Ricominciare a giocare

Ci sono giorni in cui la memoria non è solo un esercizio di stile. Ci sono giorni in cui scrivere è difficile come non mai. E allora riprendere il filo di quello che si è, attraverso la ricerca di qualcosa che si pensava perduto nella propria storia, diventa l’unica cosa sensata da fare.

Prendere le cose con calma, andare piano, se è il caso fare finta di niente. Giornata di dolori, di malessere, di preoccupazioni. Tornare a casa non è un sollievo, è come precipitare in uno stato di assenza. Rimango alcuni minuti davanti alla porta, indeciso fra aprire e scendere la rampa di scale e a camminare verso un bar. Ma alla fine vince il sonno e la stanchezza, e soprattutto vincono le controindicazioni dei farmaci. Niente alcool, neanche una birra questa sera.

Strano, sto diventando prudente.

Lettere non scritte, o se scritte mai spedite.

Vorrei fermarmi ma non ne sono capace. “Non te preoccupà…”. Se solo fossi in grado di capire in quale fottuto posto mi trovo, probabilmente riuscirei a trovare la mappa dei mesi che verranno, di questo muro di tempo che non riesco ad aggirare.

Nessuno arriva a toccarmi.

Delimito lo spazio. Apro la porta. Entro. La richiudo nel buio.

Vorrei potermi incazzare con mio padre, con questo maledetto gene che, eredità inconsapevole, mi segna le ossa. Le incide, le disegna, le sbriciola.

Vorrei avere la forza di prendere un treno. Oppure di formare un numero sul telefono. Vorrei capire se è possibile fare una cosa, qualsiasi cosa, agire, andare avanti.

Rinuncio alla fuga. Comoda, desiderata, attesa. Rinuncio a darmi spazio. Rinuncio a una tregua. Non posso fermarmi. Ricomincio a contare, il mio ciclo dispari di sempre. Avevo smesso di farlo, mi ero sbagliato.

Rimango in piedi nella stanza. Immobile. Ho paura di fare rumore, di emettere un fiato, di muovere l’aria e di diventare corpo nella penombra. Corpo che non vorrei sentire. Questo è il posto.

Lancio parole nel vuoto. Maledetto mestiere. Maledetta necessità di dire, informare, comunicare. Nessuno spazio, nessun silenzio. Solo una macchina accesa che registra e riproduce. Una macchina utile e terribile, che spacca le gambe e la schiena. Come se appartenessi ad altri. Come se la mia vita fosse solo un accessorio o una parte di qualcosa di più grande.

Vorrei credere. Non ci riesco. Non conosco l’interruttore che accende la fede, non riesco a trovarlo.

Sorrido nel buio. Una nuvola di capelli che mi sfiora la faccia. Un corpo da sfiorare la mattina. Una voce. Un bagliore di sorriso fra le lenzuola calde di sonno.

Va bene. Mi sfilo la giacca e accendo la luce.

La luce fa scivolare fino allo stomaco tutti pensieri della giornata. Non ci sono dubbi, non ci sono frammenti di realtà velati.

Le carte sono tutte sul tavolo. Allungo una mano e ricomincio a giocare.

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