1967. La marcia della protesta e della speranza

di Salvo Vitale


Era domenica  5 marzo del 1967. Nella sala del Cinema Nuovo di Partanna c’era molta gente, tra questa Danilo Dolci, Lorenzo Barbera, Salvo Riela, il grande architetto Bruno Zevi, i socialisti Angelo Ganazzoli presidente dell’ESA e Simone Gatto, lo storico Michele Pantaleone, il pittore Ernesto Treccani, l’antropologo Antonino Uccello, il pedagogista e matematico Lucio Lombardo Radice, lo scrittore Carlo Levi, lo scultore palermitano Giacomo Baragli e il piccolo poeta vietnamita Vo Va Ai. .Non mancarono le adesioni di solidarietà del meglio dell’intellettualità italiana, da Renato Guttuso a Corrado Cagli. Lorenzo Barbera, nel suo intervento d’apertura fece una spietata analisi delle carenze e dell’abbandono in cui era stata lasciata la  zona delle valli del Carboi, del Belice, dello Jato, con una riforma agraria che aveva assegnato solo 1.400 lotti di 4 ettari, assolutamente insufficienti a garantire la sopravvivenza minima dei contadini, anche perché si trattava di terreni improduttivi e impervi, scarsamente dotati di case coloniche, in gran parte  prive d’acqua e luce, lontane dai centri abitati, con 103.000 analfabeti su 342.000 abitanti. 35 comuni aderirono alla manifestazione:  da Partanna a Castelvetrano, a Menfi, a Santa Margherita Belice, a Roccamena, a Partinico, a Borgetto, a Pioppo, a Monreale, sino a piazza Kalsa, a Palermo,  dove si snodarono gli interventi, quasi tutti indirizzati a sollecitare un cambiamento di rotta per una Sicilia abbandonata alla povertà e dominata dal clientelismo e dalla mafia.

In un suo reportage scritto per il giornale da lui creato, “L’idea”, Peppino Impastato racconta le varie tappe della marcia, la forte tensione morale che animava i partecipanti: “ il crescere costante della “schiera dei marciatori cui si aggiungono gruppi di gente, contadini, operai della valle del Belice. Hanno portato “pane e tumazzu” per fare colazione, durante le soste dell’estenuante marcia. Dai loro volti segnati dalle fatiche  del lavoro e dalle lunghe sofferenze traspaiono fermezza e soddisfazione: uno stato d’animo davvero sorprendente per la gente di questa zona che conosce molto da vicino la prepotenza di certi personaggi, il “bavagghiu” alla bocca e la lupara”.
Così continua l’articolo di Peppino:  “E’ una grande manifestazione popolare il cui significato si individua in due punti essenziali: condanna aperta dell’attuale classe dirigente per l’inefficienza ormai lungamente dimostrata nel risolvere i problemi più urgenti e vitali dell’isola: ferma volontà di rompere con un mondo e con una maniera di condurre la cosa pubblica, tutte cose che puzzano di marcio”.
Ancora non era scoppiato il tremendo terremoto del gennaio 1968, che avrebbe messo sotto gli occhi di tutti, eccetto che sotto quelli del governo, le terribili condizioni in cui vivevano le genti di questa parte della Sicilia Occidentale, ma già Danilo e i suoi collaboratori avevano intuito che quello era il terreno di lotta da cui partire. Gli anni successivi continueranno a vederlo al centro di un’attività frenetica per dotare questo territorio delle infrastrutture necessarie e metterlo in condizione di affacciarsi ai livelli minimi di civiltà raggiunti nel resto d’Italia.
Oggi, dopo 44 anni viene riproposta quell’esperienza della “marcia” La  sosta alla diga ci pone davanti a un momento centrale delle lotte di Danilo: prima ancora che arrivasse l’acqua  in quelle terre egli l’aveva vista rilucere e inondare con la sua fecondità tutto quello che c’era attorno. E dietro a tutto c’era l’ostinata pretesa che a gestire l’acqua ci fossero i contadini stessi che ne usufruivano. Senza intermediari e senza costi aggiuntivi. La cosa è durata sino a quando la Regione Siciliana non ci ha messo le mani, chiudendo, letteralmente, i rubinetti, sia dell’acqua che dei finanziamenti necessari per il funzionamento della distribuzione dell’acqua nelle campagne. L’acqua è oggi destinata alle necessità di Palermo e solo i destinatari dei lotti a caduta libera possono usufruirne per un mese e mezzo l’anno. Tutto questo ha comportato e sta comportando la desertificazione di un territorio che sull’agricoltura, grazie all’erogazione dell’acqua, aveva investito con coltivazioni di frutteti, agrumeti, uliveti, vigneti, ortaggi. La produzione vinicola ha raggiunto quest’anno il minimo storico, la coltivazione dell’ulivo è sempre meno redditizia per mancanza d’incentivi e per il costante lievitare dei costi di manodopera, di carburante, concimi, insetticidi, per non parlare dei mezzi e degli strumenti di lavoro, ormai privi di contributi per l’acquisto.
Non è una situazione irreversibile: basterebbe, usando il metodo di Danilo, coinvolgere la gente, spingerla a tornare in piazza, a protestare, a lottare per l’acqua come bene comune e per politiche agricole che diano la possibilità di ricavare dalla terra  lavoro, ricchezza e prodotti: invece i prezzi pagati a chi produce sono davvero ridicoli, la filiera di distribuzione nutre una serie di intermediari parassitari e spesso mafiosi, gli investimenti  in atto sono dirottati verso grandi centri commerciali e lavori che non garantiscono alcuna certezza del futuro o alcuna autonomia dalla morsa del clientelismo. La tradizionale politica di assenza dai problemi del Sud è oggi rafforzata dall’egemonia della Lega, che sta provando a dirottare al nord tutte le risorse, come del resto è stato sempre storicamente fatto. Il tutto condito con l’usuale consenso, per dirla con Danilo,verso “il dio delle zecche”, cioè l’attuale padrone d’Italia, “e i suoi accoliti”.
La manifestazione che si sta snodando per le strade della Sicilia rischia di avere solo un valore di testimonianza e di memoria se non si riempie di quelli che erano i contenuti di Danilo, ovvero”la rivoluzione”, la capacità di aggregarsi, mettersi assieme, decidere del proprio destino, liberarsi dalla cappa dei padroni del potere che utilizzano tutto e tutti solo per rafforzare il loro potere.

“Il dominio è potere malato,
cresci soltanto quando ti maturi
corresponsabile.
La gente non è suolo, ma semente.

Quando senza mirare ti agiti
La rivoluzione viene a mancare:
se raggiungi potere e la natura
dei rapporti rimane come prima,
viene tradita.

E’ conquistata ad ogni istante quando
creature si organizzano
estinguendo ogni zecca.
(Danilo Dolci)

(Peppino e Danilo Dolci alla Marcia del ’67)

 

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