Calabria Ora. La storia si ripete?

di Pietro Orsatti – su Gli Italiani

La storia si ripete? Dopo Paride Leporace oggi Paolo Pollichieni? Calabria Ora, il fenomeno editoriale che ha cambiato la faccia dell’informazione in Calabria, è sempre al centro delle polemiche e delle lotte intestine nello scenario politico calabrese. Si, sembra proprio che la storia si ripeta. Come tempo fa saltò la direzione di Leporace oggi salta quella di Pollichieni. «A Corigliano arrestati i fratelli del sindaco Straface – scrive oggi su Facebook l’attuale direttore del Quotidiano della Basilicata e nostro “collaboratore” -, Misiti preoccupato delle notizie pubblicate da Pollichieni su Scopelliti, il commercialista gola profonda dei Pelle consulente del sottosegretario Sarra. Qualcuno avvisi Granata e Fini. Oppure a Roma vige l’antico adagio del passato “Le cose calabresi facciamole gestire ai calabresi”?». Se si fanno i nomi sbagliati, se si sfiora l’intreccio fra criminalità, politica e affari si rischia di “saltare”. Era già successo, succede ancora oggi.

La storia di queste due direzioni del quotidiano calabrese legato al gruppo Paese Sera sembrano, e probabilmente sono speculari. Su quella di Leporace ne scrissi diffusamente meno di un anno fa. Ecco il servizio di allora.

C’è una storia che nessuno ha raccontato fino in fondo. Si è preferito dimenticarla nel cassetto della memoria. È la storia della nascita e dei primi anni di vita di Calabria Ora, quotidiano nato ufficialmente nel marzo 2006, tuttora in edicola ma con direzione, corpus redazionale e piglio giornalistico totalmente diverso da quello proposto dal suo primo direttore, Paride Leporace, costretto in qualche modo a dimettersi e perfino a cambiare regione per continuare a lavorare, solo un anno dopo la pubblicazione del primo numero del giornale. Il clima attorno alla sua direzione, nonostante i grandi successi, mutò infatti radicalmente in brevissimo tempo, come racconta lui stesso.

«Il primo caso di ingerenza si è verificato quando uno dei due editori, Citrigno, venne condannato per usura e io pubblicai la notizia – racconta Leporace -. Poi uscì una grossa inchiesta in cui era coinvolto un politico di Forza Italia. La vicenda avveniva in un ristorante dove si incontrava tutta la politica calabrese. Uno degli editori mi chiese di non mettere il nome di questo politico in prima pagina. Io dissi che o si mettevano tutti i nomi o non si usciva proprio. Quello fu uno dei primi veri contraccolpi». E poi c’era la questione delle amicizie bipartisan degli editori che pesavano sempre di più con il montare delle inchieste di De Magistris. «Eravamo agli inizi – continua l’ex direttore – e immaginai che di lì a poco non avrei più potuto reggere la situazione. Non mi è mai stato chiesto di non intervenire e non pubblicare quello che veniva alla luce dalla Procura di Catanzaro ma conoscendo i rapporti molto stretti, di vicinanza, dei miei editori con Nicola Adamo (vicepresidente con delega al Bilancio della giunta Loriero ed esponente di spicco dei Ds proveniente dal vecchio Pci, ndr) e con vari ambienti dei Ds, era inevitabile che il giornale su quel terreno non avrebbe avuto spazio e che io avrei avuto problemi, perché anche sul centrosinistra si stava cominciando a indagare a Catanzaro».
Ma ritorniamo agli inizi della storia del giornale. Fin dalle prime uscite fu un successo sia dal punto di vista delle vendite che da quello dei consensi. Un taglio, quello offerto da Calabria Ora, assolutamente nuovo nel panorama giornalistico calabrese.

Aggressivo, puntuale, attento alla notizia, senza padroni politici. Ma il padrone c’è. È l’amministratore delegato Fausto Aquino, vicepresidente nazionale della Piccola industria con accanto Piero Citrigno, direttore generale della società editoriale Cec Sc. Nel tempo, la Cec ha acquisito due marchi importanti, storici. Quello del giornale siciliano L’Ora e quello del romano Paese Sera. Oggi, tanto per renderci conto di cosa parliamo, la società che edita Calabria Ora si chiama proprio Paese Sera.
A pochi mesi dalla prima uscita, il 6 maggio 2006, la redazione del quotidiano diretto da Leporace venne perquisita su mandato del pm di Reggio Calabria, Domenico Galletta. Il giornale aveva pubblicato a puntate la relazione, stilata da una commissione che si era insediata dopo l’omicidio di Francesco Fortugno, che portò l’Azienda sanitaria di Locri allo scioglimento per infiltrazioni mafiose. «Con la pubblicazione della relazione – racconta Leporace – c’è stato il decollo del giornale. Un paradosso, guardando la vicenda con gli occhi di oggi, è che anche per l’editore fu un momento importante. Tutti ci dicevano, al momento della presentazione del giornale, che ci avrebbero fermati proprio per il tipo di editori che avevamo». E al secondo giorno di pubblicazione, la Digos arriva in tutte le redazioni locali alla ricerca del file della relazione segreta. «Ce la siamo venduta bene quella notizia – spiega – iniziando una battaglia di libertà con una risposta anche a livello nazionale. In quel momento in molti hanno capito che facevamo sul serio».
E non lo hanno capito solo i lettori. Sempre sotto mandato della magistratura, il 4 novembre la Polizia postale notificò alla redazione e al direttore un decreto di acquisizione di tabulati telefonici e informatici relativi al traffico di posta elettronica di due indirizzi email del giornale. Di conseguenza, Leporace si rivolse alla Federazione nazionale della stampa perché venisse tutelato il diritto dovere di cronaca del suo quotidiano. E iniziarono anche le intimidazioni della criminalità organizzata. «Di sicuro, in quel momento, molti di quei poteri forti che potevano temere il nostro giornale – prosegue il giornalista – si sono dovuti confrontare con noi e con le notizie che pubblicavamo. Come quando denunciammo che in un Consiglio regionale stava per passare una norma liberticida sulla trasparenza degli atti. Anche in quel caso ci fu una “soffiata” giusta. L’abbiamo messa in prima pagina in maniera urlata, e attorno al giornale si è creato un movimento di associazioni e autorità che hanno avviato una battaglia contro il Consiglio regionale più inquisito d’Italia».

È subito dopo questa vicenda che emergono fratture fra direzione e editore. «Stavamo lavorando sul livello della collusione e alle risposte che erano state date fino a quel momento su Fortugno – prosegue l’ex direttore -. Non ci siamo mai fermati alla criminalità, al livello militare. Facemmo immediatamente una battaglia sulle collusioni. In quel momento sentivo la fiducia degli editori perché da imprenditori molto scaltri, per essere buoni, sentivano che quella era la linea che serviva a far crescere il giornale. Ma non essendo uno stupido sapevo che prima o poi qualcosa sarebbe successo». Una tempesta che lo ha portato alle inevitabili dimissioni. Ed ecco che arrivano i primi scontri, mai evidenti, sempre sotto traccia, e il clima che diventa insostenibile. È il tempo di “Why not”, delle inchieste di De Magistris, del disvelamento dell’intreccio fra affari e politica in Calabria. E Leporace è potenzialmente un pericolo, la sua indipendenza è la sua principale colpa. «Durante un famoso convegno fui letteralmente aggredito da molti colleghi. Capii che il clima era mutato e che mi stavano facendo terra bruciata attorno». Quindi le dimissioni, e il trasferimento a Potenza e la direzione del Quotidiano della Basilicata. Quasi una fuga, o meglio, un esilio.
«Sentivo che non potevo più lavorare in Calabria. Ormai ci torno solo per qualche iniziativa pubblica. È assurdo. Io non sono mai stato uno che si è andato a sedere ai tavoli del potere, ho sempre e solo cercato le notizie. Rischiando di fare la figura del cretino, non mi sarei mai aspettato una tempesta del genere».

Sullo sfondo della vicenda personale e professionale di Leporace non c’è solo l’ombra delle inchieste di De Magistris, dell’insieme di connivenze e di gruppi di potere. C’è anche il peso del caso Fortugno e delle terribili commistioni che sono emerse, non ancora del tutto, su questo omicidio. «Il presequel è questo – spiega Leporace – e nasce molto indietro nel tempo. Due famiglie, due filoni che si contrastano fin dai tempi della Democrazia cristiana, fino agli equilibri di oggi con i Filogamo approdati a Forza Italia e i Laganà alla Margherita, e poi la figura di questo brav’uomo che è Fortugno che si trova in mezzo a questa cosa. E alla fine ne diventa la vittima nei modi che conosciamo. Diciamolo alla Pasolini, io non ho le prove ma qualcuno secondo me ha promesso nella campagna elettorale precedente cose che poi non sono state rispettate. Per me rimane sempre emblematico che Cossiga a giugno disse che ci sarebbero stati omicidi eccellenti in Calabria. È qui la chiave della vicenda. Le minacce a Loriero, Loriero che va da Cossiga, e Cossiga che fa la Sibilla, e poi, puntualmente, accade ciò che aveva predetto». La criminalità organizzata, il braccio militare, che uccide il politico nel seggio delle primarie dell’Unione.

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La storia si ripete. E non a caso oggi. Non è una caso che salti Pollichieni proprio ora che riemergono gli affari, gli intrecci, le alleanze e i doppi ricatti. Come qualche anno fa. E con, spesso, gli stessi protagonisti.

La mia solidarietà, e di tutto il gruppo di lavoro de Gli Italiani, a Paolo Pollichieni. Che da direttore si è dimesso quando si è reso conto di non poter fare più il suo lavoro.

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Un pensiero riguardo “Calabria Ora. La storia si ripete?

  1. La stimo, dottor Orsatti e condivido la solidarietà ai giornalisti che hanno dovuto lasciare. Ma dal basso dei miei 20 anni, vorrei capire: il fatto che Pollichieni abbia iniziato il suo lavoro dove Leporace l’ha concluso, non è rilevante?
    Il giornalismo, in Italia, e spesso quello che controinforma tanto quanto quello che disinforma, mi fa paura.

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