Finito il patriarcato di Di Pietro. De Magistris, Alfano e Cavalli scuotono l’Idv

Non naviga in buone acque Tonino Di Pietro. Il giocattolo sembra essersi rotto. Il suo giocattolo personale, ovviamente: il partito. E perde la calma, si indigna, strepita e insinua e chiama a sé i fedelissimi. Colpa della medicina olistica e Scillipoti? Colpa di chi con un salto acrobatico ha cambiato schieramento e tenuto in piedi Berlusconi? Certo che no. È per colpa di Luigi De Magistris, Sonia Alfano e Giulio Cavalli che Tonino si è quasi strozzato con il panettone.

Nell’ordine, l’ex magistrato di Why not eletto con più di duecentomila preferenze europarlamentare (in assoluto il più votato dopo Silvio Berlusconi alle scorse elezioni europee), poi la ex “grillina” dell’associazione parenti delle vittime di mafia anche lei europarlamentare battagliera e poi l’attore di Lodi minacciato dalla mafia e querelato dalla Lega che siede in consiglio regionale in Lombardia. Un bel trio di rompicoglioni e che con un seguito enorme dentro e soprattuto fuori il partito. L’Idv deve molto a loro per l’enorme crescita di consensi registrati soprattuto in occasione delle europee. Si tratta di tre nomi che hanno garantito a Di Pietro di uscire dalla strettoia del 4% e di aumentare a dismisura il potere contrattuale dell’Idv nei confronti del PD. E che dal momento della loro elezione (e probabilmente anche prima)sono stati tenuti ai margini delle decisioni di peso della direzione del partito. Anche e soprattutto per quanto riguarda due aspetti tutt’altro che marginali: alleanze e questione morale anche all’interno del partito stesso.

E proprio dalla questione morale questo terzetto è partito. Con una lettera aperta (che abbiamo pubblicato qualche giorno fa) che lascia sconcertati per chiarezza e durezza. Partendo dal caso Scillipoti & co per poi arrivare a toccare la formazione e selezione del gruppo dirigente sia sul piano nazionale che locale. Attenzione, non si tratta di un dissenso nuovo all’interno dell’Idv. È da parecchio che soprattutto a livello locale la questione è esplosa. In quasi tutte le regioni. E un passaggio della lettera non lascia dubbi. “Le ultime vergogne, come altrimenti chiamare il caso Razzi/Scilipoti, due individui che si sono venduti, quantomeno moralmente, in virtù di altri interessi rispetto alla politica e al bene pubblico, sono solo la punta di un iceberg che pian piano emerge nella realtà di questo partito. Come dimenticare lo scandaloso caso Porfidia, inquisito per fatti di camorra e ancora difeso da qualche deputato dell’Idv che parla di sacrificio a causa di “fatti privati”. E poi il fumoso Pino Arlacchi, che dopo essere stato eletto con l’Idv e solo grazie all’Idv, ha salutato tutti con un misero pretesto ed è tornato con le orecchie basse al Pd”.

Un colpo per Di Pietro e i suoi più stretti collaboratori. Collaboratori che vengono liquidati in un altro brano della lettera, forse ancora più spietato del precedente. “Per questo oggi, con questo documento condiviso, rilanciamo la necessità di una brusca virata, e chiediamo al presidente Di Pietro di rimanere indifferente al mal di mare che questa provocherà in chi, un cambiamento, non lo vuole. In chi spera che l’Idv torni un partito del 4% per poterlo amministrare come meglio crede. Seggi garantiti, candidature al sicuro, contestazioni zero. Gente, questa, che non ha più alcun contatto con la base e rimane chiusa nelle stanze del potere, cosciente che senza questa legge elettorale mai sarebbe arrivata in Parlamento e che se questa cambiasse mai più ci tornerebbe”.

Ripetiamo, a sferrare questo attacco non sono quattro gruppettari della periferia dell’Idv, ma quattro esponenti di peso. Molto peso.

Ovviamente Di Pietro non si è tirato indietro e ha risposto. Ma la sua risposta è stata di una durezza estrema, come se intendesse “irreparabile” lo strappo di chi gli chiedeva di porre la questione morale all’interno dell’Idv. «A volte chi critica è interessato a prendere lui stesso il posto di chi viene criticato». Più chiaro di così! La questione però è che mai nella lettera in questione c’è un riferimento a una possibile messa in discussione della leadership di Tonino sull’Idv. E ora, De Magistris indicato come capo di un tentativo di scalzare Di Pietro, una sorta di una congiura degli ultimi arrivati come ha tuonato, sintetizzando, il capogruppo alla Camera Massimo Donadi: “Quale autorità hanno per salire sul pulpito e vestire i panni di novelli Savonarola nei confronti di quel partito che per loro ha costruito ponti d’oro? Come ho dichiarato insieme a Leoluca Orlando e Felice Belisario in una nota apparsa oggi su il Fatto Quotidiano,  una simile uscita, tanto violenta quanto falsa, offende ed umilia decine di migliaia di attivisti e militanti e migliaia di dirigenti territoriali e nazionali. Per questo credo, che simili astrusità possono avere solo due motivazioni: o nascono da un’inscusabile ignoranza della realtà del partito, e questo mi pare poco probabile, o sono il primo passo di chi pensa di proseguire una percorso politico fuori da IDV e inizia un’opera di sistematica delegittimazione del partito nel quale militano”.

Solo che i tre non sono dei “peones”. Qui si parla, in particolare per De Magistris, della figura più rappresentativa dell’Idv dopo Di Pietro.

Viste le reazioni l’attacco di De Magistris, Alfano e Cavalli scotta. E tanto.

E ora è necessario capire cosa succederà, cosa faranno i tre (che sono in buona e numerosa compagnia e hanno rapporti forti e consolidati soprattutto con la base diffusa del partito). De Magistris non ha mai nascosto le sue simpatie per Vendola, è stato il primo a “sdoganarlo” subito dopo il voto europeo. Ora Di Pietro, dopo la sconfitta sulla sfiducia a Berlusconi e la figuraccia causatagli da Scillipoti &co, cerca insistentemente anche lui una sponda con il governatore della Puglia. Andando contro tutto quello che aveva detto e fatto fino al 13 dicembre. E infatti Vendola sembra freddino. Perché è proprio lì nella collocazione all’interno del centro sinistra che si gioca tutta la partita, e non solo la questione morale. Quasi un anno fa, aprendo il congresso dell’Idv, De Magistris aveva incendiato la platea lanciando due proposte assolutamente innovative per il partito: spostamento dell’asse verso sinistra ponendosi come collegamento fra Pd e Vendola e con un occhio di riguardo verso quest’ultimo, e questione morale. Quindi rifiuto di candidature discutibili come quella del sindaco di Salerno De Luca alle amministrative in Campania. Baci, abbracci, applausi. Sembrava la linea condivisa. E invece il giorno successivo chiare dichiarazioni di chiusura a Vendola e incoronazione di De Luca candidato a succedere a Bassolino. Da lì, e da quello che è successo dopo, bisogna partire per capire cosa sta avvenendo in queste ore.

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