Cronisti

Striscio lungo i muri e cerco di ritrovare una dimensione alla mia follia e un luogo sicuro per la mia paura. I sogni sono dettagli insignificanti che lascio a voi, poveri mortali. Io sono una voce, una firma, la moltiplicazione di tutti i vostri desideri.

Sentite, leggete, stupitevi del mio stile e del mio coraggio. E tutta una truffa, io sono solo parzialità, solo un punto di vista e neanche il più attendibile.

Ho smesso di scrivere, di sentire il bisogno di essere le mie parole, e poi ho sentito ancora e ancora il bisogno di sentirmi esplodere l’adrenalina nei polsi. L’ho guardata sbieco mentre facevo i bagagli e poi ho chiuso gli occhi per non ritrovarmi davanti a uno specchio.


La notte è venuta su come una fucilata. Frazioni di una serata passata fra amici, odiando l’espressione idiota e saccente che mi sono incollato alla faccia, mentre parole scorrono in modo apparentemente casuale: non significa niente, non ha senso.

La guardo attraverso il tavolo, per un istante, e poi torno ad ascoltare.


Ora sono stanco. Stanco di essere solo un osservatore, un bisbiglio nella coscienza altrui. Vorrei far parte di un altro gioco, vorrei poter vivere non solo per riflesso della vita di altri e cercare di sporcarmi le mani raccontando la mia storia, senza intermediari, senza giochi di ruolo: né giudice, né giuria. Preferisco sedermi sul banco degli imputati.

La linea di confine è un segno nella nostra storia, profondo come una ferita di coltello, sanguinante come il bisogno di urlare la nostra solitudine. La linea di confine è un gesto inutile ripetuto ossessivamente, sogno inquieto dopo una sbronza, la bocca spalancata: è un mostro ghignante, dalla mascella disarticolata.

Troppa grappa ingerita per scordarsi il freddo, e la paura e l’urlo di una città impazzita: la mia città.


Ritrovare nella notte la strada di casa, raccogliere in fretta quello che resta di se stessi prima di infilare la chiave nella toppa, darsi un contegno anche se la casa è deserta. Sigarette sparse sul tavolo, una bottiglia vuota, ribaltata a terra, odore di chiuso. Vorrei svenire, non addormentarmi: una notte senza incubi, senza ansie e bruciori alla bocca dello stomaco. Stacco il telefono, mi butto sul letto e inizio a tremare.


Ma che posto è?


E’ troppo facile dedicarsi alla missione di raccontare la propria storia senza perdere un colpo, senza disgressioni, senza quelle deviazioni che spesso rappresentano l’unica cosa interessante del vivere.

Raccontare in maniera pulita, scrivere in bello stile, in modo tale da non ferire nessuno, da non provocare nessuna reazione di rigetto in un pubblico sensibile. Che si fottano!

Scrivere, di tutto, con leggerezza, senza mai essere coinvolto. E così difficile in questi tempi. Le parole sono come cristalli di ghiaccio, immobilizzati nell’aria, pesanti come macigni e leggere come un bicchiere di vino bianco, freddo, in una sera d’estate. Le giornate scivolano via piano, come colonna sonora il ritmo della città. Di questa città, delle migliaia di città che popolano i nostri peggiori incubi. Viviamo al margine delle storie altrui, attenti a cogliere sfumature, mezze frasi, impressioni. Siamo come registratori accessi e abbandonati su un tavolo, raccogliamo frasi di cui ci appropriamo, spesso indebitamente. Siamo quello che siamo, facciamo il mestiere dei narratori senza mai narrarci. Viviamo di riflessi. Siamo cronisti.

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