Ombre sulla lotta alla mafia

Colpita duramente l’ala militare ma ci sono troppi aspetti oscuri sulle connessioni
tra pezzi degli apparati dello Stato e alcuni latitanti, soprattutto Provenzano  di Pietro Orsatti

La cattura di Bernardo Provenzano
La cattura di Bernardo Provenzano

Colpita duramente l’ala militare ma ci sono troppi aspetti oscuri sulle connessioni tra pezzi degli apparati dello Stato e alcuni latitanti, soprattutto Provenzano

di Pietro Orsatti su left/Avvenimenti

Il decennio si conclude con una notizia, ripresa da pochissime testate giornalistiche e largamente sottovalutata, che fa tremare le vene ai polsi. Fra i pizzini e i documenti sequestrati al boss di Cosa nostra Domenico Raccuglia a Calatafimi il 15 novembre scorso, durante la sua cattura avvenuta dopo 13 anni di latitanza, c’è traccia della preparazione di un attentato. Non un omicidio qualunque, un regolamento di conti, ma un attentato di alto livello con tanto di autobomba. Per uccidere “un pezzo grosso? Rivali? Oppure figure della magistratura o della politica? Addirittura l’Espresso ha ipotizzato il procuratore aggiunto di Palermo Antonio Ingroia. Evidente che un’operazione del genere non potesse che essere coordinata e decisa insieme a quelli che sono a tutti gli effetti i vertici dell’organizzazione mafiosa, ovvero il trapanese Matteo Messina Denaro e l’agrigentino Giuseppe Falsone. Raccuglia, uomo di fiducia di Giovanni Brusca e di Leoluca Bagarella, salito al rango di capo grazie alla propria cautela e alla propria spietatezza, e poi Denaro e Falsone, uomini della stagione delle stragi. Che questi personaggi volessero riaprire una stagione stragista a 17 anni da quelle del 1992-93 dimostra due fatti: che nonostante l’“immersione” (l’invisibilità dell’organizzazione teorizzata e messa in pratica da Bernardo Provenzano), Cosa nostra ha mantenuto in piedi la sua struttura militare; e che i successi dello Stato verso l’ala militare e i boss latitanti grazie alle tante catture a partire dall’operazione “Gotha” del 2006 hanno rimesso in moto la paura, l’esigenza del conflitto diretto, della violenza come risposta alla legalità.

La trattativa

Messaggio chiaro, quello che volevano mandare i boss all’Italia. E che questa scoperta, il progetto di un nuovo attentato “eccellente”, arrivi proprio quando si stanno riaprendo le indagini sulle stragi del 1992-93 è anche indicativo di un nuovo clima, di una nuova tensione che, da latente e irrisolta, riemerge. Come riemerge, del resto, anche la vicenda della trattativa fra Stato e mafia, la quale, apprendiamo, non è mai terminata, è diventata elemento dinamico e progressivo, si è evoluta. Nonostante i grandi successi della polizia e della magistratura nella cattura di gran parte di quella che è stata la mafia stragista. Le dichiarazioni di Massimo Ciancimino e di altri testi (fra cui il fratello Giovanni) e di collaboratori di giustizia in questo ultimo anno, hanno cominciato ad alzare il velo su una fase oscura, forse mai veramente conclusasi, della nostra Repubblica. Scoprire, oggi, che non solo la trattativa ci fu, ma che venne condotta da pezzi importanti dello Stato da un lato e da Bernardo Provenzano dall’altro, lui, uno dei protagonisti indiscussi, da quello che emerge, e che alla fine fossero a conoscenza del processo in atto ben più che pochi “pezzettini” marginali, come appare dagli improvvisi ritorni di memoria di tanti esponenti politici e funzionari dello Stato di allora: tutto questo lascia, oggi, molto più allarmati di quello che una democrazia si possa permettere.

Allarmati, più di quanto ci si potesse aspettare prima che iniziasse la pioggia di dichiarazioni, da Ciancimino a Spatuzza. Perché anche su queste catture ci sono tanti interrogativi irrisolti, in particolare sul mancato arresto a Mezzojuso nel 1995 di Bernardo Provenzano, o meglio il mancato intervento dei Ros (Reparto operativo speciale dei carabinieri) per cui sono sotto processo a Palermo il generale Mario Mori (per un periodo anche capo del Sismi) e il colonnello Obinu.

L’enigma Ros

Gli stessi Ros guidati oggi dal generale Giampaolo Ganzer, attualmente indagato per associazione a delinquere, e, nonostante la gravità dell’accusa, tuttora in carica. Il generale Ganzer e alcuni suoi uomini sono imputati a Milano per traffico di droga. Una vicenda che non sembrava poter avere un riscontro processuale. Istruito all’inizio dal pm di Brescia Fabio Salamone, il fascicolo aveva infatti conosciuto un gioco al rimbalzo durato anni tra procure della Repubblica per approdare in Cassazione ed essere quindi assegnato a Milano. Sono almeno venti i militari, tra ufficiali e sottufficiali, che avrebbero sistematicamente violato le norme che disciplinano le operazioni antidroga sotto copertura, trasformandosi in trafficanti e raffinatori di stupefacenti in proprio. E non solo. Arresti, obbligatori, di latitanti sarebbero stati omessi, falsificando regolarmente i rapporti all’autorità giudiziaria che comunque sembra avere anch’essa le sue belle responsabilità per mancato intervento. E poi i soldi, tanti. Centinaia di milioni di lire di denaro contante frutto di sequestri durante le operazioni sarebbero stati sottratti alle regole della confisca per essere riciclati. Le accuse dei pm milanesi al generale Ganzer sono terribili. Addirittura la Procura di Milano annota: il gruppo aveva connotazioni di «associazione per delinquere armata». Tutta questa vicenda, se non in qualche raro caso, non è arrivata sulle pagine dei giornali. Ma se la inseriamo in quello che sta emergendo oggi, con gli intrecci degli anni 90 fra pezzi dello Stato ed entità esterne, quando guardiamo al processo Mori-Obinu a Palermo, quando constatiamo quante corrispondenze ci siano fra gruppi e persone e funzioni in casi come quelli delle “centrali” di spionaggio in Telecom con Tavaroli e oggi in Wind con Cirafici, la preoccupazione diventa inevitabilmente allarme.

Sarà un caso, ma sia Giuliano Tavaroli sia Salvatore Cirafici prima di diventare responsabili della sicurezza rispettivamente di Telecom e di Wind erano anche loro dei carabinieri. Come sarà anche casuale che uno dei protagonisti della nuova vicenda relativa alla “centrale”, il maggiore Enrico Maria Grazioli, sia un carabiniere anche lui, e che sia indagato per rivelazione del segreto istruttorio e favoreggiamento. Grazioli, inoltre, era spinto da Cirafici a entrare nell’Aise (Agenzia informazioni e sicurezza esterna) come suo uomo di fiducia e prima di essere indagato ricopriva, al tempo delle indagini “Why Not” e “Poseidone” condotte dall’ex pm Luigi De Magistris, l’incarico di comandante del Nucleo investigativo di Catanzaro. Dice della sua attività in quel periodo il maggiore Grazioli: «Il timore paventato da Cirafici – racconta oggi agli inquirenti – era determinato dal fatto che aveva, a cagione del suo ruolo presso la Wind, la disponibilità di schede telefoniche non intestate e non riconducibili ad alcuno; erano quindi delle schede “coperte”». Schede che Cirafici aveva «date per l’uso – aggiunge – anche a soggetti ricoprenti ruoli istituzionali di primo piano». Lo stesso Grazioli partecipò, per giunta, al sequestro del cosiddetto “archivio Genchi”, dove, a quanto risulta dalla cronaca giudiziaria di questi giorni con lo scandalo della security Wind, vi erano dati e riscontri su attività che lo riguardavano direttamente.

Dopo Provenzano

La cattura di Bernardo Provenzano a Montagna dei Cavalli, condotta dalla squadra Catturandi della mobile di Palermo, ha rappresentato uno spartiacque. Sia per la rilevanza del personaggio criminale sia per il numero e l’importanza dei documenti (i famosi “pizzini”) che furono trovati in seguito al suo arresto. Per capire l’enormità della scoperta, basti leggere cosa scrive Matteo Messina Denaro a un tal Svetonio (Svetonio è Antonino Vaccarino, ex sindaco di Castelvetrano, arruolato dai servizi per fare da esca al latitante e tendergli una trappola): «Se lo avessi davanti gli direi cosa penso e, dopo di ciò, la mia amicizia con lui finirebbe – si legge nella lettera in mano agli inquirenti -. Oggi posso dire che se la vede con la sua coscienza, se ne ha, per tutto il danno che ha provocato in modo gratuito e cinico ad amici che non lo meritavano (…). D’altronde non avevo a che fare con una persona inesperta ed ero tranquillo anche perché io non ho lettere conservate di alcuno. Quando mi arriva una lettera, anche di familiari, rispondo nel minor tempo possibile e subito brucio quella che mi è arrivata. Tutto mi potevo immaginare, ma non questo menefreghismo da parte di una persona esperta. E forse ci sono le copie di quello che lui diceva a me, ma questa è solo un’ipotesi. Ormai c’è tutto da aspettarsi; siccome usava la carta carbone, può anche darsi che si faceva le copie di quello che scriveva a me e se le conservava, ma ripeto, questa è solo una mia ipotesi poiché ormai mi aspetto di tutto».

Ma questa cattura non è, ovviamente, uno spartiacque solo per Cosa nostra. Succede qualcosa anche all’interno delle forze dello Stato che in pochi mesi fra l’operazione “Gotha”, la cattura dei Lo Piccolo e quella di Provenzano avevano messo a segno un’impressionante serie di successi, impedendo di fatto anche l’esplosione di una guerra di mafia causata dalle ambizioni egemoniche dei Lo Piccolo. Succede che si interrompe l’azione in particolare della Catturandi, che a partire dall’arresto di Giovanni Brusca dieci anni prima, aveva avuto un ruolo fondamentale nella lotta alla mafia e nella cattura dei latitanti. Il modello Catturandi, ormai, era rodato. Veniva perfino esportato in altre regioni d’Italia, in particolare in Calabria e Campania, ma la Catturandi originale veniva messa da parte, le indagini sugli altri latitanti di peso nel palermitano affidate ai carabinieri. Per tre anni. Racconta un membro della squadra: «Per garantirsi la libertà il latitante spende enormi quantità di denaro. La sua pericolosità risiede anche in questo. Attorno a lui si concentra questa enorme macchina di produzione illecita di denaro. Per catturarli bisogna spendere altrettanto, se non di più. È matematico». Spendere di più? Si apprende in questi mesi che agli uomini della Catturandi non sono stati pagati, se non parzialmente, gli straordinari e le missioni della cattura dei Lo Piccolo.

Da questa constatazione è facile capire che le catture dei tre latitanti negli ultimi mesi, Domenico Raccuglia, Gianni Nicchi e Gaetano Fidanzati, non sono state il frutto di uno sforzo estremo del governo, ma di una sorta di scatto morale di alcuni magistrati e di alcuni reparti della polizia, Catturandi in primis. C’è poco da gioire scoprendo che gli uomini della mobile per catturare Raccuglia si sono trovati a utilizzare risorse di altri reparti, ralentando indagini di altri settori, per benzina e spese di trasferta in provincia di Trapani ed eseguire l’arresto di un boss che, lo ripetiamo, aveva una capacità militare impressionante, in grado perfino di fare una strage con un’autobomba a Palermo.

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