Romani, il primo ministro ad personam

Centocinquantaquattro giorni. Tanto è durato l’interim di Berlusconi alle attività produttive. E comunque, nonostante la nomina di ieri di Romani alla poltrona ministeriale, la situazione appare tutt’altro che risolta. Perché Romani è imprenditore televisivo, e quindi riconducibile a uno dei tanti satelliti dell’impero Mediaset, e uomo di fiducia proprio del premier non solo in ambito politico. Quindi, in qualche modo, prosegue il conflitto di interessi viste le competenze sul sistema radiotelevisive del ministero. Alcune voci, non smentite, avevano raccontato di un Giorgio Napolitano fortemente deluso da questa scelta. Anzi, sembrerebbe che la scelta di Romani fosse stata già respinta una volta dal Quirinale proprio in relazione al conflitto di interessi. La successiva lettera di Romani alla Commissione Antitrust per assicurare la sua attuale estraneità a Mediaset, accolta senza obiezioni, ha consentito la nomina. Ma i dubbi, e il gelo, fra il presidente della Repubblica e il premier rimane. Anche perché pare che anche questa volta, fuori dalle luci dei media, lo scontro sull’irritualità della nomina (Napolitano pare non si stato informato se non all’ultimo momento) non preannunciano niente di buono. Cerimonia al Quirinale del giuramento affrettata, Napolitano (per la prima volta) in ritardo, Berlusconi visibilmente nervoso. I primi segnali non sono certo quelli di un rasserenamento del clima.

A aggravare i sospetti che Romani sia di fatto un’estensione di Berlusconi e non espressione della collegialità del governo arriva anche dal calendario degli appuntamenti del neo ministro. Sarà un caso, ma il primo appuntamento di Romani è con Sky, che da mesi sta conducendo uno scontro durissimo con il gruppo Mediaset del presidente del consiglio e con la Rai, controllata sempre da Berlusconi. Ecco qui gli appuntamenti.

Alle 11,30 Mockridge amministratore delegato di Sky, poi alle 15,00 Gianluca Vidal, uno dei commissari straordinari di Eutelia e alle 17,30 Emma Marcegaglia, presidente di Confindustria. Sempre oggi, alle 18,30 Romani incontrerò Carlo Sangalli, presidente di Confcommercio, accompagnato da una delegazione di rappresentanti di Rete Imprese Italia e un’ora dopo Paolo Scaroni, amministratore delegato Eni. Domani mattina alle 9,30 sarà la volta di Fulvio Conti, amministratore delegato Enel e alle 10,15 di Flavio Cattaneo, amministratore delegato Terna.

Intanto in questi centocinquantaquattro giorni di inattività sostanziale del ministero, la crisi economica e la tensione sociale si è fortemente aggravata. Lo scontro fra sindacati, in particolare Fiom, e Fiat si è fatto durissimo, Federmeccanica ha disdetto il contratto nazionale di lavoro probabilmente cedendo sempre alle pressioni della Fiat, mai così basso il tasso di crescita industriale, disoccupazione a livelli sempre più allarmanti, ricorso sempre più diffuso alla cassa integrazione. E questo solo per sfiorare alcuni dei temi che dovrà affrontare il nuovo ministro.

Il presidente di Confindustria Marcegaglia plaude. Ma non ha molto di cui congratularsi. La crisi c’è, siamo il fanalino di coda dell’Europa nella ripresa dopo la recessione e la nostra credibilità sui mercati internazionali è letteralmente ai minimi storici.

Rassegna.it intanto fa il punto su uno dei punti cardine della crisi. I giovani. Leggiamo:

La disoccupazione giovanile in Italia ha raggiunto livelli record. Secondo l’Istituto di statistica, infatti, il dato relativo ai disoccupati italiani under 24 ha toccato l’inquietante vetta del 29,2 per cento. In soldoni, un giovane su tre nel nostro Paese si ritrova senza lavoro.

La recessione globale, dunque, a detta dell’Istat ha colpito soprattutto i più giovani, quelli che sono entrati nel mondo del lavoro da poco (e con contratti atipici) o che magari in quel mondo non sono mai riusciti ad entrare. A dare una mano a questa massa di disoccupati junior, tra l’altro, non basta nemmeno la formazione. Lo conferma un rapporto AlmaLaurea dello scorso marzo, sulla condizione dei laureati.

Secondo i dati forniti dal Consorzio Interuniversitario, infatti, la disoccupazione rispetto al 2009 è cresciuta non solo fra i laureati triennali (dal 16,5 al 22 per cento), ma anche fra i laureati magistrali, quelli che “hanno studiato di più” (5 anni): dal 14 al 21 per cento. Una tendenza drammatica, che si registra indipendentemente dal percorso di studio (anche fra quelli tradizionalmente più solidi come quelli ingegneristici) e dalla sede dove si è studiato. E si estende anche ai laureati a tre e a cinque anni dal conseguimento del titolo. Degli oltre 145mila neolaureati di 49 atenei italiani, a un anno dalla laurea, in ogni caso, lavora il solamente 48,7 per cento.

Un certo scoramento da parte dei neo-laureati italiani risulta così inevitabile. Ne dà conto “Walk on job” il bimestrale free-press sul mondo del lavoro, che ha svolto tramite il proprio sito, la pagina Facebook e le newsletter un sondaggio. Ebbene, il 64,2 per cento degli studenti che hanno risposto al questionario ritiene che l’università non prepari al lavoro. Le colpe, in parte, sono degli atenei: “Alcuni pensano che le facoltà dovrebbero indicare in modo più chiaro i possibili sbocchi professionali e insegnare a lavorare per obiettivi – si legge sulla rivista – altri lamentano l’assenza di esami ed esperienze all’interno di aziende e cantieri. Troppo poche, inoltre, le borse di studio per i master, e scarsa la visibilità data agli studenti più meritevoli”.

Davanti a questo quadro, la scelta di Paolo Romani alle Attività produttive sembra talmente debole da essere quasi peggiore del vuoto. Perché contestata e contestabile. Perché nomina tutta interna alle logiche di Palazzo Grazioli e non di Palazzo Chigi e quindi di un governo istituzionale e riconducibile al Paese e non a uno specifico cerchio ristretto di interessi imprenditoriali.

Editoriale su Gli Italiani

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