Merce

Foto di Pietro Orsatti

Siamo un popolo di consumatori, non un popolo di lavoratori. Non viviamo più in una “Repubblica fondata sul lavoro”. Anche sul piano dei servizi siamo passati dallo status di cittadini/utenti a quello di clienti. Non dobbiamo pensare. Dobbiamo spendere. Non dobbiamo produrre. Dobbiamo consumare.

Ma anche i consumi si sono trasformati. Non sono più i piccoli a vendere, i piccoli commercianti e esercenti sono progressivamente cancellati dalla grande distribuzione.

La Banca D’Italia nelle sue annuali Considerazioni finali ci racconta un Paese impoverito, colpito dalla crisi ben più profondamente di quanto crediamo. Ma che continua ad essere considerato solo come un soggetto che consuma. Un Paese che deve consumare, in cui il benessere deve essere valutato solo su “quanto” consuma e non sul “come” consuma.

Andiamo a vedere questi dati.

I numeri della crisi sono impressionanti. Nel biennio 2008-09 il PIL è sceso in Italia di 6 punti e mezzo, metà di tutta la crescita che si era avuta nei dieci anni precedenti. Il reddito reale delle famiglie si è ridotto del 3,4% per cento, i consumi del 2,5. Le esportazioni sono cadute del 22%. Gli investimenti sono scesi del 16 per cento. L’incidenza della cassa integrazione sulle ore lavorate è salita al 12% alla fine del 2009. L’occupazione è diminuita dell’1,4%; il numero di ore lavorate del 3,7.

Le misure a sostegno degli intermediari finanziari hanno pesato per 3,8 punti di Pil, nella media delle altre economie del G7 (dunque la banche, sottoposte a sorveglianza di Bankitalia, non erano così autosufficienti e in buona salute, come confermala caduta dei listini). Il rapporto tra debito pubblico e Pil era diminuito di 187 punti percentuali tra il 1994 e il 2007, ma nell’ultimo biennio di recessione è aumentato di 12 punti, al 115,8%.

Le famiglie soffrono gli effetti della crisi e tagliano sempre più drasticamente i consumi, scesi ormai sui livelli di dieci anni fa. Nel 2009 – secondo la relazione annuale della Banca d’Italia presentata all’assemblea dei partecipanti – i consumi delle famiglie “hanno subito un calo significativo (-1,8% in volume)”, anche se inferiore a quello del reddito disponibile reale (-2,5%). Una flessione che “ha acuito una debolezza decennale: in termini pro-capite, la spesa si è riportata sui livelli del 1999”.

I consumi delle famiglie italiane Le decisioni di consumo, spiega il rapporto di Bankitalia, “sono state frenate dalla riduzione del reddito disponibile reale delle famiglie”, che nel 2009 ha segnato -2,5% (in termini nominali -2,7%). Alla flessione “hanno contribuito soprattutto i redditi da proprietà”, che sono diminuiti del 14,2% a prezzi correnti. Il calo dei consumi ha interessato tutti i principali comparti. Per i beni durevoli c’è stato un -3,7%, che ha portato il calo cumulato nell’ultimo biennio a oltre il 10%. La riduzione della spesa in mobili, articoli per l’arredamento ed elettrodomestici “ha più che compensato l’incremento di quella in prodotti ad alto contenuto tecnologico e in mezzi di trasporto, favorita dagli incentivi fiscali al rinnovo del parto auto”.

Calano i beni durevoli Per il terzo anno consecutivo, poi, è proseguito il calo dei consumi di beni non durevoli (-1,9% nel 2009). La tendenza negativa di questo comparto “è senza precedenti nelle serie storiche della contabilità nazionale”. Molto accentuata è stata la contrazione per alimentari e bevande (-3,5% l’anno scorso e -6,4% nell’ultimo triennio), “anche a causa del nuovo aumento dei prezzi al dettaglio, nonostante la marcata riduzione dei corsi delle materie prime”. Nel 2009, sottolinea la relazione annuale di Bankitalia, si è accentuata la flessione degli acquisti di beni semidurevoli (-5,5%), “soprattutto nella componente degli articoli di vestiario e calzature”, mentre la domanda di servizi “è diminuita in misura relativamente contenuta (-0,8%)”. Alla minore spesa in comunicazioni e in attività legate al turismo “si è contrapposto l’aumento di quella in servizi ricreativi, di trasporto e in fitti”.

La caduta del reddito La caduta del reddito disponibile reale (-2,5%) è stata determinata soprattutto dai redditi da proprietà, che si sono contratti del 14,2% a prezzi correnti, “principalmente a causa del ridimensionamento degli interessi netti affluiti alle famiglie (-43,4%)”. Sempre in termini nominali, “i redditi da lavoro autonomo, che rappresentano un quinto del totale, hanno segnato il secondo calo consecutivo (-2,4%), riconducibile alla diminuzione delle posizioni lavorative”. “Nel complesso del settore privato – conclude il rapporto di Palazzo Koch – che include famiglie e imprese, il reddito disponibile ha subito una flessione dell’1,2% in termini reali. Il calo è stato contenuto da un ridimensionamento dei dividendi distribuiti dalle aziende”.

Il cuneo fiscale sul lavoro è di circa 5 punti superiore alla media degli altri paesi dell’area dell’euro, il prelievo sui redditi da lavoro più bassi e quello sulle imprese, includendo l’Irap, sono più elevati di 6 punti.

Il valore aggiunto sommerso ammonta al 16 per cento del Pil: tra il 2005 e il 2008 il 30% della base imponibile dell’Iva è stato evaso, per un imponibile di oltre 30 miliardi l’anno, 2 punti di Pil.

La riduzione rispetto al 2008 della quota di occupati tra i giovani è stata quasi sette volte di quella osservata fra i più anziani [per i dati Istat il tasso di disoccupazione giovanile fra 15 e 24 anni ad aprile è salito al 29,5% con un aumento dell’1,4% rispetto al mese precedente e del 4,5% rispetto ad aprile 2009]. Ciò dipende tanto dalla diffusione dei contratti di lavoro a termine sia dalla contrazione delle nuove assunzioni (20%).

I salari di ingresso in termini reali ristagnano da quindici anni e questo (insieme alla disoccupazione generazionale) tende a determinare retribuzioni successive permanentemente più basse. Il tasso complessivo di disoccupazione ad aprile 2010 ha raggiunto l’8,9%, dall’8,8% di marzo [dati Istat da aprile 2009 a oggi: +307.000, 1,5%] –il dato peggiore dal quarto trimestre del 2001. L’Europa sta al 10,1% ma la differenza è colmata dai nostri ammortizzatori sociali per i soli garantiti delle aziende medio-grandi –cassa integrazione ordinaria e in deroga.

E poi c’è chi delira.

Finalmente, è finita la crisi! Anche se non ce ne accorgiamo i tecnici del Centro Studi di Confindustria prevedono un miglioramento delle stime elaborate alla fine dell’anno scorso. La correzione attuale porta ilPil previsto per il 2010 a +1,2% e a +1,6% nel 2011. Non sono proprio misure da boom economico ma di questi tempi vanno più che bene.

O chi, dopo il delirio, di qualcosa si accorge:

La manovra di Tremonti porta con sé «un elevato rischio di impatto negativo sulla crescita economica». E’ questo l’allarme lanciato nella Relazione della Corte dei Conti sul rendiconto generale dello Stato 2009, illustrata, a Roma, dai presidenti di sezione, Gian Giorgio Paleologo e Maurizio Meloni che hanno evidenziato, come conseguenza, il pericolo «di un assottigliamento degli effetti attesi sul disavanzo, soprattutto per via della flessione del gettito fiscale connessa a un più basso livello di attività economica».

Ma è così che andiamo avanti. Inadeguati. Un Paese, inconsapevole, in declino. Alla fine finisce tutto lì. Merce che consuma merce.

FONTI: BANCA D’ITALIA, ISTAT, http://www.ilsole24ore.com, http://www.milanoweb.com, http://www.appelloalpopolo.it

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