L’illusione Fini nasconde il vuoto di proposta a sinistra

Lo scontro fra Fini e Berlusconi, tante volte sperato e altrettante volte evitato, è andato in scena. Lo spettacolo, perché di questo si è trattato, è perfino andato oltre le più ottimistiche previsioni. Parlo ovviamente delle aspettative del mercato mediatico. I protagonisti sono riusciti a inchiodare, attraverso un’interpretazione memorabile, l’intera attenzione dei media e del pubblico. Gli ingredienti c’erano tutti. Il premier furente, il presidente della Camera che si decide dopo mesi di “dico e non dico” ad aprire il sacco, gli amici di un tempo, Gasparri, Matteoli e La Russa, che tradiscono il loro ex capo giurando fedeltà a Berlusconi, il voto di fiducia al premier dalle inquietanti connotazioni bulgare, le minacce di espulsione, perfino l’enigma dell’astensione di Pisanu. Cosa ci si poteva aspettare di più?

Ma non ci illudiamo. È stata una recita, uno spettacolo ottimamente scritto e altrettanto bene interpretato. In particolare non ci illudiamo che Fini sia stato illuminato sulla via di Damasco da un ripensamento ideologico in chiave progressista. Fini è e rimane uomo di formazione e cultura di destra. Certo di una destra più tollerabile (oggi) di quella espressa da Berlusconi. Ma non dimentichiamoci che Fini è ancora l’uomo che ha scritto con Bossi l’attuale legge sulla migrazione, e infatti lo rivendica. Come è ancora lo stesso politico che inneggiava alla linea dura nei confronti dei forum sociali al G8 di Genova. Con tutte le conseguenze che ben conosciamo. Certo, con il tempo, e dopo essere stato scavalcato a destra dalla Lega, l’uomo ha assunto toni e assorbito contenuti più moderati. Ma Fini è quello che è anche la sua storia e da persona coerente, fino a un certo punto, non lo rinnega.

Ma qui il problema non è cosa stia succedendo nel Pdl e dove si posizionerà, in futuro, se davvero porterà fino in fondo la frattura con Berlusconi, l’attuale presidente della Camera. Il problema più evidente è il lancinante vuoto di proposta dell’opposizione e in particolare del Pd. Un Pd che ha tirato un sospiro di sollievo quando è stato evidente che, almeno per ora, non si prospettano elezioni anticipate. Perché andare ora al voto, per il partito guidato da Bersani, sarebbe una catastrofe e sancirebbe, con ogni probabilità, sia la fine dalla gestione dell’attuale segretario, sia un’ulteriore erosione dei consensi alla luce del recentissimo pieno di consensi ottenuto dalla maggioranza.

Come spesso ormai ci ha abituato, il Pd corre dietro a quello che fa il Pdl (e Berlusconi in particolare) senza riuscire a trovare una sua formula e una sua proposta alternativa. E per Bersani, non lo ha neanche nascosto, le ultime evoluzioni (acrobatiche) di Fini e dei suoi hanno fatto balenare un’ennesima illusione: che i guai del Pdl possano risanare un partito in crisi di identità e di proposta fin dalla sua nascita.

“Siamo davanti a due destre diverse, ma con Fini si può ragionare”. Così il commento a caldo di ieri di Bersani dopo lo scontro fra premier e presidente della Camera. Ragionare? Ovviamente di “riforme”, specifica il segretario del Pd. Riforme? Stiamo parlando del presidenzialismo (semi e no)? Della riforma della giustizia? Del federalismo fiscale? Tutti punti e nodi dettati dalla destra. Una destra sola a cui Fini partecipa pienamente, anche se con delle dissonanze. Quando si capirà che si continuerà soltanto a vivacchiare fra una sconfitta e l’altra continuando a non “mappare” una propria identità di sinistra e correre, invece, dietro all’identità (e al calendario) degli altri?

Farsi illudere dalla “diversità” di Fini: un’altra occasione persa.

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