Nuddu (nessuno) – i primi appunti per un nuovo libro

Uno

Rimane un segno scuro sulla fronte. La mattina. Giorni che si sommano, senza sconti. Fare i bagagli se ci si riesce. Rimane un solco, profondo, sulla fronte che neppure il sole riuscirà a distendere. “Ci facciamo vecchi”. E non è un luogo comune.
I miei libri sparsi in troppe case, i miei appunti che mi seguono come cani, fedeli. La mie mani che con il tempo iniziano a macchiarsi, che a volte mi ritrovo ad osservare, scrivendo, con stupore.
Mi sono addormentato ascoltando un vecchio disco, e non mi è bastato a cercare di fare il conto di quanto tempo è passato. Di quante idee abbiamo avuto e di quante sconfitte abbiamo subito. “Siamo rassegnati”, racconta la schiena dell’impiegata diretta a una giornata di lavoro. Rassegnarsi. Senza nessun cenno di ribellione, se non in privato, tristi parole inutili senza seguito. Poi della donna non rimane che un breve lampo nello specchietto retrovisore.
Chi si ribella paga. Con l’isolamento. Con il vuoto. Lo sappiamo tutti. Lo vediamo ogni giorno attorno a noi. Lo sentiamo dentro di noi. Meglio stare zitti. Tenendo dentro di sé la propria ribellione fino ad arrivare, con il tempo, a dimenticarla.
Sveglio da troppo poco tempo, con il telefono che vibra sul legno del comodino. Sapore metallico in bocca e la schiena in fiamme. Dimmi se c’è differenza fra un brutto incubo e questo. Che differenza c’è alle sei e mezza di mattina?

Francesco Felice posteggiò l’auto in seconda fila e scese cercando di non ascoltare la fitta di dolore che gli attraversava la schiena. Non si preoccupò dei vigili. La strada, viale alberato con da entrambe i lati discrete case residenziali degli anni Settanta, era bloccata da un doppio cordone di polizia. Si guardò un secondo attorno e poi si avvicinò stancamente al gruppetto di cronisti e fotografi tenuti a debita distanza da un paio di carabinieri poco più che adolescenti. Un cenno di saluto a Stefano Monti, un fotografo che conosceva da una vita, e poi si mise ad ascoltare le chiacchere dei colleghi. Sempre le stesse battute, sempre le stesse furbizie per cercare di capire se “la concorrenza” avesse qualche notizia in più. Il solito gioco in attesa di essere abbeverati da qualche comunicato o da un rampante portavoce, Routine di un martedì mattina romano.
Ascoltando i colleghi, Felice si arrotolava una sigaretta senza perdere d’occhio cosa stesse combinando Stefano. “Fidati sempre dei fotografi, sanno sempre se sta per succedere qualcosa o meno”. Quante volte aveva sentito quella frase. E Monti aveva l’aria di essere a caccia. Un buono scatto a 50 euro per iniziare la giornata. Valeva la pena stare attenti a quello che faceva. Lavorare in cronaca era anche questo.
“Insomma si è capito se è un suicidio o no?”. Alla domanda di una collega infreddolita e spettinata, Felice alzò lo sguardo verso il palazzo di 5 piani in cortina sbiadita circondato da un inusuale numero di personale delle forze dell’ordine. Inusuale. Come inusuale era stata la telefonata dell’ufficio stampa della questura. La questura non regalava mai nulla, meno che mai una notizia. E altrettanto strano era che gran parte di chi stava operando non fossero poliziotti ma carabinieri. E quindi la questura che c’entrava? E poi quel palazzo era strano. Osservarlo gli lasciava una sensazione indefinita. Come se ci fosse qualcosa di ambiguo e di non chiaro dietro quelle persiane abbassate.
Si accese la sigaretta. E poi si lasciò sfuggire una frase monca appena sussurrata. “Ma chi cazzo ci vive qui…”. Silenzio. “Parlano di un ufficiale dei carabinieri, un colonnello. Alteri”. Rispose la collega guardandolo stupita. “E nel resto del palazzo?”. Ancora silenzio.
“Vabbè”, si lascio sfuggire per poi allontanarsi dal cerchio di persone per andare a cercare il fotografo che nel frattempo era svanito.

Non mi piacciono queste facce. Non mi piace piú questo lavoro. Poi alle 8 di mattina non mi piace proprio niente. Sono stanco di essere stanco e disincantato. Ma a quanto pare è un vizio del mestiere e dell’età esserlo. Ma che palle questa routine. Queste attese senza senso.

“Stefano, ma chi è il morto?”. Il fotografo lo guardò sorridendo appena. “Francè, questo al limite dovresti dirlo tu a me”. Felice ridacchiò. “Non dire cazzate. Mica sono l’archivio degli sbirri. A me sto nome, Alteri, non dice nulla. Mai sentito”. Monti aggiustò il panno che proteggeva l’obiettivo dall’umidità. “C’è un maresciallo che mi ha detto che si era trasferito da poco a Roma. Prima era in Calabria. A Reggio, credo”. Felice cercò l’accendino per riaccendere il mozzicone di sigaretta che si era spento da qualche minuto. “Calabria”. Il fotografo annuì. “Del Ros?”. “Pare”.
Un pezzo da novanta, Alteri. E che fosse del Reparto operativo speciale dei carabinieri spiegava in qualche modo la soffiata della questura. La solita storia, da una vita la vedeva. Carabinieri che cercavano di fottere la polizia e polizia che cercava di dorrete carabinieri. Valeva tutto pur di mettere in difficoltà “la concorrenza. E Felice capì quanto quella storia, cronaca di un suicidio di un uomo di mezza età in un appartamento borghese romano, potesse essere complicata. Pesante. Se si iniziava da subito a smuovere la sala stampa della questura, alle sei di mattina, significava solo che si era mossa la macchina della disinformazione e della politica.
“Tutto qui?”, domandò Felice alzando ancora una volta lo sguardo verso il palazzo. “No. Il maresciallo mi ha anche detto una cosa strana. Che il colonnello si è impiccato alla spalliera del letto”. Felice aspettò qualche secondo prima di riprendere. “Seduto?”. Il fotografo annuì. “Lo hanno trovato a terra, mezzo seduto, con una corda del bucato legata alla spalliera del letto”.
“Immagino che il letto non fosse a baldacchino”. Monti rise. “E neanche su un soppalco”. “Secondo te queste cose le diranno ufficialmente?”.
“Neanche sotto tortura Francé”.
Risero. E poi rimasero in silenzio ognuno immerso nei suoi pensieri. “Mi ci fai parlare con il maresciallo amico tuo?”.
“Ci si può provare”.

Dimmi la verità pisché. Se togliessero da sta città un po’ d’amarezza, lo scudetto ce lo tojierebbe quarcuno? Ma dai, mica sto a scherzà, nun te sto a coglionà. Vabbè, lassamo sta.
Ma te ricordi quanno s’annavamo ad accattà le prime ciche a piazza Vittorio? Che fiji de na mignotta che ce stavEno. Gente che manco a Regina Coeli. Ma sa ce te dico, che a Regina Coeli ce finiscono solo i fessi. I cojoni come a me. Che me so fatto sei mesi che manco li cani. Pe’ du rote.

Mi padre me lo diceva. Augù non fa cazzate, e non finì in carcere. A Regina Coeli ce finiscono solo i cojioni. Vuoi fa la figura del fesso. Fatte beve. Da du guardie più fesse de te. Nun j’ho dato retta e so finito ar gabbio per du rote. Che manco erano pe’ me, ma per quer fijio de Carletto che c’aveva da arzà quarche scudo per uscì con quella pischella. Come se chiamava quella? Ma te la ricordì, pisé. Era bona, ma bona forte. Ma ar gabbio ce so finito io, pisé, mica Carletto. Il fesso secondo te chi è?

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