Crisi. Napolitano convoca Fini e Schifani. E sullo sfondo la decisione della Consulta del 14 dicembre sul legittimo impedimento

di Pietro Orsatti

È la crisi. Anche se si cerca di fare muro, di negarla, di trovare un escamotage alle dimissioni del premier. Il ministro e gli altri componenti del governo di Fli si sono puntualmente dimessi. E inizia un processo inarrestabile. Che porterà inevitabilmente, prima o poi alle dimissioni di Berlusconi. Intanto il presidente della Repubblica vedrà domani pomeriggio i presidenti dei due rami del Parlamento per esaminare le scadenze dei lavori di Camera e Senato. Lo dice stamani una nota dell’ufficio stampa di Montecitorio, che riferisce anche dell’annullamento della conferenza dei capigruppo prevista per domani mattina.

“La Conferenza dei Presidenti di Gruppo di Montecitorio già convocata per domani alle ore 9 è stata rinviata in presenza di un incontro, previsto nel corso del pomeriggio di domani, tra il Presidente della Repubblica ed i Presidenti dei due rami del Parlamento dedicato all’esame delle prossime scadenze dell’attività parlamentare”, si legge nella nota. Questo sta a significare, nel linguaggio dei freddi comunicati formali, che si attendono indicazioni da Napolitano. E si prende perciò tempo per la calendarizzazione della mozione di sfiducia presentata da Pd e Idv. Che si tratti di un momento di definizione dei tempi e dei modi da parte di Napolitano con i due presidenti delle camere è confermato anche dalla notizia che anche Palazzo Madama ha annullato la sua conferenza dei capigruppo, anch’essa prevista per domani mattina.

Nel fine settimana la maggioranza delle forze politiche si era intanto detta d’accordo nel rinviare le votazioni alle due mozioni contrapposte presentate nei due rami del parlamento a dopo l’approvazione della legge di stabilità. E forse, proprio tenendo conto di queste indicazioni, è questa la principale motivazione che ha spinto il presidente della Repubblica a convocare Fini e Schifani e impedire, così, un cortocircuito istituzionale che, almeno alla luce delle recenti dichiarazioni al ritorno dal G20 in Corea, sembra interessare solo Berlusconi. Un premier che vorrebbe tenersi il Senato, a lui finora favorevole, e andare a elezioni anticipate solo per la Camera dei deputati, dove non ha più la maggioranza.

La Costituzione in realtà potrebbe consentire lo scioglimento disgiunto dei due rami del Parlamento, ma è stato messo in atto solo una volta nella storia repubblicana e solo per ragioni puramente tecniche. Nel 1963 per consentire l’allineamento delle elezioni fra palazzo Madama e Montecitorio che fino a quell’anno erano sfasate di un anno l’una dall’altra. Recentemente venne ventilata la possibilità di elezioni disgiunte dopo che Prodi non ottenne la fiducia alla Camera dei deputati. Ma l’ipotesi non venne poi presa in considerazione e si andò al voto. Oggi invece Berlusconi intende appellarsi a questo cavillo pur di non abbandonare il timone del governo.

Inoltre -è un fattore da non sottovalutare affatto per quanto riguarda la comprensione dei comportamenti del premier in questa fase di crisi – si avvicina la sentenza della Corte costituzionale sul legittimo impedimento. Il 14 dicembre è previsto il pronunciamento della Consulta. In caso di un pare negativo Berlusconi si troverebbe costretto ad affrontare da subito alcuni processi fra cui quello sul caso Mils. E non solo. È notizia di oggi che giudice dell’ottava sezione penale del Tribunale di Milano, Paolo Bernazzani, ha rigettato il ricorso di Giovanni Stabilini, coimputato di Silvio Berlusconi nella vicenda Mediatrade, secondo il quale era eccessivo il costo della consulenza svolta dalla società di revisione Kpmg. Nel ricorso si affermava che gran parte dell’attività era già stata svolta nel procedimemto principale relativo ai diritti tv di Mediaset. Per il giudice invece 1 milione e 740 mila euro corrispondono al lavoro svolto dai revisori. Il procedimento in cui Stabilini risponde di appropriazione indebita al pari del premier accusato anche di frode fiscale è fermo proprio per il legittimo impedimento. Anche questo processo, che non si stava mettendo affatto bene il premier, si riaprirebbe con conseguenze inevitabilmente esplosive.

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