L'incrociatore Aurora, lo Stretto e il martello di Dio

Il marinaio

Mi ha svegliato il vulcano, e l’onda che tagliava il mare. Sono ancora qui, in un niente di mare. L’ultima volta era l’alba quando la mia nave abbandonò le manovre al largo della Grecia. Una corsa, con i fuochisti che quasi svenivano davanti alle bocche delle fornaci. Una corsa contro il tempo persa in partenza. Arrivammo all’inferno. La città era niente, come se un dio avesse preso un immenso martello e l’avesse schiacciata. Il terremoto, il fuoco e poi il mare che aveva livellato tutto. Mi ha svegliato la terra che si muoveva.

L’odore dei morti si appiccicava alla pelle. L’odore dei morti esaltato dal caldo di Sicilia. Scavavano tutti, donne, vecchi, bambini. Scavavano per non trovare niente. Non parlavamo la stessa lingua, non ci capivamo se non a gesti. Non importava: l’unica cosa da fare era scavare e scavare ancora, per tirare fuori un morto, poche cose spaccate, sperando in un miracolo che non arrivava e che non arrivò. La gente non piangeva, non urlava, parlava a bassa voce. Era più del dolore e del lutto. Era il martello di Dio.

E ora sono ancora qui, davanti a questo niente di mare. Guardo le due città e mi stupisco. Mi ha svegliato il mare, il vulcano e la terra che tremava.

La mia nave tornò nel Baltico, lasciando il tepore del Mediterraneo. E nel freddo di una notte di ottobre con un colpo di cannone cambiò la storia. A Messina avevamo assistito alla superiorità della natura sulla terra, a S. Pietroburgo cercammo di determinare una nuova direzione alla storia dell’uomo.
La mia nave diede il segnale. E la gente si faceva avanti, senza sparare per non distruggere quel simbolo della Madre Russia, più grande degli uomini che lo avevano sognato, pensato, costruito. Anche quel giorno la terra tremava. Era la storia che si materializzava nel gelo della spianata davanti al palazzo d’Inverno.

E ora sono sveglio, qui.

Vogliono costruire un ponte sullo stretto, lungo 3.600 metri, con due torri lanciate fra questi due mondi alte quasi mezzo chilometro. Più di tre chilometri di acciaio sospeso su questo mare. E sotto il mare la terra trema, si muove.

Un viceré spagnolo di Napoli, dopo un’eruzione del Vesuvio e migliaia di morti, al limite della città pose una lapide dove si implorava i posteri a non vivere oltre quel confine. Non lo ascoltarono. Oggi ci vivono più di 800mila persone.

Qui sullo stretto la lapide non c’è: non sarebbe dovuta servire. Eppure eccomi qui a vedere la stessa follia, la stessa sfida alla natura, la stessa arroganza. Il più grande ponte sospeso del mondo. Il più grande.
Questo è il tratto più pericoloso di questo mare di onde e terremoti e qui l’uomo vuole sospendere centinaia di migliaia di tonnellate nel vuoto, che poggiano su niente, su terra che si muove, e si muoverà. “Ormai nulla può arrestare la costruzione di questa opera”, proclama il nuovo grande edificatore di turno. “Occupazione, denaro, sviluppo”, ripete come un disco rotto. Denaro, fiumi di denaro. Denaro, potere, voti, sudditi. La storia che si ripete, inesorabile, ciclica, stratificata e ossessiva. Potere, sugli uomini, sulle cose, su Dio.

Mi ha svegliato il vulcano, e l’onda che tagliava il mare. Come un secolo fa oggi sono qui a fare da testimone. Il mio nome non ha importanza, non aveva importanza allora e non ne ha oggi. Sono solo il fantasma di un marinaio russo di una nave che è stata trasformata in un museo.
Non ho voce, non corpo, posso stare solo a guardare. Per il resto fate voi, se potete.

Il marinaio e il pulcinella escono

Musica.

Entra un uomo e avanza verso il pubblico. Lo segue una donna dall’altra parte della scena.

Uomo
C’è un luogo dove l’uomo pensa di essere esentato dal dolore, dalla morte, dalla responsabilità. E’ un luogo immaginario, dove il limite delle proprie conoscenze e della propria natura svanisce davanti all’ignoranza. Un poeta libertino francese del seicento scriveva. (Legge). Aggiungete la superbia insopportabile degli uomini, i quali sono convinti che la natura è stata fatta per loro, come se fosse verosimile che il sole, un corpo immenso, quattrocentotrenta volte più grande della terra, non fosse stato acceso che per far maturare le nespole e far diventare grossi i cavoli.

C’è un luogo dove tutti si credono immuni dalle proprie colpe. Un luogo, che Cyrano de Bergerac avrebbe chiamato politica.

Si infila una maschera

Brano dal testo teatrale Cantata D’Abbasch scritto da Pietro Orsatti

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