Come cancellare un movimento. Analisi di quello che è successo il 14 dicembre

di Pietro Orsatti

Da due giorni parliamo di cortocircuito. Fra il palazzo e la piazza. Fra politica e società. Con quella coda drammatica di almeno tre ore di guerriglia urbana in pieno centro di Roma. La sensazione generale su quello che è successo è che in qualche modo si sia alimentato, strumentalmente, un senso diffuso di rabbia e frustrazione a uso e consumo di una strumentalizzazione politica. Che voleva gli studenti e i movimenti “cattivi”, la politica del governo “rigorosa e corretta”, e soprattutto coprisse lo scandaloso mercato delle vacche (su cui, ricordiamolo, c’è un fascicolo aperto in procura) sul voto parlamentare. E poi ottenere alla fine il risultato più importante: marginalizzare, e criminalizzare, la contestazione e di fatto isolare e svuotare i movimenti di protesta.

A Roma il 14 sono successe molte cose. La prima, evidente, quella di uno scatenarsi di una guerriglia urbana senza precedenti negli ultimi trent’anni davanti alle telecamere del mondo. Come a Genova nel 2001. Prova muscolare. Che poteva e doveva essere evitata. Ma che non si è voluto evitare. Perché serviva il caso e la punizione. Perché serviva ricondurre anche la protesta più esasperata nell’alveo degli schieramenti e delle dinamiche tradizionali della politica anche antagonista. In particolare verso gli studenti. Perché il movimento degli studenti, con la sua impenetrabilità anche a chi pretendeva di capirli grazie alla propria esperienza di altre storie (dagli ex disubbidienti e affini a altre organizzazioni e partiti che dei fatti di Genova furono protagonisti), hanno mantenuto una distanza stupefacente da storie “altre”. E chi pretendeva di capire infatti non ha capito. Non è riuscite a stringere relazioni, rapporti. E soprattutto non è riuscito a mettere cappelli sopra la lotta dei giovani del 2010.

A Roma c’erano infiltrati? Non sorprenderebbe nessuno. Chi erano questi infiltrati o provocatori? Alcune settimane fa a Roma, durante il voto alla riforma Gelmini alla Camera, c’era già stato un accenno a quello che si è poi visto martedì scorso. Gruppi antagonisti che con il movimento hanno poco a che fare, da un lato, che però erano presenti in piazza in maniera del tutto riconoscibile, poi gruppetti sparsi di “giovanotti” di gruppi di estrema destra che si dilettavano a creare tensione con lanci di petardi a casaccio e a tirare fuori i muscoli nell’accendersi dei momenti di tensione per poi dileguarsi velocemente. Poi qualche emulatore dei Black Bloc (e sottolineo il termine emulatori). Ma poi a gestire la piazza, le tensioni e perfino gli scontri alla fine c’erano solo loro: gli studenti.

Anche in quella occasione c’era un numero consistente di agenti in borghese nei cortei. Come martedì scorso. Consistente. Lo raccontano filmati, fotografie, testimonianze. Agenti che non hanno agito se non, come da “ingaggio”, sorvegliando e intervenendo solo quando la situazione è precipitata. Ingaggio, un termine guerresco moderno, ma che in questi giorni è più che adeguato.

Martedì scorso la situazione invece era molto più complessa. Prima di tutto si è dimostrato ancora una volta che la creazione di una “zona rossa” impenetrabile e militarizzata è di fatto un innesco devastante. Per chi vuole esasperare la situazione fino a far scoppiare gli incidenti. Chiunque esso sia. Poi che precettare un enorme massa di  uomini in divisa da altri servizi e spedirli per strada impreparati, senza attrezzatura o addirittura abbigliamento idoneo, con linee di comando differenti (questura, carabinieri e guardia di finanza), senza addestramento specifico è di una pericolosità enorme. La sequenza del finanziere a terra che estrae la pistola proprio questo ci racconta. Impreparazione, improvvisazione, linee di comando impermeabili fra loro. Da tempo i sindacati di polizia denunciano questo stato delle cose. Lo avevano fatto, proprio davanti a Montecitorio solo il giorno prima.

La “zona rossa”, il fortino inespugnabile, concentra le forze tutto in un luogo a difesa di un simbolo (ingigantendone enormemente valore e potere di attrazione). A discapito della prevenzione. Prevenzione che era indispensabile e dovuta ma non c’è stata. Perché non si lasciano a due passi dal Senato camion incustoditi di attrezzi edili. E soprattutto perché non si interviene quando i gruppi di manifestanti (o provocatori?) si organizzano per intervenire. A dimostrazione di quello che dico il pazzesco transitare su lungotevere e poi verso piazzale Flaminio del corteo. Indisturbato. Anzi, quasi favorito. Con il ripetersi di un percorso del tutto simile a quello di pochi giorni prima. Come se fosse stato già testato. E con gli scontri più violenti che scoppiano su via del Corso  esattamente come per il voto alla Camera. Tutto uguale, tutto prevedibile. E che non è stato impedito.

Non servono neppure infiltrati o provocatori davanti a uno scenario del genere. Crei un fortino assediato, lo ingigantisci, fuori dal fortino non impedisci l’organizzazione di gruppi e gruppetti, lasci il resto della città in balia degli eventi, non verifichi e rimuovi la presenza di “aiutini” come il suddetto camion di attrezzi a due passi dal Senato e poi lasci che la cosa degeneri per poi intervenire con il massimo di forza possibile. Alla fine. A giochi fatti.

Prendiamo ad esempio la figura del giovanotto con il giaccone marrone chiaro, il guanto rosso e la sciarpa bianca sospettato, anche da noi, di essere un infiltrato vista la stranezza del suo comportamento e del suo muoversi indisturbato sia fra i manifestanti che fra le forze di polizia. Oggi, questo ragazzo, si scopre essere un sedicenne già denunciato in passato. E che quando è stato bloccato, alla fine degli scontri, non solo non è stato fermato ma addirittura è stato rilasciato senza essere identificato e solo dopo le domande dei media e le foto che lo segnalavano (pubblicate sui giornali di mezzo mondo) rintracciato a casa e condotto in questura (24 ore dopo i fatti e il primo fermo non fermo). Bene questo ragazzo appare ovunque durante il racconto fotografico e video di questa giornata di follia. Con una pala, con un bastone, con una sbranga, con fumogeni, con manette e manganello di ordinanza, che prende a calci blindati, che attraversa le fila dei poliziotti senza che nessuno lo fermi. Nessuno. Lo avevano individuato tutti, manifestanti, giornalisti, fotografi. Ripeto, assolutamente indisturbato. Spesso tranquillo, assolutamente non allarmato. Così appare in molti fotogrammi. E tu non blocchi uno così che da ore sta facendo di tutto davanti a tutti? Prevenzione? Dov’è la prevenzione in tutto questo?

La questura parla di 5.000 manifestanti che hanno partecipato agli scontri. Che hanno partecipato o che sono stati coinvolti? La differenza non è da poco. Anche sui fermi: quante delle persone arrestate e oggi sotto processo per direttissima sono state coinvolte negli scontri anche contro la loro volontà? Dettagli? Non credo.

Risultati della giornata di martedì scorso? Criminalizzazione della manifestazione che, per la prima volta da anni, vedeva non solo studenti ma anche ricercatori, precari, disoccupati, terremotati, comitati anti discarica e alluvionati insieme in piazza. Poi, distogliere l’attenzione da mercato delle vacche e dalla indecorosa sceneggiata che ha messo in scena la coda del potere politico di Berlusconi. E una città devastata e una generazione che, oggi, si sente ancora più esclusa (dal lavoro, dalla società, dalla cultura e dalla politica) e frustrata. E che, temiamo, reagirà con ancora più rabbia. Fine dei giochi.

su Gli Italiani

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