"Voglio". Un patto per l'informazione

di Pietro Orsatti

“Da piccoli ci hanno insegnato che l’erba voglio non cresce nemmeno nel prato del Re e della Regina. E quante volte ci hanno sgridato. Ma io dico che non c’è niente di male a desiderare. Basta che quello che si vuole lo si sappia anche realizzare”. Così cantava Eugenio Finardi alla fine degli anni ’70. “Voglio”. Quasi un inno di una generazione che voleva cambiare. Buono anche oggi. “E voglio essere come tutti gli altri e del futuro sentirmi una parte E voglio essere come tutti gli altri e delle cose sentirmi una parte, della storia sentirmi una parate, della vita sentirmi una parte, dello Stato sentirmi una parte”.

Alla fine è proprio questo quello che ci viene negato, sottratto. Il sentirsi parte. Di una collettività, di un paese, di un racconto collettivo. È questo che ci impedisce di essere un insieme di persone e non, come ci vorrebbero, una massa di clienti. La necessità da parte dei poteri palesi e non di tenerci fuori dalle decisioni, dalla partecipazione, dal sapere. Hanno tentato, e continuano a farlo, di sottrarci spazi di informazione, incontro, scambio e partecipazione. La politica oggi è solo un oggetto di marketing, di prodotti confezionati da vendere, e non un luogo di idee. Tutto viene semplificato, ridotto a un “mi piace” come su una pagina di Facebook. Non è un caso che il pulsante “non mi piace” sul principale Social network del pianeta non sia previsto. Perché il moderno concetto di socialità è fondato solo su un principio, quello del consumo. In questa visione distorta e ridotta della società, le persone e le categorie sociali diventano solo, uniformemente, target. Bersagli.

Per questo la figura del leader è oggi l’unica che viene proposta come vincente alla politica e alla società. E si ha anche il coraggio e la presunzione di pensare questa involuzione della democrazia ridotta a consenso personale come “modernità”. Il leader è un prodotto da vendere, la cassetta di zucchine da posizionare in bella vista sul banco del mercato. Leader eletti o peggio autonominati a questo status solo perché ritenuti vendibili attraverso a un’offerta semplificata, dove lo spazio dei progetti e delle idee è solo accessorio, ornamento. Leader assoluti, a volte messianici, piccoli guru senza idee. Perché le idee non servono. Sono roba del Novecento, antiquariato sociale. E dentro questa vetrina all’incanto la parola democrazia è roba senza senso, zavorra.

I processi sociali e storici che sono, o meglio dovrebbero essere, alla base del nostro stare insieme in una comunità di eguali, non sono un valore per questi mercanti di presunta modernità.

Quel “voglio”  di trent’anni fa oggi torna ad essere importante. Un “voglio” che non può essere solo un gesto di solidarietà minimo e impersonale. Ridotto a lampo nella solitudine. A twitt sulla rete. Briciole di pensieri, di intenzioni. Non idee. Meno che mai incontro e dialogo. Oppure urlo, di slogan. Che nega l’altro, lo sovrasta, lo azzittisce. Spiana come uno schiacciasassi il pensiero, il ragionamento. Riduce lo spazio del mettersi insieme, del ragionare su cose comuni. Di progettare. Progettare desideri, definire bisogni, trovare un luogo comune per ricominciare a comunicare fra noi.

Le responsabilità da parte del mondo dell’informazione di questo svuotamento di iniziativa e di partecipazione sono enormi. Non solo in Italia, ma in maniera determinante qui nel nostro Paese. Crisi di credibilità dell’intero sistema dell’informazione, a partire dai giornali fino alla televisione. L’unico spazio concreto di libertà sembra essere la Rete. Ma anche qui il meccanismo perverso del marketing e dei grandi poli informativi e di gestione dei servizi e delle indicizzazioni nei motori di ricerca rende questa libertà aleatoria. L’accesso alla Rete, all’informazione, alla possibilità di essere protagonisti della comunicazione è solo una presunzione, un equivoco. La Rete non è il tutto. È molto, uno strumento fondamentale, un oggetto di enorme potenza, ma non si risolve tutto lì. Anzi. La Rete, con la sua presunta democrazia, in realtà è governata con regole ben più ferree e spietate da un mercato anti etico, svuotato in gran parte di ogni funzione sociale.

In Google e nelle altre grandi multinazionali del web (e ormai non solo) il potere si fonda su una dissimulazione. Grande libertà dichiarata, poco spazio di autonomia reale. Perché l’autonomia si fonda sull’autosufficienza e il libero accesso, attraverso il valore del proprio progetto posto sul mercato, a risorse economiche che garantiscano continuità e soprattutto protezione da ogni condizionamento di tipo politico o economico (che non solo in questo Paese corrispondono). Quando Google di fatto gestisce ben oltre il 50 % del mercato pubblicitario mondiale e l’80% dell’indicizzazione dei contenuti di quali spazi di libertà, di sviluppo di impresa, come è possibile parlare di stare “alla pari” sul mercato dell’informazione su Internet? Di quale marcato parliamo davanti a monopoli di fatto?

Da qui la necessità di un patto fra uguali, fra chi produce informazione (e non solo giornalisti) e chi la legge o la diffonde. Da qui l’esigenza di un’alleanza fra cittadini, prima ancora che comunicatori, per aprire una crepa nel monolite del mercato dell’informazione. Un patto per l’informazione.

Una nuova utopia, lo sappiamo, un progetto di grande ambizione. Rimescolare le carte e rimettersi in gioco ripartendo da noi stessi e dai nostri bisogni di essere liberi di informare e di essere informati. Ancor prima di mettersi a pensare nuovi modi di fare informazione e politica. Ancor prima di definirci. Perché l’informazione non è un oggetto neutro, è un diritto. E come ogni diritto è paradigma politico. Soprattutto quando viene umiliato, negato, dissimulato.

Per questo abbiamo dato avvio a questo progetto, a questo sito, all’associazione Gli Italiani, al futuro di altri oggetti di informazione che vorremmo mettere in piedi. Cercando alleanze e contaminazioni. Rimettendoci in gioco alla pari con i nostri lettori attraverso un reciproco scambio di competenze e conoscenze. Dando spazio. Fornendo spazio. Tutto questo, e non è poco. Un patto per l’informazione.

Per ricominciare a dire, con orgoglio, “voglio”.

su Gli Italiani


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