I fratelli Graviano tra smentite e reticenze

Immagine 3Al processo di Palermo è l’ora della testimonianza dei due pentiti. Parla soltanto Filippo: «Non ho mai conosciuto Dell’Utri». E la difesa del senatore canta vittoria

di Pietro Orsatti

Non è stata una battuta d’arresto per l’accusa né una vittoria della difesa. Al processo di appello per concorso esterno in associazione mafiosa a carico di Marcello Dell’Utri, ieri a Palermo, è invece andata in scena la conferma che i fratelli Graviano, in maniera differente, non sono dei pentiti e, quindi, essendo chiamati in causa sulle stragi del 1992-93 dalle dichiarazioni di Spatuzza, certo non vanno ad ammettere in aula le proprie responsabilità sotto giuramento. Giuseppe, il capo, si è rifiutato di rispondere, mentre Filippo ha confermato di fatto quello che aveva detto nel confronto avvenuto ad agosto con Spatuzza, ovvero che di certe cose se ne parlava (una sorta di dissociazione), che era a conoscenza dei primi colloqui del pentito con l’allora procuratore Antimafia Vigna, che però certe frasi in un certo modo lui non si ricorda di averle dette. Ovvero che «se non arriva qualcosa da dove deve arrivare ci dovremo rivolgere ai magistrati». Non si ricorda Graviano, anche se poi ammette di aver inviato alla Procura di Palermo una lettera offrendosi in qualche modo di parlare delle proprie responsabilità. E, ancora, continua a chiamare Spatuzza «amico e fratello». L’unico punto nuovo messo a segno dalla difesa del senatore è la dichiarazione secca, a chiusura del suo interrogatorio, fornita da Graviano: «Non ho mai conosciuto Marcello Dell’Utri». Ma anche questo era risaputo, era già emerso nei precedenti interrogatori. A Dell’Utri e alla sua difesa però ciò è bastato per gridare vittoria. Utilizzando il mancato riscontro, per ora, delle dichiarazioni rese in aula il 4 dicembre da Spatuzza il tentativo è di travolgere invece le innumerevoli dichiarazioni, prove e riscontri che avrebbero già consentito a un tribunale di condannare in primo grado il senatore Marcello Dell’Utri. Il quale, come è suo diritto, nega tutto ma non la conoscenza con Vittorio Mangano, il cosiddetto stalliere di Arcore che lo stesso senatore continua a definire “un eroe”. Non può negare di conoscerlo perché le prove, comprese intercettazioni telefoniche e quelle documentali, sono troppe per poter essere smontate. Ma è proprio attorno a Vittorio Mangano, recentemente deceduto in carcere, che si concentra gran parte delle circostanze a carico che hanno consentito la condanna di Dell’Utri. L’errore forse commesso dell’accusa è stato lasciare alla controa campagna mediatica, cercando di inserire nel dibattimento anche il capitolo “stragi” e quello sulla “trattativa” all’ultimo momento, senza preparare la verifica completa dei riscontri sulle dichiarazioni di Spatuzza. Le sue parole, però, potrebbero trovare una conferma (già presente in alcuni verbali di Firenze e Caltanissetta) se verrà accolta la richiesta di ascoltare un ulteriore teste, Salvatore Grigoli, che fece da autista a Giuseppe Graviano per l’incontro in cui si parlò, secondo Spatuzza, di Berlusconi e Dell’Utri come terminali della trattativa in corso con Cosa nostra.

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2 comments

  1. Il finale ormai lo sento ripetere a macchinetta…..mi sorge il dubbio che sia solo propaganda.
    Sai a forza di ripetere le cose sempre uguali non si capisce se si sono studiate o IMPARATE A MEMORIA!
    Chissà a quante altre persone viene il mio stesso dubbio.

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