La realtà sbarca a Lampedusa

Di Pietro Orsatti

È finita l’illusione delle anime belle. Di chi pensava che le rivolte che stanno travolgendo regimi e governi del Mediterraneo, da noi italiani spesso sostenuti e blanditi, rimanessero solo una notizia di taglio medio sul tg da sbirciare distrattamente fra una rivelazione di Corona e l’ultimo delirio di onnipotenza e vendetta del nostro presidente del consiglio. Il Mediterraneo in fiamme è arrivato sulle nostre spiagge. A Lampedusa e Linosa, per ora. Migliaia di disperati che scappano dalla violenza, dalle vendette, dalla fame, da una crisi globale che è l’unica faccia reale della globalizzazione. E noi, italietta ipnotizzata dalle mutande di Arcore e da un dibattito politico assolutamente irreale, siamo arrivati a questo passaggio, che perfino il lontanissimo Obama definisce “epocale”, assolutamente impreparati.
Sono tunisini. Circa cinquemila già sbarcati e altre migliaia in mare. Mare buono e decine e decine di barconi stracolmi e qualcuno non ce l’ha fatta. Affondati. Uno di certo ieri, poco al largo della costa africana, con almeno un morto. Di quello sappiamo.
E media e governo e istituzioni italiani continuano a definirli “immigrati”, sottintendendo la qualifica di “clandestini”, mentre tutti sanno e perfettamente che si tratta a tutti gli effetti di rifugiati. Questo impone la politica dei respingimenti e della criminalizzazione della disperazione voluta da questo governo e anche, meno platealmente, da chi l’ha preceduto. L’obiettivo è uno e uno solo. Il contenimento di questa umanità che spiaggia sulle nostre coste in attesa di una veloce, e possibilmente invisibile, rimozione. Perché Lampedusa scoppia, la vergogna del centro di accoglienza (o di prigionia temporanea) è chiuso e quelle migliaia di persone sui moli, in bella vista dei media e degli operatori umanitari e delle agenzie dell’Onu, non sono tollerabili. E poi tale promiscuità potrebbe consentire migliaia di richieste di asilo mandando in malora la strategia di occultamento e espulsione che è evidente che Maroni si suoi vogliono mettere in atto. Altro che dichiarazione di stato di emergenza umanitaria. Si militarizza. Mandando il prefetto di Palermo Cauruso e affidando la patata bollente a Gabrielli, il nuovo capo della protezione civile, che come prefetto de L’Aquila nel periodo del terremoto ha già ampiamente dimostrato di come sia in grado di gestire la militarizzazione di un intero territorio.
E allora ponti aerei e trasbordi forzati verso qualsiasi posto ma lontano da quei moli. Ovunque. Anche in luoghi e territori del tutto impreparati e inadeguati. E allora arrivano le richieste a molti amministratori di comuni siciliani e non per mettere a disposizione strutture che possano contenere e assistere non poche centinaia ma migliaia di persone. In aree lontane dal cuore e dagli occhi. Per facilitare una rete di contenimento e sorveglianza militare. Per nascondere. È successo e sta succedendo. Di una “richiesta” del genere sappiamo con certezza. Comune di Partinico, provincia di Palermo. Almeno 50 persone da “accogliere”. In struttura idonea. Ma idonea a che e soprattutto a chi?
Inoltre ritorna, puntuale, il caos di competenze e sovrapposizioni classici di questo paese dai tanti capi e dalle tante moltiplicazioni di cariche. Protezione civile che non comunica alle forze di polizia, forze di polizia (carabinieri e polizia etc) ognuno con la sua linea di comando e con poca disponibilità a collaborare con altri.
E si va avanti così. Anche ad Alcamo fax di richiesta analoghi a quelli arrivati a Partinico sono arrivati. Mentre si prevedono altre centinaia di sbarchi. Attendendo. Che il mare ci riporti nella realtà.

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