Partinico. Quella guerra annunciata. Non si faccia finta di essere sorpresi

Di Pietro Orsatti

Osservo a distanza l’evoluzione di quello che sta avvenendo a Partinico. Preoccupato. Per quella cittadina che così bene conosco, che ho imparato ad amare nonostante le tante contraddizioni. E preoccupato soprattutto per gli amici, soprattutto per Pino Maniaci e la sua famiglia e i collaboratori di TeleJato con cui ho trascorso un pezzo della mia vita che rischiano ogni giorno la vita per raccontare la nuova guerra di mafia in atto nella zona, che nuova non è.

Rileggo le cose scritte negli anni. Cercando i segnali di quello che si sta verificando oggi. E li trovo, puntualmente.

Saltato il “tappo” del “latitante di peso” Domenico Raccuglia, arrestato quasi un anno fa a Calatafimi, il calderone di Partinico è riespolso. Ma il terreno era già pronto e seminato. E quello che lascia stupefatti è la sottovalutazione. Perché tutto era già scritto, i movimenti erano già in atto. Anche il primo sangue era stato versato.

Cosa nostra a Partinico è potere. E’ sfacciata gestione di affari illeciti e non, è condizionamento. Siamo in un dei territori storicamente più esplosivi della Sicilia, dove la mafia non si è mai sommersa e ha mantenuto integra la propria forza e vocazione militare. Una mafia sofisticata e contemporaneamente barbara. Ora due o più fazioni dell’organizzazione criminale si stanno confrontando per determinare l’egemonia in questo territorio di confine fra il palermitano e il trapanese, feudo di Messina Denaro. E il confronto rischia di coinvolgere, e già lo sta facendo, un’intera comunità. Perché a Partinico si giocano partite importanti. Perché ci sono affari e equilibri che sono centrali per Cosa nostra.

Lo scrivevo 2 anni fa. Lo potrei riscrivere anche oggi. Progetti faraoinici (la Policentro tanto per fare un esempio) e zone d’ombra fra affari legali e illegali. Famiglie profondamente radicate e numerose. I “rientrati” che chiedono la loro parte. Il vecchio potere che si riconsolida dopo un periodo di strategica ritirata e di dominio di Raccuglia. Questo è il territorio di Partinico. E non si faccia finta di sorprendersi quando riesplode la guerra.

Settembre 2008

Si legge nella relazione Dia del primo semestre 2008 : «Ancora una volta è l’area partinicese, quella che maggiormente si evidenzia per la presenza di tensioni ed attriti tra le fazioni contrapposte di Partinico e Borgetto. Il 12 febbraio 2008, sono stati uccisi a Partinico, con vari colpi di pistola, in un agguato di tipico stampo mafioso, due fratelli, Riina Giuseppe e Riina Gian Paolo, imprenditori edili. Nell’occorso è rimasto ferito, colpito da un proiettile vagante, anche un operaio. Il duplice omicidio sembrerebbe la prosecuzione di una lunga scia di esecuzioni, avvenute nell’ultimo decennio, nell’ambito della cruenta lotta per la gestione del potere, in un’area ad altissimo indice mafioso. Nel passato, la contesa aveva trovato fondamento nella contrapposizione tra un gruppo, legato al vecchio reggente del locale mandamento, Filippo Nania, “braccio destro” del defunto Nenè Geraci, già componente della Commissione di Cosa Nostra, ed il sodalizio riferibile agli emergenti Vito e Leonardo Vitale (intesi Fardazza), che, negli anni ’90, riuscirono a conquistare la reggenza del mandamento stesso. In tale dimensione di scontro vanno annoverati molti altri omicidi, che hanno colpito affiliati e soggetti vicini alle due fazioni. Nel quadro storico di così precari equilibri di potere, si profila attualmente la figura del latitante Domenico Raccuglia, detto “il veterinario”, capo riconosciuto dei sodalizi di Altofonte e S.Giuseppe Jato».

È stupefacente verificare, anche grazie a relazioni come quella appena citata, come i processi di riorganizzazione di Cosa Nostra siano in atto da almeno un paio di anni e che non siano processi indolori, visto la quantità e soprattutto la qualità degli omicidi che hanno segnato questo processo. Un conflitto scatenato inizialmente dalla strategia espansiva dei Lo Piccolo e dalla risposta dei clan invece fedeli ai corleonesi.

«Dopo il disorientamento e lo sconcerto – prosegue la relazione-, oltre che una probabile flessione dell’influenza sul territorio, indotti dai recenti arresti eccellenti, è ipotizzabile che cosa nostra si farà carico di una profonda riflessione strategica, per definire più sicuri moduli strutturali ed operativi, atti ad assicurare una maggiore impermeabilità alle attività investigative nei confronti del tessuto decisionale, un rinnovato substrato di consenso e la capacità di conseguire le irrinunciabili finalità delittuose, specialmente quelle connesse alla costituzione dei patrimoni illeciti. Le investigazioni più recenti hanno certificato un forte quadro di fluidità, caratterizzato dagli spostamenti di diversi uomini d’onore da uno schieramento all’altro, dalla soppressione o dall’accorpamento di famiglie, dalla diversa definizione di zone d’influenza dei mandamenti, spesso in una logica di alleanze incerte, sicuramente esito della mancanza di elementi apicali, capaci di assicurare una vera ed efficace dirigenza della struttura criminale. Non è possibile prevedere quale potrà essere, in futuro, l’influenza su questa magmatica situazione, attualmente in fase di stagnazione, delle deliberazioni dei capi detenuti o delle nuove leve “americane”, appartenenti alle famiglie degli Inzerillo e dei Gambino, se si mantenesse e si andasse consolidando l’orientamento a consentire il loro pieno rientro nell’ambiente mafioso siciliano». Assume perciò un particolare rilievo l’operazione “Old bridge”, condotta all’inizio di febbraio 2008  dalla Polizia di Stato e dall’FBI, che ha comportato l’arresto di oltre 80 mafiosi interrompendo il progetto di riavvicinamento agli “americani” come stavano progettando i Lo Piccolo.

Ma è davvero chiusa la vicenda del rientro dei perdenti, di quelli scappati dalla “mattanza” della seconda guerra di Mafia?

A via Agesia di Siracusa nel quartiere Zen a Palermo, a metà novembre è stato scoperto dalla polizia un bunker all’interno di un appartamento. Uno stretto cunicolo largo appena un metro e lungo dieci che permetteva l’accesso ad un’area attrezzata come poligono di tiro, insonorizzata, destinata probabilmente a tenere “in allenamento” picciotti esperti in vista di chissà quale operazione e per addestrare all’uso delle armi giovani appena reclutati. A gestire il covo, dove sono state rinvenute sia droga che munizioni, Antonino Grimaldi, di 29 anni, “picciotto” dei Lo Piccolo, avanzato di grado passando da semplice pusher a fornitore di cocaina dell’intera zona.

Questa scoperta è solo l’epilogo di una serie di sequestri di armi e munizioni da parte delle forze di polizia negli ultimi mesi a testimoniare di una mafia che si sta riarmando e che cerca di supplire ai tanti arresti di “soldati” effettuati negli ultimi anni. Emerge quindi che i “rientrati”, i perdenti, si stiano riorganizzando  e procedendo all’arruolamento di giovani “picciotti”, pronti ad entrare nelle file del clan. Armati, addestrati, finanziati dallo spaccio di cocaina. Per fare fronte a chi se non ai vecchi alleati di Corleone?

E intanto continua a delinearsi il livello di penetrazione a Palermo che Salvatore Lo Piccolo e i suoi uomini avevano raggiunto negli ultimi anni. Con il terremoto esploso all’inizio di novembre 2008 attorno al Palermo Calcio. Non si tratta di scandali legati a combine o intercettazioni per arbitraggi favorevoli. Zamparini, il proprietario “eccentrico” della società sportiva conosciuto per i suoi clamorosi licenziamenti di allenatori a ripetizione, si è improvvisamente reso conto di dove è andato ad operare: ovvero la Palermo dei Lo Piccolo che, nonostante l’arresto dei due capi famiglia (Salvatore e Sandro), continuavano a fare affari milionari. Utilizzando il Palermo calcio, come emerge dalle indagini condotte dai sostituti procuratori Gaetano Paci, Domenico Gozzo, Francesco Del Bene e dall’aggiunto Alfredo Morvillo, che i canali attraverso i quali i boss arrestati il 5 novembre 2008 riciclavano il denaro di provenienza illecita per reinvestirlo nell’economia legale fossero quelli del classico settore immobiliare e delle costruzioni, fra cui una lottizzazione a Chioggia, in provincia di Venezia, per un investimento di 8 milioni di euro.

Ma al centro dell’attenzione del clan e degli affari anche l’azienda del patron Zamparini che il Lo Piccolo cercavano letteralmente di “scalare”. Fra gli arrestati, infatti, anche persone a lui strettamente vicine: Giovanni Pecoraro, ex responsabile del settore giovanile del Palermo, e Marcello Trapani, noto avvocato (difensore dello stesso boss Salvatore) nonché procuratore di diversi giovani calciatori, finiti in manette con l’accusa di concorso esterno in associazione mafiosa, estorsione aggravata e associazione mafiosa. Secondo i pm siciliani, i due intimidivano il club per conto del clan Lo Piccolo, che aveva interesse a infiltrarsi negli affari della società, nell’ambito, per esempio, del progetto di costruzione del nuovo stadio.

Il presidente del Palermo ha dichiarato a caldo: «Sia io che tutto il mio staff abbiamo sempre operato con la massima trasparenza: sono contento che da questa inchiesta della magistratura emerga con chiarezza che la Palermo calcio è una società “pulita”, amministrata da persone per bene». Figara centrale negli affari del clan sarebbe stato il legale di fiducia, l’avvocato Marcello Trapani, nominato difensore dalla famiglia Lo Piccolo dopo il loro arresto. Ma l’avvocato aveva già incontrato la famiglia mafiosa in altre occasioni, documentate dalle intercettazioni audio e video nell’abitazione e nel suo ufficio. In una di queste Trapani consegna a Calogero Lo Piccolo – il più piccolo dei figli di Salvatore, arrestato lo scorso gennaio – un giubbotto antiproiettili, oltre i “pizzini” dei capi in carcere con le indicazioni di cosa fare e di come portare avanti gli affari di famiglia.

Altra figura importante della vicenda, anche se per ora non indagato, è Rino Foschi, ex direttivo sportivo del Palermo e allontanato qualche mese fa dal focoso e intemperante presidente Zamparini. Per capire cosa stesse succedendo, e la gravità dell’infiltrazione del clan nella società, è necessario capire che ruolo coprisse il ds e in che situazione si fosse trovato grazie ai rapporti con i due personaggi arrestati. Le intercettazioni hanno consentito di capire che Trapani sarebbe stato uno degli ispiratori dell’invio, risalente al dicembre 2006, di una testa di capretto mozzata al ds rosanero. E quest’ultimo era già stato più volte oggetto di esposti anonimi concernenti la sua presunta vicinanza alla mafia. «Mi viene la pelle d’oca se ti dico quello che ho fatto per te… Un mese fa mi hanno licenziato – urla al telefono Foschi, parlando con Trapani, nell’estate 2006 – per colpa tua e di Pecoraro… Grazie a delle lettere anonime… Incredibili, sono andati da Grasso a Borrelli, a mia insaputa, mi hanno preso nel mezzo e fatto un culo come un paiolo… per sostenere che io sono in società con te e con Pecoraro». Questa l’intercettazione resa pubblica dagli inquirenti di una telefonata fra Foschi e Trapani che chiarisce anche le ragioni per cui Zamparini lo abbia allontanato dalla società.

Dopo l’estromissione di Foschi i due arrestati avrebbero tentato in più modi di rientrare in qualche modo nel circuito del Palermo Calcio. Perché, secondo quello che hanno dichiarato gli inquirenti: «L’associazione mafiosa interviene, come sempre, a mezzo dei suoi colletti bianchi, come Pecoraro e Trapani, per consentire in maniera incruenta ed apparentemente indolore la gestione di interessi criminali. In questo modo a poco a poco cercando di guastare il corpo sano della società calcistica».

Dall’indagine è emerso anche che il boss Lo Piccolo era interessato alle opere di riqualificazione del porto di Chioggia, appalto per un importo di circa 8 milioni di euro. Per questo motivo i pm della Dda di Palermo hanno disposto, in Veneto, perquisizioni negli uffici della società “Petra”, costitutita nel 2007, e nelle abitazioni di un imprenditore locale, un militare della Guardia di Finanza e un commercialista di Palermo, ritenuti prestanome del boss Lo Piccolo.

Ottobre 2008

Un nullatenente con villa fa sempre pensare. Poi, quando a questo nullatenente sparano sette colpi di pistola alle otto di sera in pieno centro del paese, e proprio nel giardino della sua “meschina” dimora con marmi, putti e fontane, qualche allarme in più comincia a suonare. Nicolò Salto, capo del mandamento di Borgetto, lo abbiamo già scritto su left, è vivo per miracolo. È vivo perché la sera del 18 ottobre a ucciderlo hanno mandato un killer al battesimo del fuoco, inesperto, che ha utilizzato un’arma (una 7.65 a tamburo o una vecchia 38 con scarsa penetrazione) inadatta a un lavoro del genere, e che al momento di sparare il colpo di grazia si è dato, invece, alla fuga. Un nullatenente fortunato. Per il resto, tutto corrisponde alle modalità dell’agguato mafioso utilizzate in questi ultimi due anni nella guerra dell’area di Partinico. Compresa la Fiat Uno (a quanto pare la preferita dal killer del terzo millennio), auto rubata a giugno a Palermo, bruciata a poche decine di metri subito dopo l’agguato. Compresa la moglie del boss ferito che non ha sentito i sette spari nonostante fosse in casa. Una guerra che ora, con un boss guardato a vista dalle forze dell’ordine nell’ospedale civico di Partinico, nessuno può negare: sette morti, due lupare bianche, centinaia di attentati incendiari, aggressioni e atti di intimidazione in due anni non erano bastati? I sette colpi al capo del mandamento di Borgetto, a quanto pare, sì.

«Il mandamento di Partinico, a differenza di altri territori di Palermo e della provincia – spiega il sostituto procuratore della Dda di Palermo Francesco Del Bene – sta vivendo da tempo un periodo di preoccupante fibrillazione. Situazione che ormai perdura almeno da un paio di anni, in particolare da quando è stato decapitato dagli arresti il clan dei Vitale con le operazioni del novembre del 2004 e dell’aprile del 2005. A seguito di questa, che potremmo definire una sconfitta del clan, c’è stata la comparsa su questo territorio di alcuni soggetti emergenti. Che hanno cercato di occupare spazi attraverso la violenza. All’iniziativa degli emergenti si è contrapposta la reazione di esponenti più tradizionali della famiglia di Vitale che ha generato la faida a cui stiamo assistendo».

Nicolò Salto, probabile capo del mandamento di Borgetto tornato in libertà nel 2007, è stato uomo di garanzia per la continuità del potere tradizionale di Cosa Nostra. Ma, ormai è evidente, è il latitante Domenico Raccuglia l’uomo “di peso”, la persona che garantisce la tradizione militare di Cosa Nostra. Uomo che, latitante proprio in questo territorio, si è avvalso con ogni probabilità proprio di Nicolò Salto per garantirsi un comodo soggiorno. E a prendere il potere in un’area svuotata di teste pensanti. «Da quello emerso dal processo conclusosi nel 2007 – prosegue Del Bene – Raccuglia è di fatto il garante del potere dei Vitale. Una sorta di supervisore. Appare evidente che ha mantenuto e mantiene in questo momento questo ruolo assolutamente prioritario nel comando del mandamento». Facendo da garante, a quanto sembra, anche con i Riina, della tenuta dei corleonesi nella zona e nel frenare militarmente gli emergenti. «Perché Domenico Raccuglia è l’uomo di continuità dei corleonesi – continua il procuratore – e ha tutta la capacità militare di imporre il proprio potere. Anche perché è latitante, anche perché è un killer, anche perché è un soggetto che ha acquisito prestigio in considerazione della lunga latitanza».

Ancora non sono chiare le motivazioni dell’agguato, anche se si sospetta che sia stato lo stesso Raccuglia a voler mandare un segnale. Una parte degli inquirenti ipotizza infatti che il boss latitante si sia convinto in questi mesi che i 73.000 euro e circa 8mila dollari rinvenuti dai carabinieri al figlio di Salto lo scorso anno, non siano solo frutto di estorsioni o racket, ma fossero una somma sottratta al bacino economico dello stesso Raccuglia. Oppure, e siamo sempre sul piano delle ipotesi, i killer venivano da Partinico, direttamente dal clan Vitale, insofferenti di essere stati posti, dall’evolversi degli equilibri interni di Cosa Nostra, sotto il comando di Nicolò Salto. Il maggiore dei rampolli del boss Vito Vitale, Leonardo, ha però un alibi perfetto: era a Parma in visita al genitore sottoposto a regime di 41bis. E soprattutto, se il clan dei Vitale ha cercato di “risolvere” l’ingombro rappresentato da Salto senza l’assenso di Raccuglia siamo davanti a un’escalation ancora più preoccupante.

Ma il quadro della riorganizzazione dei clan non si ferma qui. La rete si allarga anche a Terrasini, Cinisi e soprattutto Carini. Quest’ultimo comune e Partinico sono i centri più popolosi e commercialmente più interessanti, è qui dove si concentra l’attenzione della mafia e della sua riorganizzazione. Qui circolano “piccioli”, tanti, a fiumi. Qui comandavano i Lo Piccolo, e infatti a Carini è stata rinvenuta una parte del patrimonio illecito accumulato da Salvatore e dal figlio Sandro. A Cinisi, invece, è stato individuato il prestanome di Binnu Provenzano, Andrea Impastato, titolare di 300 milioni di euro, confiscati, e sempre in questo paese, conosciuto soprattutto per la vicenda di un altro Impastato, Peppino, animatore di Radio Aut ucciso nel 1978 su ordine di Badalamenti, è stata chiusa una pompa di benzina di proprietà di Procopio Di Maggio, il cui figlio è considerato il nuovo capo mandamento e legato, attraverso un matrimonio, al clan dei Vitale. E a Terrasini si erano insediati i Lo Piccolo per cercare di prendere il potere sul mandamento di Partinico che consideravano senza “padrone” ed entrando di conseguenza in guerra (sanguinosa) con Domenico Raccuglia. Nonostante le ondate di arresti il potere mafioso continua a tramandarsi attraverso la tradizione dell’eredità familiare, o come dice il procuratore Del Bene, «il dna mafioso non viene disperso e continua a ripresentarsi».

E Borgetto che c’entra? Perché il mandamento di questo piccolo paese alle porte di Partinico è così importante? «Difficile ipotizzare la dinamica di questa “coda” di guerra di mafia – racconta Pino Maniaci che con la sua emittente TeleJato è diventato voce della coscienza della Sicilia pulita e memoria storica di questo territorio – di fatto Borgetto è stata da sempre considerata come una sorta di zona grigia, dove la mafia riesce a occultarsi bene e a fare guadagni grazie alla presenza di centri commerciali di notevole peso, qualcuno dei quali era certamente già iscritto al libro paga della mafia e qualche altro si è iscritto da poco, ovvero “si è messo in regola”, o meglio, come dice Otello Profazio in una sua canzone, “pi amuri della vita ognunu taci e supporta la mafia in santa paci”». Un luogo, quindi, dove rifugiarsi e stringere le fila per una nuova offensiva. Ma il vero affare, il business dei business, è la Policentro di Partinico, dieci anni di “non lavori”, di ricorsi e contro ricorsi, di soldi, tanti, già spesi e di tantissimi altri da spendere ancora per una delle opere più grandi previste negli ultimi dieci in Sicilia. Futura gestione affidata a Cogest Italia, 361.311 metri quadrati di strutture artigianali, negozi, attività “polifunzionali”. Soldi per gli espropri, soldi per gli inerti, soldi per la costruzione, soldi per la gestione. Come non poteva interessare una miniera di denaro del genere alla mafia? E non solo alla mafia locale e palermitana. Già da tempo, infatti, le infiltrazioni da parte dei mandamenti trapanesi è sempre più evidente. E ora, dopo lo scioglimento del Comune di Partinico per sfiduciamento della giunta e la conseguente delibera del commissario regionale (nominato dalla Regione quando questa era governata da Totò Cuffaro) che di fatto riavvia le procedure per la realizzazione dell’opera, i “vicini” legati all’altro latitante di spicco, Matteo Messina Denaro reggente dell’intera provincia trapanese, stanno cercando un accordo (si pensa in passato grazie anche alle armi) con i “corleonesi”.

Forse gli arresti del 27 ottobre ad Alcamo vanno inseriti proprio in questo quadro di riorganizzazione, lotta anche violenta, e conseguente accordo. La procura di Palermo, infatti, ha ordinato 11 arresti e 10 avvisi di garanzia, fra i quali c’è anche Vito Turano, padre dell’attuale presidente della Provincia di Trapani Mimmo Turano, segretario provinciale dell’Udc. Turano, per anni sindaco democristiano di Alcamo, è indagato per concorso esterno in associazione mafiosa ed era già finito sotto inchiesta anni fa, in seguito alle dichiarazioni di alcuni pentiti che avevano parlato dei suoi rapporto con le cosche, la sua posizione era stata archiviata. Arrestata durante il blitz anche un’avvocatessa palermitana, Francesca Adamo, penalista del foro di Palermo. La donna è accusata di concorso esterno in associazione mafiosa e intestazione fittizia di beni. Dalle intercettazioni che hanno condotto all’azione delle forze dell’ordine, emerge il presunto coinvolgimento della professionista negli affari delle cosche mafiose trapanesi. Inoltre l’avvocato, parlando con alcuni indagati, diceva che incontrava ad Altofonte, paese alle porte di Palermo, proprio il boss latitante Domenico Raccuglia. La donna nelle intercettazioni parlava anche del capomafia Matteo Messina Denaro e di Bernardo Provenzano. Anche in questo caso in modo tale da far intendere all’interlocutore di averli personalmente incontrati. Nell’ambito dell’operazione è stata sequestrata la ditta di calcestruzzi Medicementi. Secondo gli inquirenti, l’attività sarebbe riconducibile allo storico clan alcamese dei Melodia. E infatti tra le persone arrestate, il cui elenco non è stato ancora reso interamente noto, ci sarebbe anche Ignazio Melodia, reggente della famiglia e uomo di Messina Denaro.

E mentre si attende la “risposta” del convalescente Nicolò Salto, che non si farà attendere per molto, e la riorganizzazione gerarchica nel mandamento dei Vitale in attesa del ritorno sul territorio di Michele Vitale, che scontata la pena detentiva, sarà il probabile capo del mandamento decimato dagli arresti degli scorsi anni, Cosa Nostra cerca ancora una linea di comando chiara e un accordo fra i “big” Raccuglia e Messina Denaro per spartirsi la torta degli appalti, virtuali o reali essi siano. Sempre che non ci sia qualche rampollo finito fuori controllo e pronto a un bagno di sangue come, fa temere, la recente scomparsa di numerose armi nel territorio fra cui una nove millimetri parabellum, arma micidiale e molto usata in passato dai killer di mafia.

(pagine dal libro “A schiena dritta” di Pietro Orsatti – edizioni Socialmente)

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