La trattativa con Cosa nostra secondo Ciancimino

Vito Ciancimino col figlio Massimo 1di Pietro Orsatti

Dal racconto che fa Massimo Ciancimino della vita di suo padre, dell’ex sindaco di Palermo, emerge un dato di grande importanza per interpretare la storia siciliana e italiana. Sarebbero esistiti fin dagli anni ’70 rapporti continui fra pezzi importanti della politica nazionale, uomini dei servizi e i capi di Cosa nostra. E al centro di questo intreccio vi erano alcuni uomini, fra cui lo stesso Vito Ciancimino. Nella puntata precedente (pubblicata su Terra) di questa ricostruzione delle versioni fornite da Massimo Ciancimino ai magistrati in più di un anno e mezzo di interrogatori, si vede il potente Vito entrare direttamente come intermediario, anche se laterale, in vicende centrali per la storia del nostro Paese: il caso Moro, la strage di Ustica, l’omicidio di Piersanti Mattarrella. E si nota anche come, con l’andar del tempo e con il progressivo deteriorarsi dell’immagine dell’ex sindaco (il primo arresto, le inchieste, le voci di stampa), Vito Ciancimino venisse messo a lato, continuando ad avere un ruolo ma non più di comando.
La forza di Ciancimino è e rimane comunque quella di avere, da sempre, un rapporto continuo ed univoco con Bernardo Provenzano. L’insistere da parte di Massimo Ciancimino su questo dettaglio è fondamentale per capire un dato che diventerà di importanza assoluta per capire sia la dinamica delle stagioni delle stragi del 1992/93, sia per districarsi nell’affaire della trattativa fra Stato e mafia. Bernardo Provenzano e Totò Riina hanno due linee e due approcci differenti, come due linee e due referenti diversi hanno Vito Ciancimino e l’andreottiano Salvo Lima. Lima che, secondo Ciancimino, è il canale diretto per Toto Riina.
Immediatamente dopo la strage di Capaci, anche se ormai marginalizzato, Vito Ciancimino ritorna ad essere fondamentale per riaprire un dialogo con Cosa nostra e interrompere la fase stragista che rischia di mettere a repentaglio decenni di equilibri di potere. Lima è stato ucciso pochi mesi primi, l’unico canale è l’ex sindaco. E qui i ricordi di Massimo Ciancimino si fanno chiari perché è lui protagonista del primo contatto. Secondo il racconto fatto ai magistrati, Massimo viene avvicinato, infatti, su un volo Palermo Roma dal capitano Di Donno dei Ros dei carabinieri e convinto a farsi tramite verso il padre per avviare una sorta di trattativa. Una sorta di pax in cambio della consegna di super latitanti del calibro di Totò Riina, apprenderemo poi. Contemporaneamente Antonino Cinà, medico ma organico a Cosa nostra e coimputato nel processo Dell’Utri, sta facendo invece da tramite sempre per una presunta trattativa (il famoso «si sono fatti sotto» attribuita al capo della cupola) con Totò Riina. I due momenti coincidono, e Ciancimino è chiamato a quella che i pm nell’interrogatorio al figlio definiscono una sorta di «consulenza».
Andiamo al racconto dell’intreccio politico mafioso descritto da Ciancimino. De Donno è uomo dell’allora colonnello dei Ros Mario Mori (attualmente i due sono sotto preocesso per aver favorito la mancata cattura di Provenzano nel 1995). Il primo contatto, ricordiamolo, avviene nel periodo che intercorre fra la strage di Capaci e quella di via D’Amelio. E avviene dopo che, da anni, Ciancimino ha allacciato una relazione di collaborazione con i servizi e in particolare con un fantomatico “signor Franco” (che a volte viene anche chiamato “signor Bruno”). «Ho sempre detto che mio padre da queste cose, sì, anche per un senso di schifo che aveva provato per tutto ma ne voleva trarre qualche minimo vantaggio, non pensava mai minimamente che questo potesse avvenire solo attraverso il Capitano De Donno e il Colonnello Mori – racconta ai pm Massimo Ciancimino -. Come ho già detto nei precedenti interrogatori ancor prima di iniziare la così detta trattativa mio padre aveva chiesto al signor Franco (l’uomo dei servizi, ndr) se era il caso e al signor Lo Verde (sotto questo nome si nascondeva Bernardo Brovenzano, ndr) se era il caso di ricevere il Colonnello e il Capitano». Avuta rassicurazione sia dall’uomo dei servizi che, a quanto si capisce, anche da Provenzano, Ciancimino si appresta a «mandare avanti questa trattativa». Da uomo accorto Ciancimino chiede al “signor Franco” se altri personaggi fossero a conoscenza della possibile trattativa. «Alla domanda di mio padre, (…) gli era stato riferito che di tutta la situazione erano a conoscenza sia l’Onorevole Mancino (Nicola Mancino, appena nominato ministro dell’Interno e attuale vicepresidente del Csm, ndr) che l’Onorevole Rognoni (Virginio Rognoni, all’epoca ministro della Difesa, ndr). Mi ricordo bene questa situazione perché mio padre di questo rimase un po’ deluso in quanto lui riteneva l’uomo chiave che potesse in quel momento storico dare un contributo, contributo positivo all’esito delle sue situazioni processuali, (sarebbe stato) l’Onorevole Violante (all’epoca presidente della commissione parlamentare Antimafia), difatti più volte chiese se era.. se non si riusciva a coinvolgere l’Onorevole Violante. (…) Non gli fu mai detto di un coinvolgimento dell’Onorevole Violante, ma (il signor Franco, ndr) disse soltanto di fidarsi (e di avere) come referenti l’Onorevole Rognoni e l’Onorevole Mancino». Questo dato, questo insistere in particolare su Nicola Mancino come referente informato, fa nascere innumerevoli dubbi. In particolare su quali furono le motivazioni reali, dopo la strage di Capaci, di una seconda strage così ravvicinata per uccidere anche Paolo Borsellino.
Emerge dal racconto di Massimo Ciancimino un altro elemento che ci consente di dare un’altra chiave di lettura alla storia degli ultimi vent’anni della Repubblica. Della possibile trattativa viene informato anche Totò Riina, attraverso Cinà, e questi presenta il cosiddetto “papello”, il foglio con richieste del gotha di Cosa nostra allo Stato. Richieste che Vito Ciancimino reputa, fina da subito, non recepibili se non una provocazione di un capo mafia che ormai si sente intoccabile, vincente, onnipotente. A questo punto, attraverso Bernardo Provenzano, si innescherebbe la vera trattativa, il cui prezzo sarebbe stata la cattura di vari boss fra cui l’arresto di Totò Riina. E Massimo Ciancimino spiega come sarebbe stato proprio suo padre, in collaborazione e probabilmente su indicazioni precise di Provenzano, a indicare come catturare il cosiddetto “capo dei capi”. Indicazioni fornite ai Ros di Mori che, infatti, il 15 gennaio del 1993 arrestarono Riina.
È a questo punto che Vito Ciancimino, dopo essersi esposto sia sul versante di Cosa nostra che su quello dei servizi e dei Ros, si trova ad essere scavalcato e rimosso. E secondo Massimo Ciancimino a subentrare all’ex sindaco, ormai “bruciato” e da lì a poco arrestato, sopraggiunge l’attuale senatore del Pdl Marcello dell’Utri, all’epoca capo di Publitalia e impegnato nella costruzione di Forza Italia: è il ’93. Il particolare emerge dall’interrogatorio del 9 luglio del 2008, quando Massimo Ciancimino racconta proprio della cattura del boss Totò Riina e di come suo padre cavalcando il malcontento di Provenzano verso la politica stragista del boss corleonese, fosse stato convinto a «consegnare» il latitante. Un’informazione che l’ex sindaco riferì ai carabinieri. E proprio nell’ultima fase della trattativa, nonostante il contributo fornito da don Vito, che l’ex sindaco Dc sarebbe stato sostituito da un altro soggetto. «Da qualcuno che l’aveva scavalcato?» chiede il pm al teste. Massimo Ciancimino annuisce e a domanda del magistrato risponde: «Mio padre disse che Marcello Dell’Utri poteva essere l’unico che poteva gestire una situazione simile secondo lui, dice poi per quanto ne sono a conoscenza io, di altri cavalli vincenti che possono garantire rapporti». Una convinzione che sarebbe stata più di un’ipotesi per il teste: «tant’è – prosegue – che lui (Ciancimino n.d.r.) una volta pure tentò di agganciare Dell’Utri perché voleva parlargli, poi non se ne fece più niente perché Dell’Utri aveva paura di incontrare mio padre». E mentre si aspettano gli altri verbali degli interrogatori di Ciancimino ancora non depositati, va in scena a Palermo proprio la fase conclusiva del processo d’appello al senatore Pdl.

(2/2 fine)

NOTA: questa seconda puntata del servizio dedicato all’analisi delle dichiarazioni ai pm di Massimo Ciancimino per ragioni amministrative non è stato e non sarà pubblicato sul quotidiano Terra

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3 pensieri riguardo “La trattativa con Cosa nostra secondo Ciancimino

  1. L’ATTENDIBILITA’ DI SPATUZZA E CIANCIMINO

    Come non possono essere più che attendibili Gaspare Spatuzza o Ciancimino quando fanno il nome di Silvio Berlusconi, un personaggio dal torbido passato, amico per la pelle di un certo Dell’Utri condannato a nove anni per associazione mafiosa, interdizione perpetua dai pubblici uffizi e a due anni di libertà vigilata. Come possono i rappresentanti di questa maggioranza avere rimosso il nome di Vittorio Mangano, boss mafioso, alle dipendenze del nostro Primo Ministro, definito “un eroe” dallo stesso Dell’Utri e dal Presidente del Consiglio nonché dal silenzio assordante di tutta la corte forzista? Come dimenticarsi del sostegno politico ad un certo Casentino per la presidenza alla regione Campania? E mi fermo qui. Basterebbe questo per rendere assolutamente credibili le dichiarazioni di Spatuzza, l’attendibilità del quale, è possibile ricavare dalle stesse considerazione che, Concita De Gregorio, ha esposto con assoluta chiarezza nel suo articolo “Il metodo è questo”- da l’Unità del 5 dicembre.
    <> dice il Premier – dichiarazione degna di un più che scaltro apprendista muratore della contraffazione della verità – non solo negare l’evidenza, ma stravolgerla a tal punto e, in maniera così subdola e diabolica, da rivoltarla completamente trasformando le vittime in carnefici. Agli italiani direi, che non c’è peggiore sordo di chi non vuole sentire, ma ahimè!, alla fine arriverà il conto e, tutti, dovranno pagarlo – anche i non udenti -.
    Ciò che trovo veramente sconcertante in tutta questa tragedia italiana è come si possa, per così lungo tempo, avere raggirato il popolo italiano speculando sulle loro debolezze e fragilità e facendo leva sui loro istinti peggiori; senza alcun rimorso, e senza alcuna pietà. Questo è l’atteggiamento di un uomo estremamente solo, che si agita in maniera scomposta, dentro il vuoto di uno smarrimento angosciante e agghiacciante; un’analfabeta della vita che, per un oscuro retaggio adolescenziale, ha smarrito la ragione e si avvia verso la follia.

    Gianni tirelli

  2. LETTERA APERTA A CONCITA DE GREGORIO “La rabbia dal profondo”

    Cara e dolce Concita, l’esercizio volto a spiegare l’evidenza e l’incontestabilità dei fatti, non solo non paga e mortifica la verità ma, rischia di trasfigurare la realtà in mistificazione e la vittima in carnefice. Alla luce degli ultimi, ennesimi e inauditi avvenimenti, Berlusconi e cricca dovrebbero rassegnare, seduta stante, le loro dimissioni e calarsi in un dignitoso e tombale silenzio. Questi signori, diversamente e contro ogni logica e ragionevolezza, attaccano e aggrediscono con violenza ancora maggiore, compatti, determinati e, certi che, la già sperimentata diabolica strategia mediatica della delegittimazione e della diffamazione, produrranno i loro frutti velenosi.

    E’ inaccettabile e incomprensibile che lei, cara Concita De Gregorio, permetta ancora a questa gente (nello specifico, Daniela Santanchè e Paolo Liguori), di offendere la sua onorabilità, intelligenza e onestà intellettuale e si presti (come chi dubita di se), ad essere interrotta, irrisa e zittita, dallo scomposto e fastidioso starnazzare di un oca isterica in menopausa e dalla tronfia ostentazione di superiorità di un cretino.

    Lei non può pensare e, davvero credere (almeno in questa circostanza eccezionale) che il suo argomentare sereno, non pregiudiziale e composto, possa sortire un qualche effetto positivo o chiarificatore. E’ un’imperdonabile ingenuità che rischia di essere interpretata, nel tempo, come atto di codardia, debolezza e mancanza di contenuti. Una patetica e improduttiva pratica relazionale che, in breve, accomuna tutti gli esponenti dell’opposizione. Non voglio credere, neppure per un secondo che, nessun moto di sana rabbia, abbia mai pervaso il suo cuore e che, il suo carattere, sia a tal punto conciliante e docile, da impedirle un qualsiasi sussulto di orgoglio e di amor proprio. Il sentimento di rabbia, non è un’invenzione dell’uomo, ma un atto dovuto; un’estrema e opportuna risorsa di umana ribellione, di fronte ai sistematici e volgari attacchi dell’uomo corrotto.

    Lei questa rabbia ce la deve! La deve a me, a tutti i suoi lettori e, in modo particolare, a tutte quelle donne, per la dignità delle quali, lei si batte da sempre con impegno, dispendio di energie e vera solidarietà. E’ finito il tempo della buona educazione e del “politicamente corretto.” Il messaggio che arriva agli italiani (che già non brillano per acume e senso civico), è quello di una sinistra senza spina dorsale, ricurva e appiattita su anacronistiche ideologie e investita dal privilegio di essere detentrice della cultura e dell’intellighentia e quindi, impermeabile ad ogni tipo di intrusione di diversa natura. Molti italiani, del resto, decidono il loro voto politico, proprio in ragione di quest’ultima considerazione, ritenendosi discriminati e. in un certo senso, offesi, proprio in ragione del loro basso livello culturale e di consapevolezza. Un tipico complesso di inferiorità indotto dall’atteggiamento di una sinistra supponente e aristocratica, poco propensa a confrontarsi (anche turandosi il naso) sul terreno degli altri.

    Giustificare gli italiani per la loro incapacità di discernimento e di una oggettiva valutazione degli avvenimenti, è l’ultimo dei miei pensieri. Le loro responsabilità sono gravi e conclamate ma, le attenuanti relative alla barbara campagna di disinformazione di mistificazione, di plagio e omologazione perpetrata in questi ultimi 15 anni dalla televisione commerciale, nello specifico ruolo di Grande Diseducatore, sono reali e non opinabili.

    Per tanto, dolce Concita, disertiamo la sterile, inconcludente indignazione per rovesciare, come un’onda anomala, su questa banda di cialtroni e impostori, tutta la nostra rabbia e ribellione. E’ questo l’atteggiamento che gli italiani, confusi, rassegnati e intorpiditi dalle subdole lusinghe del berlusconismo aspettano, a buon diritto, da tempo immemorabile. Un certo vittimismo della sinistra e un’antiberlusconismo inconsistente e fatuo, hanno concorso al prolungarsi di questa incredibile situazione tutta italiana e a consolidarla nel tempo.

    Dunque, cara Concita: “ Che rabbia sia!” Ci sentiremo tutti molto meglio, liberati dal peso di quella frustrazione da impotenza che ci ha indeboliti, castrati e umiliati. Al punto tale (in particolari momenti di sconforto), di accettare la realtà dei fatti, come la suprema volontà di un tragico destino.

    Gianni Tirelli

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