Non è ancora un Sessantotto. Per ora

di Pietro Orsatti

Non è l’Onda. Non è neanche un nuovo Sessantotto. Almeno per ora. Ma non è neppure un movimento piccolo e marginalizzabile. Soprattutto non è un  episodio. La protesta degli studenti Italiani contro la riforma Gelmini (se anche solo lontanamente è definibile così) non è più occultabile. Perché non è una protesta dei solo studenti, ma anche dei ricercatori, degli insegnanti, di chi produce e usufruisce di cultura in questo Paese. È una rivolta, quella a cui stiamo assistendo, di “sistema”. Un sistema, quello dell’istruzione, formazione e ricerca, che aveva certamente molte pecche, che doveva essere rivisto, ripensato e riformato. Ma non liquidato. Attraverso tagli e smembramenti, privatizzazioni di settori strategici per consentire nuove formule di clientelismo spacciate per esigenze di efficienza.

Non è un episodio. Ripetiamolo. Qui ci troviamo davanti a una protesta diffusa che è montata nel corso di due anni quasi clandestinamente. Che si è strutturata per canali incomprensibili sia ai media che soprattutto alla politica, che si era in parte materializzata sui tetti degli istituti di ricerca in liquidazione negli scorsi mesi e che oggi, invece, si trasferisce (moltiplicando obiettivi e bisogni) sui monumenti di mezza Italia.

Ieri il governo è andato sotto proprio sulla riforma Gelmini. Il ministro, intanto, non sembra aver capito quello che sta succedendo in tutto il Paese e continua a sciorinare battute in automatico su strumentalizzazioni e su ipotetici quattro gatti. Quattro gatti che votano, e la politica (e non la Gelmini che il giorno che spiegavano “politica” a scuola era assente) lo sa benissimo. E quindi questo saccheggio al patrimonio culturale e al futuro del Paese chiamato “riforma” alla Camera viene bloccato da “fuoco amico”. Perché quei voti un po’ arrabbiati di questi giovani che tutti davano a un futuro di solitudini e disimpegno invece ci sono. E questa generazione che si voleva suddivisa di nuovo in categorie determinate dal censo (chi ha i soldi per andare a studiare all’estero e chi no) è tornata in piazza a chiedere politica e scelte, cultura e impegno. E allora il governo va sotto. E continuerà ad andarci.

Una nota poi va fatta, dopo aver visionato decine e decine di video di quello che sta succedendo in tutto il Paese in questi giorni. Lo spropositato uso della forza da parte di uomini in divisa. Non si tratta di qualche episodio isolato. Ormai avviene ovunque. Oggi sugli studenti. Nelle settimane scorse su manifestanti in Campania e perfino pastori sardi. L’uso della forza innesca una catena di reazioni. Innesca esasperazione. E apre spazi ad altro. L’uso della forza è profondamente politico. E Maroni lo sa benissimo. Che si senta davvero responsabile d quello che sta avvenendo e che avverrà. Perché è impossibile nascondere la reale natura di così tanti episodi di uso sproporzionato di metodi repressivo delle proteste. Troppi telefonini, troppe telecamere, troppi blog e troppi filmati su Youtube.

E qui si apre anche un’altra repressione. Quale è il livello di formazione e di verifica sui comportamenti e la professionalità di chi si manda in strada a garantire l’ordine pubblico? Alcune delle scene a cui stiamo assistendo su questo aspetto non marginale ci costringono a riflettere. E a tenere gli occhi aperti.

No, non è ancora un Sessantotto. Per ora.

su Gli Italiani

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