Libia e Mediterraneo. Il sangue, gli affari e un'epoca che finisce. E l'Italia prosegue nella sua strategia suicida


Di Pietro Orsatti

Sui giornali di mezzo mondo questa mattina si legge un unico giudizio su quello che sta succedendo nel Mediterraneo in queste settimane: “È finita un’epoca”. Nessuno concorda però di quale epoca si tratti. È la fine della globalizzazione? Della guerra fredda? Del neocolonialismo europeo e statunitense per il controllo delle fonti energetiche? Del colonialismo anglo francese nato dopo la caduta dell’impero Ottomano?
In realtà nessuno riesce a capire davvero cosa stia accadendo e soprattutto perché tutto stia avvenendo contemporaneamente e su un fronte ben più ampio di quello nordafricano. E la crisi libica, che si presenta come la più drammatica finora e a noi italiani più vicina, non è evidentemente l’ultima che esploderà. Di quello che sta accadendo sotterraneamente in Iran sappiamo poco e nulla, vi sono segnali di proteste e tensioni inedite anche in Iraq, lo Yemen e il Marocco sono a un passo dal baratro, continuano le proteste e gli scontri in Tunisia. E poi pensate veramente, e qui il mondo arabo non c’entra davvero nulla, che la situazione di tensione albanese sia risolta?
Di sicuro l’onda lunga e più feroce della crisi economica globale ha pesato e non poco sugli avvenimenti degli ultimi mesi. Come invece poco e nulla, finora, ha pesato il fondamentalismo islamico nonostante il tentativo di alcune organizzazioni locali di strumentalizzare le rivolte.
Quello che ha fatto da innesco a questo incendio che sta travolgendo il Mediterraneo è certamente l’informazione. Internet e soprattutto Twitter hanno giocato un ruolo fondamentale nel trasmettere e amplificare parole d’ordine, slogan, informazione. Poi i grandi network satellitari arabi hanno fatto il resto. Attraverso persino a falsi clamorosi (i bombardamenti a Tripoli e le fosse comuni risultate bufale costruite ad arte) che sia Al Jazeera e Al Arabiya hanno sfacciatamente diffuso e amplificato. Dietro questi due giganti all news non vi sono dei gruppi editoriali “indipendenti”, ma settori economicamente e politicamente “pesanti” nello scacchiere mediorientale e in particolare nell’area del Golfo. Una loro così evidente manipolazione dell’informazione per favorire e amplificare le rivolte in atto in queste settimane e in particolare per spingere gli eventi in Libia fanno capire quale sia l’atteggiamento politico (e economico/strategico) di un settore fondamentale del mondo Arabo. Via i vecchi leader e i loro armadi di scheletri, avanti a pseudo democrazie governate dalle borse petroliferi di Dubai e dalla banca dell’Oman. E stringiamo accordi veri e duraturi con quel simpaticone di Obama lasciando nel pantano l’Europa lenta e indecisa ancorata alle logiche della vecchia politica del Novecento. Questo apparentemente la posizione di chi governa realmente i petrodollari. E non stupisce, in questa logica, l’accanimento dei due network televisivi nei confronti di Gheddafi. Leader scomodo per la Lega Araba e soprattutto per i banchieri che speculano sul petrolio e il gas.
Gheddafi quindi vittima di un complotto internazionale come lui stesso denuncia? Assolutamente no. Gheddafi è vittima di se stesso. Della sua tirannia. Del suo arricchimento personale e della sua famiglia. Delle riforme promesse e mai realizzate. Di un colpi di stato che lui chiama rivoluzione. Della violenza e dell’opportunismo e ricatto continuo proposti all’occidente e all’Europa in particolare. Alla fine uno come Gheddafi serve a tutti? come è servito a suo tempo Saddam e come forse un giorno servirà Chavez se gli Stati Uniti decideranno di rioccuparsi del “cortile di casa”, l’America latina.
Quelli che rischiano di più dalla caduta di Gheddafi, però, non sono i paesi del nordafrica e meno che mai i banchieri degli Emirati. Siamo noi italiani che, dopo il popolo libico, pagheremo il prezzo più caro. Perché fin dai tempi di Agnelli, Andreotti e Craxi, il tanto pubblicamente censurato Gheddafi in privato era un partner molto, ma molto affidabile per l’Italia. Per il gas, per le industrie italiane, per le società di costruzione di opere pubbliche e per l’industria militare. E Berlusconi, in piena continuità, ha rafforzato (rendendoli stupidamente pubblici e palesi) quei rapporti innominabili. Arrivando addirittura a far entrare Gheddafi sia nel nostro sistema bancario che a farci affari personalmente (che guaio, presidente, questo conflitto di interessi mai risolto) in almeno una sua società di produzione cinematografica. Follia. Che dovrebbe farci cacciare subito a pedate il nostro presidente del consiglio ancor prima di veder cadere il leader libico.
Una follia, però, che ormai nessuno riesce a censurare. Siamo un popolo abituato ormai a tutto e di più, e chi se ne frega di un affaruccio in più di quel simpatico racconta barzellette del Cavaliere.
Ma la follia non si ferma alla politica tarocca del business più sfacciato di Berlusconi. C’è sempre un peggio al peggio. E il peggio ci viene offerto da quell’ex maestro di sci (nobile e salutare professione, ricordiamolo) che oggi siede alla Farnesina. Ieri, infatti, il nostro grazioso ministro degli Esteri ha rilasciato un’altrettanto graziosa intervista al Finacial Times. Secondo il prestigioso quotidiano, nella sua versione tedesca, Frattini si sarebbe detto “disponibile ad un nuovo governo guidato da Gheddafi o da uno dei suoi figli” perché va valutata con molta prudenza l’uscita di scena del leader libico. Con questo prezioso contributo da parte del nostro ministro degli Esteri è arrivato in Germania il nostro presidente della Repubblica che ovviamente ha dovuto fare qualche acrobazia (qualche?) per raddrizzare la situazione. Frattini ovviamente ha smentito dichiarando (come al solito fanno quasi tutti i ministro italiani imitando l’irraggiungibile premier) di essere stato mal interpretato. Ma ormai la frittata era stata fatta. E Napolitano risulterebbe, secondo indiscrezioni, vagamene furibondo. E questa è la nostra credibilità sul piano internazionale. Preferiremmo, questo il giudizio internazionale, che il bagno di sangue in Libia prosegua pur di tenere in piedi un nostro socio d’affari.

Su www.gliitaliani.it

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