Sui tetti il Paese che non cede alle illusioni di governo e Marcegaglia

Cibo passato attraverso inferriate, da 32 giorni la protesta
Cibo passato attraverso inferriate, da 32 giorni la protesta

Crisi-Eutelia, Ispra, Fiat. E altre centinaia di aziende, tutte in lotta per salario e lavoro. Solo in pochi conquistano visibilità sui media ma il fenomeno è generalizzato. E si teme che, con il calo di attenzione, scatti la repressione

Di Pietro Orsatti su Terra

Si parla di loro, ma quasi come se si trattasse di una nota di colore, una notizia “strana ma vera” in questa fine di anno nel segno del “volemose bene” e della crisi economica che l’Italia ha superato “alla grande”, almeno nella sua fase peggiore, grazie anche allo scudo fiscale che è andato così bene che è un’opportunità, secondo Tremonti, da prorogare. Sì, si parla di loro, ma con un po’ di disagio, da un lato, o non se ne parla affatto, che è meglio. Loro sono i lavoratori sopra e sotto i tetti di mezza Italia (a fasi alterne), che protestano per licenziamenti, cassa integrazione, precarietà, stipendi scomparsi, tredicesime sfumate, speranze azzerate. C’è il Paese reale che non arriva alla terza settimana, se ce l’ha, e c’è il Paese dei media e delle sparate rassicuranti che non tranquillizzano nessuno. Diciamolo, una buona volta: ottanta miliardi di euro di rientro grazie allo scudo fiscale? Se fosse vero, un terzo dell’economia nazionale, se non di più, sarebbe a nero, illecita, frutto di evasione.
Hanno passato le vacanze sul tetto, o legati alle cancellate, i lavoratori delle tre aziende più conosciute: Omega-Agile (ex Eutelia), Ispra, Fiat di Pomigliano d’Arco. Quelli di Termini Imerese (ancora Fiat) tutti a casa per tre settimane di cassa integrazione, poi si vedrà. Ma non sono solo loro. Ci sono anche quelli della Yamaha, il blocco al porto di Genova dopo l’ennesimo morto; e ancora i portuali di Gioia Tauro, Ansaldo Breda, Novaceta di Magenta, Graziano a Torino, Phonemedia, Merloni a Fabriano, Pastificio Russo. E così via, la lista è enorme. Altro che pochi punti di attrito e crisi. Sono centinaia le medie e grandi aziende in crisi. Delle piccole neanche si parla. C’è perfino una notizia che – anche questa – non ha avuto gli onori della cronaca. La riporta il segretario della Fiom Gianni Rinaldini: «Mentre si susseguono le dichiarazioni ottimistiche di Confindustria e governo sulla ripresa economica e sulla fine della crisi, nel Paese reale cresce la disoccupazione. Da parte delle imprese, infatti, si infittiscono gli annunci di esuberi, cioè di licenziamenti. Anche il gruppo Marcegaglia, che appartiene alla famiglia del presidente della Confindustria, ha annunciato 50 esuberi nello stabilimento di Milano». Far emergere questa evidente contraddizione sarebbe intollerabile. Come sarebbe intollerabile spiegare agli italiani perché il senatore del Pd Ignazio Marino il giorno di Natale ha scavalcato i cancelli dell’Ispra. Non era solo per “fare spettacolo” e portare un po’ di solidarietà. Era anche per portare cibo. Perché da alcuni giorni è scattata la chiusura dei cancelli, con divieto assoluto a chiunque di entrare negli spazi dell’Istituto tranne che per motivi di emergenza. Primo caso italiano di sciopero della fame imposto?
È dal racconto di uno dei ricercatori che da più di 20 giorni occupa il tetto dell’Istituto che emerge una realtà inquietante, che lascia esterrefatti. Da pochi giorni i ricercatori in lotta erano riusciti a farsi sentire da governo e commissione Ambiente, e anche il ministro Prestigiacomo sembrava porsi il problema dei più di 300 precari dell’Ispra che nei prossimi giorni perderanno il posto di lavoro. Poi appena spente le telecamere, la stretta. «S’è cominciato a parlare di sgombero, e dopo lo sgombero ci è stata annunciata la chiusura dei cancelli, che di fatto ci isola dal resto del mondo. In teoria, non possono passare neanche le persone che vengono a portarci generi di prima necessità, possono entrare solo le persone autorizzate dalla struttura commissariale». E ancora: «Siamo anche sorvegliati dalle forze dell’ordine, c’è una pattuglia in borghese. Non capiamo il perché di un atteggiamento così chiuso nei nostri confronti. Noi siamo gente che ha sempre lavorato dentro lo Stato. E per il primo gennaio, quando i nostri contratti saranno scaduti e non avremo più titolo per rimanere qui, a quel punto temiano lo sgombero». Non sarebbe la prima volta che, ad attenzione allentata, scatta la soluzione muscolare.

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