Maputo, l'ultimo cinema (un vecchio reportage ritrovato…)

Si tratta di un vecchio reportage del 2006 in Mozambico che ho ritrovato riordinando l’archivio. La situazione oggi è decisamente migliorata almeno per quanto riguarda il tentativo di riemergere dagli effetti della guerra e della fase post conflitto civile. Ma soprattutto sul piano sanitario e sociale la situazione continua a rimanere drammatica.


L’ultimo cinema
E` notte quando arriviamo di Maputo. Strade quasi deserte, fatiscenti, pochi passanti sui marciapiedi sbrecciati e non illuminati. Passiamo davanti all’unico cinema, non di Maputo, ma di tutto il Mozambico. Danno un film statunitense di serie B uscito dalla distribuzione un anno fa. Davanti al cinema il deserto. La strada si anima solo davanti ai locali notturni frequentati dai pochi turisti, dagli operatori delle organizzazioni delle Nazioni Unite con sede a Maputo, dalla popolazione ricca di origine portoghese e dai figli degli innumerevoli funzionari pubblici del governo mozambicano. A un’incrocio un mendicante aspetta che si diradi il traffico prima di attraversare. Si sostiene a una stampella, la gamba mozzata sopra il ginocchio. Nei giorni successivi se ne incontreranno parecchi: sono le vittime di una guerra che ha lasciato tuttora milioni di mine anti-uomo sul territorio. Campi minati che dovevano essere bonificati, secondo gli accordi di pace siglati a Roma negli anni ’90, dal governo italiano, ma che dopo anni di inspiegabili ritardi, sia nelle operazioni sul terreno che nell’erogazione dei finanziamenti sono ancora tutte sul terreno. Soldi stanziati dal nostro governo, annunciati, pubblicizzati, ma che non hanno dato nessun risultato. Nelle provincie settentrionali del paese, nei pressi dei pozzi, lungo le vie di comunicazione verso paesi confinanti come il Malawi e la Tanzania, nelle aree più frequentatate dai civili sia durante che dopo il conflitto, milioni di mine sono ancora interrate in attesa che qualcuno ci metta un piede sopra.

Benvenuti in Mozambico.

Kindlimuca in lingua locale significa “svegliatevi”. E` il nome di un’associazione di donne che nei quartieri più poveri di Maputo lavora sulla prevenzione e il sostegno alle persone colpite dal virus dell’Hiv. La guida Celia, una donna che ha perso il marito a causa dell’Aids e contemporaneamente si è ritrovata sieropositiva. Il caso del marito di Celia qui in Mozambico è tristemente famoso: è stato il primo caso di Aids accertato nel paese. “E` difficile lavorare in queste aree – racconta – dove ignoranza, mancanza di strutture, condizioni igieniche inesistenti e mancanza di fondi ogni giorno ti impediscono di operare efficacemente. Ogni strada ha i suoi ammalati, una storia diversa, una tragedia diversa. Ma dobbiamo lavorare, continuare a dare una speranza”. Una speranza che spesso non c’è e che altrettanto spesso si infrange davanti alla morte.

Il Mozambico è uno dei paesi africani più colpiti dall’Hiv. Otto milioni di persone sono stati “ufficialmente” infettati, il 19,5% della popolazione. Ma è un dato purtroppo sottostimato. Qui la situazione, infatti, è ben più grave di quanto si pensi. Moltissimi ammalati, infatti, non sono censiti per una ragione molto semplice: una larga fascia della popolazione non è registrata all’anagrafe e quindi non viene segnalata, e non si rivolge, alle strutture sanitarie. E` una delle eredità della guerra e del disastro economico, culturale e amministrativo che ha seguito il conflitto e che continua a trascinarsi ancora oggi, anche grazie alle politiche di un governo più impegnato a gestire “privatamente” il flusso di denaro proveniente dalle varie organizzazioni internazionali che a erogare servizi verso la popolazione. Tanto per dare un’idea della situazione: su otto milioni di ammalati documentati solo un milione viene assistito dalla sanità locale. Gli altri sette milioni sono abbandonati a se stessi.

Un caso simbolico di questa situazione di degrado e di inadempienza delle strutture locali ce lo indica proprio Celia, che ci accompagna fino a una piccola casa di mattoni e paglia con il tetto in lamiera di zinco, persa all’interno del reticolo di viottoli di fango di una delle township alla periferia di Maputo. Qui vive Amalia, con i suoi quattro fratelli più piccoli. I loro genitori sono morti. Il padre nel 2001, ufficialmente per tubercolosi, la madre meno di un anno dopo. Amalia non nasconde che con ogni probabilità non si è trattato di tubercolosi, ma di Aids. E allo stesso tempo racconta di non sapere se lei e i suoi fratelli siano o meno infettati dall’Hiv. Non hanno i soldi per curarasi o per fare analisi, come non li avevano i loro genitori. Eppure tutti sospettano che dietro ci sia la SIDA, la sigla locale dell’Aids: lo spettro del contaggio li ha ulteriormente emarginati. Amici e vicini di casa li hanno abbandonati a se stessi, isolandoli. Gli unici sostegni, più morali che sostanziali vista la mancanza di fondi, li ricevono dall’associazione Kindlimuca. Nessuno di loro è registrato all’anagrafe, non hanno documenti, non parlano neppure il portoghese, lingua ufficiale del Mozambico, ma solo un dialetto locale. In pratica non esistono: i bambini non vanno scuola, quando si ammalano non si rivolgono alle strutture sanitarie, nessuno li tutela.

Nello stesso quartiere, a poche centinaia di metri di distanza, vive una coppia che invece sa esattamente di che cosa sta morendo. Sono tutti e due, moglie e marito, colpiti da Aids, il loro figlio più piccolo è in condizioni disperate. La donna è una privilegiata. Grazie all’aiuto delle associazioni locali è riuscita ad avere accesso ai farmaci retrovirali. Il marito, invece, è gravemente debilitato, ha perso il lavoro, non riesce più a mantenere la sua famiglia. In pratica sta solo aspettando che una qualsiasi infezione o una polmonite se lo porti via. Lo racconta traquillamente, abbracciando il bambino ammalato, le piaghe di un’infezione che segnano la testa. Vivono in cinque in una baracca totalmente spoglia: gli unici oggetti, oltre a poche stuoie stese sulla terra battuta, sono due contenitori di latta arruginiti riadattati a contenitori per acqua e cibo: “Dono del governo Usa.”. Un ricordo degli aiuti alimentari che raggiungevano Maputo durante la guerra.

Ci raggiungono due giovani volontarie di una delle Ong locali. Operano nel quartiere casa per casa, assistendo i casi più gravi, aiutando gli abitanti nel dedalo di pratiche burocratiche indispensabili all’accesso alle cure sanitarie, formando gli abitanti del quartiere su elementari pratiche igieniche per evitare il contaggio o l’aggravarsi delle infezioni. Ogni giorno chilometri e chilometri a piedi nella rete di vicoli della township. “Sembra un paradosso dice una delle due sorridendo – ma a volte basterebbe pochissimo per migliorare il nostro intervento. Basterebbe avere un mezzo di trasporto. Per portare viveri, medicinali, materiale. Per portare in ospedale chi è più grave. Quante persone in più potremmo raggiungere con una macchina? Qui non arrivano le ambulanze, qui non passa nessun medico o ufficiale sanitario. In mezzo a questa gente, la nostra gente, ci siamo solo noi”.

“Quello che è successo è molto semplice racconta Roberto Luis, direttore di ActionAid International Mozambico – il conflitto ha causato milioni di profughi. La gente fuggiva, fra la fine degli anni ’80 e i primi anni ’90, verso paesi confinanti come il Sud Africa, il Malawi e la Tanzania dove il virus era già presente da tempo. Nei campi profughi, o nelle zone povere delle città dove si è rifugiata tutta questa gente, la promiscuità, la mancanza di strutture igieniche e sanitarie e la mancanza di informazioni hanno creato un cocktail micidiale di fattori che hanno facilitato le infezioni. Alla fine del conflitto, con il rientro in patria, le condizioni di diffusione sono state facilitate dalla situazione esplosiva di disagio e disgregazione sociale creata dalla guerra. L’espansione dell’epidemia è stata immediata”. “A questa situazione – prosegue Luis – non è facile fare fronte. Ci sono più di otto milioni di ammalati nel paese, gran parte del Mozambico è ancora privo di ogni forma di struttura sanitaria. Ong come ActionAid possono sì lavorare sulla SIDA come stiamo facendo, ma solo nel settore della prevenzione e dell’educazione e del sostegno, non certo sull’assistenza. Qui sono necessari interventi strutturali profondi, Sono necessarie delle politiche concrete di intervento, che vanno ben oltre alle campagne di prevenzione”.

Se il problema dell’Aids assume contorni allarmanti nelle aree urbane, ben poco si sa invece di quello che sta succedendo nelle aree rurali, quelle più duramente colpite dal conflitto, dove si sono svolte migrazioni interne ed esterne molto consistenti di grandi fasce della popolazione, dove le già minime infrastrutture precedenti al conflitto sono state completamente cancellate da più di sei anni di feroci combattimenti. Ad esempio, nella zona di Manhica, a poche decine di chilometri della capitale, esistevano fino a pochi anni fa due campi profughi, uno destinato ai sudafricani e l’altro alla popolazione locale. Per sei anni la zona è stata teatro di una feroce guerriglia, di ruberie, assalti. Molte aree erano minate. I profughi transitavano qui per pochi mesi, a volte solo per alcuni giorni. Andavano e venivano da e per il Sud Africa. Non è un caso che proprio una delle aree più colpite dal virus nella regione, insieme alla tubercolosi e alla malaria, sia proprio questa.

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