ha fortuna, che esiste veramente oltre casa tua, non un mondo da fiction, un mondo vero. Non nasce come cronista di mafia, per quel che ne so io: qui è stato a scuola. Eppure, in certi pezzi di mafia, si sente l’atmosfera di un Besozzi, di una Giuliana Saladino: ti fa attraversare un mondo in cui il morto di mafia (e anche il vivo di mafia) è solo la punta di iceberg di tutto un continente.

Non credo che l’abbia imparato (le cose di questo genere non s’imparano), non credo che lui sapesse d’averlo dentro, ma l’ha riconosciuto subito, quando l’ha incontrato. E ce lo trasmette subito, da narratore.

* * *

Non sono tempi facili per i giornalisti appena non regolamentari, in Italia qui e ora. E figuriamoci per i narratori.

Orsatti avrebbe figurato benissimo, ovviamente, nel vecchio Avvenimenti di Fracassi e Turone, proprio per questo istinto di cronista dell’umanità, di raccontatore. Nel nuovo “Avvenimenti” (un giornale italiano si decora oggi, per un caso bizzarro, di questa parola) altrettanto ovviamente per lui non c’è stato posto. Palazzi, grandi politici, grandi parole: basta ben poco, adesso, a contentare i giornali perbene “di sinistra”. Così gli è avuto il Pulitzer dei veri giornalisti italiani: la disoccupazione.

Orsatti, in questi anni, sta imparando il mestiere finale dei giornalisti di sinistra (veri), cioè l’editore. Fare un pezzo non basta, bisogna fare un giornale. Fare un giornale non basta, bisogna farci attorno una rete. E fare una rete a che serve, se non – prima o poi – a costruirci attorno una rivoluzione?

* * *

Ecco: a questa parola “rivoluzione” tu, occidentale saputo, hai sorriso. Ti sarebbe bastato aver parlato con Ridah, la settimana scorsa, per sorridere di tutt’altro genere di sorriso. Ridah che ti spiegava tranquillo (Ridah è studente, forse di Roma o Catania, in realtà forse di Casablanca) come si fa tecnicamente a connettere a un gateway in inglese un flusso di mail nate in “arabish” o in arabo puro. Parlavano di queste cose, Ridah e gli altri, come altri studenti avrebbero potuto parlare – in altre giovinezze di altri secoli – di contestazione globale o di pavè e barricate, con la stessa dimessa ma concretissima serietà.

Ce la farà Pietro Orsatti ad essere cronista – fra l’altro – di questo prossimo Quarantotto, di questo Sessantotto a venire, di questa (comunque vorranno chiamarla) rivoluzione? Quanto tempo gli toccherà tener duro, per arrivarci? Tre? Cinque? Venti? Si accettano scommesse.

Riccardo Orioles

(nella sala d’attesa di una stazione, 15 aprile 2011)

 

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