Il palazzo e la piazza. Il cortocircuito della democrazia andato in scena il 14 dicembre

di Pietro Orsatti
foto di Sebastiano Gulisano

A freddo. Analizzare quello che è successo ieri sia all’interno del fortino, blindato, del potere e fuori, nelle strade di Roma, è complesso. I due eventi, la conferma della fiducia a Berlusconi e gli scontri mai così duri nella capitale da più di trent’anni, sono strettamente collegabili sia sul piano simbolico che su quello politico e sociale.
Iniziamo dal palazzo. Con una compravendita di parlamentari andata avanti fino a un attimo prima della chiamata per il voto (e qualcuno sospetta anche durante il voto stesso) Silvio Berlusconi ha garantito la sopravvivenza al proprio governo per una manciata di settimane. Quelle settimane indispensabili al premier per arrivare al voto sedendo a palazzo Chigi e quindi gestendo di fatto con il suo governo il ministero dell’Interno e imponendo la propria politica sui media come già ha di fatto annunciato che farà ieri nel tardo pomeriggio nel corso della presentazione dell’ultimo libro di Bruno Vespa. L’apertura ai moderati dell’Udc è solo fumo negli occhi. Lo sa lui e probabilmente lo sa anche Casini. Berlusconi vuole tutto e non cederà di un millimetro per aprire all’Udc. Inoltre ci sono quei sondaggi che per la prima volta da mesi vedono il Pdl riprendere quota sulla Lega. Al nord. E anche la Lega si è accorta che qualcosa non sta andando, che Berlusconi sta restringendo le distanze, recupera terreno. Da qui le dichiarazioni possibiliste di Maroni e Bossi di ieri su un possibile allargamento a Casini. Il voto per la Lega si sta trasformando in un’incognita.

da Gliitaliani.it

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