Daspo, zone rosse e criminalizzazione. I precedenti dimostrano la pericolosità della proposta del governo

di Pietro Orsatti

Gli scontri di martedì scorso a Roma hanno creato una situazione di difficile gestione per il movimento degli studenti. Che, accerchiato, non riesce a prendere le distanze da chi ha condotto proprio quegli scontri e forse non riesce ancora a trovare dentro di se gli anticorpi alla violenza che è esplosa per le strade della capitale. Contemporaneamente sono emerse tentazioni da parte di maggioranza e governo di avviare una stretta senza precedenti. Tentazioni che si traducono nella ricerca di forme senza paragone in occidente nella limitazione delle libertà civili. “Conoscere preventivamente, e non sulla base di mere informative, i soggetti da tenere distanti dalla piazza, nell’interesse stesso dei manifestanti con intenzioni pacifiche”. Così il sottosegretario Mantovano annuncia di voler estendere il Daspo, il divieto di accedere alle manifestazioni sportive. Quale sia il parallelo possibile fra una partita di calcio e una manifestazione sportiva, fra movimenti di protesta e ultrà è un enigma. E comunque si creerebbe, con l’attuazione di questo tipo di provvedimento, non solo un precedente molto pericoloso, ma anche un meccanismo di emulazione da parte delle frange più violente e minoritarie dei manifestanti proprio dei meccanismi violenti da stadio.

“L’estensione del Daspo alle manifestazioni di piazza – continua il sottosegretario – permette di contare su uno strumento in più sul piano della prevenzione quando il processo si è risolto in una presa in giro; quindi di avere un di più sul piano della repressione, allorché si accerti che il Daspo è stato violato”. Quando il processo si è risolto in una presa in giro? Chi lo determina che è stato una presa in giro? Il governo? La questura? I servizi segreti? La difesa?

La proposta è talmente tanto assurda in un paese democratico, come è fino a prova contraria l’Italia, che l’idea del Daspo l’avevamo utilizzata come provocazione, in un articolo di Giuliano Rosciarelli, dopo le dichiarazioni senza freni del ministro La Russa a Anno Zero e i proclami di Alemanno, Maroni e Alfano dopo la scarcerazione dei giovani (denunciati  e non condannati per reati minori) fermati nel corso della manifestazione del 14 dicembre. Ma noi scherzavamo! Stavamo parlando per assurdo! E invece qualcuno ci deve aver preso sul serio.

E non solo Mantovano. Anche a Maroni l’idea piace, anche se vista la sua condanna per resistenza e oltraggio a pubblico ufficiale non potrebbe, secondo le regole che vorrebbe imporre, neanche andare a mangiare una salsiccia a Pontida durante la manifestazione annuale della Lega. “Valuteremo se c’è una maggioranza che sostiene questa proposta – ha detto Maroni -. Il Daspo sta funzionando molto bene dentro gli stadi, riteniamo che questo modello sia esportabile”. Complimenti. E così pure l’ex ribellista di estrema destra (qualche mese a Rebibbia proprio per accuse di violenza quando era uno dei punti di riferimento giovanili dell’estrema destra capitolina). «Non si tratta di una schedatura ma semplicemente di applicare il divieto di partecipare a manifestazioni politiche per tutti coloro che si sono macchiati di violenze in un medesimo contesto di manifestazioni – spiega Alemanno -. In questo modo si può evitare che anche persone denunciate e rimesse in libertà, pur non rimanendo in carcere, tornino a essere protagonisti pericolosi di nuove manifestazioni. Con questi chiarimenti la proposta di Mantovano mi sembra una idea valida che può aiutare a isolare i violenti senza costringere la magistratura ad eccedere in misure cautelari”.

Quindi, secondo la proposta di Mantovano, Alemanno e Maroni chiunque sia oggetto di una denuncia per violenze (che queste denuncie siano fondate o meno) perderebbe il diritto di manifestare le proprie libertà civili e politiche. Prima ancora che l’oggetto della denuncia (in questo caso la violenza) sia riconosciuta da una sentenza di colpevolezza.

La cosa più assurda è che questa proposta delirante viene fatta in nome della prevenzione di possibili atti violenti.

E non solo. Divieti di manifestazione, zone rosse, schedature, repressione “preventiva” hanno sempre ottenuto il risultato contrario. A partire dal quel famoso “giovedì nero” a Milano del 12 aprile 1973, quando il divieto di manifestazione ai militanti dell’Msi fu il preludio di una giornata di violenze e di scontri che culminarono con il lancio di una bomba a mano verso la polizia e la morte dell’agente Antonio Marino. Episodio che l’attuale ministro della difesa Ignazio La Russa dovrebbe conoscere bene visto che, per sua stessa ammissione, si trovava a protestare duramente contro il prefetto nel suo ufficio contro quel divieto che stava provocando la guerriglia per le strade di Milano proprio nel momento in cui Marino moriva.

E poi c’è il recente ricordo dei fatti di Genova che dovrebbe ancora bruciare nella memoria collettiva di questo paese.

A Alemanno, Maroni e Mantovano chiedo di andare a riguardarsi cosa accadde il 12 maggio del 1977 a Roma. Quando divieti, improvvisazione e mano libera alla parte peggiore di un’idea di ordine distorta portò alla morte di una ragazza di 19 anni che cercava di allontanarsi dal teatro di guerra che si era creato nel centro di Roma quel giorno. Una ragazza che si chiamava Giorgiana Masi, e che era andata a festeggiare l’anniversario della vittoria del referendum sul divorzio e si era ritrovata nel mezzo di una guerra. Cercata e voluta.

su Gli Italiani

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