CILE E HONDURAS, LO SPETTRO DEL PASSATO

Sebastian Pinera, in vantaggio in Cile nelle presidenziali
Sebastian Pinera, in vantaggio in Cile nelle presidenziali

di Aldo Garzia su Terra della domenica

Ciò che sta avvenendo in Cile e Honduras indica l’avvio di un ciclo in controtendenza rispetto ai mutamenti progressisti che si registrano da qualche anno nella maggioranza dei Paesi dell’America Latina? Partiamo dal Cile. Il primo turno delle elezioni presidenziali dello scorso 13 dicembre rende possibile un ritorno della destra al governo. Sebastian Piñera, imprenditore milionario, candidato del centrodestra, è risultato primo con il 44,03 per cento dei consensi. Eduardo Frei, candidato della coalizione Concertación, quella che aveva eletto la presidente uscente Michelle Bachelet, si è fermato al 29,62. Recuperare lo svantaggio di 15 punti in percentuale nel ballottaggio del prossimo 17 gennaio appare impresa titanica. Per vincere su Piñera, una sorta di Berlusconi cileno, Frei dovrebbe incamerare il 20,12 conseguito da Marco Enríquez-Ominami, figlio del leader del Mentre va in pezzi il “modello all’italiana” di Concertación, una sorta di Ulivo che pensava di potere fare a meno della sinistra radicale, a colpire è la lotta politica che nel centrosinistra avviene tra due figli di leader di un’altra generazione. Di Ominami abbiamo già detto. Eduardo Frei è figlio dell’ex-presidente democristiano

Eduardo Frei Montalva, ucciso come il genitore del suo antagonista dai sicari del regime del generale Augusto Pinochet. Quei due cognomi indicano come la transizione democratica in Cile rimandi troppo spesso al passato (anche Michelle Bachelet è figlia di un militare torturato e morto nelle prigioni di Santiago nel 1974). Frei ed Enríquez-Ominami hanno la politica nel sangue. Il secondo, 36 anni, è cresciuto in Francia con il padre adottivo Carlos Ominami, senatore socialista in carica, e ha cercato di rappresentare nelle recenti elezioni presidenziali la novità rispetto a Frei e Piñera che sono sulla scena politica da almeno vent’anni. Ha dichiarato al Sole 24 Ore: «Farò un accordo che favorirà il Cile. Sono un uomo progressista, fautore del rinnovamento. La mia intenzione è quella di costruire un Paese più giusto e solidale». È netto nel giudizio sulla presidenza di Michelle Bachelet: «Condivido i programmi di protezione sociale, i correttivi al sistema previdenziale che era totalmente incapace di assegnare pensioni decenti. Ma dissento da altre politiche. Considero indifferibile una riforma del sistema tributario che consenta una migliore distribuzione delle ricchezze generate dal mercato. Credo che sia necessario aumentare le tasse alle imprese e ridurre quelle ai cittadini». Vedremo come andrà a finire e se l’imprenditore milionario Piñera riuscirà a diventare presidente, come è già toccato al plurimilionario Ricardo Martinelli – un altro Berlusconi latinoamericano – a Panama nelle elezioni dello scorso maggio. Il pasticcio politico in cui è avviluppato l’Honduras è iniziato il 28 giugno, quando è stato deposto con un putsch istituzionale il presidente Manuel Zelaya, costretto a fuggire all’estero.

Al suo posto, sostenuto dalla maggioranza dell’esercito, si insediava Roberto Micheletti, un imprenditore di destra noto per aver tentato un golpe nel lontano 1963. Zelaya era accusato di politiche eccessivamente di sinistra e troppo vicine a quelle di Cuba, Venezuela e Bolivia (l’Honduras aveva aderito all’Alleanza bolivariana per le Americhe, il trattato denominato Alba), oltre che di puntare a una rielezione modificando la Costituzione come gli permetteva la vittoria in un apposito referendum. La stragrande maggioranza dei Paesi latinoamericani non ha riconosciuto il colpo di Stato. Anche gli Stati Uniti hanno cercato, senza successo, di far tornare in patria Zelaya. Lo scorso 29 novembre si sono svolte le elezioni presidenziali in Honduras per dare una parvenza democratica all’avvicendamento alla guida del Paese. Le ha vinte Porfirio Lobo, personaggio politico legato a Micheletti. Elvin Santos, lo sfidante, faceva parte dello schieramento progressista che aveva eletto Zelaya. La situazione politica honduregna resta intanto instabile e l’episodio del putsch viene considerato dalla maggioranza dei Paesi dell’America Latina una ferita nella nuova stagione democratica che sta vivendo il continente americano. Zelaya non si arrende e polemizza anche con Barack Obama, reo di non aver imposto il suo ritorno alla presidenza dell’Honduras.

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