Due tunisini in fuga dalla Sicilia mafiosa

Immagine 3Treno notturno Palermo-Roma, sedici ore di viaggio. Nei vagoni il racconto di tante vicende di migranti in cerca di fortuna. Ma quella di due ragazzi di nome Mohamed forse non ha eguali. Lasciano l’isola perché il loro padrone, oltre a pagarli pochi euro, ha subito un blitz della polizia per malaffare. «Sapevamo cos’era la mafia. I mafiosi vengono in vacanza negli alberghi di Hammamet». Ma vederli all’opera dev’essere troppo anche per due extracomunitari

Di Pietro Orsatti su Terra della domenica

Tutta la vita in uno zaino. E un treno diretto al “continente”. Si chiamano tutti e due Mohamed questi ragazzi tunisini. Sorriso e un biglietto per il treno notturno che da Palermo porta diretti a Roma, una sorta di odissea, viaggio iniziatico da dividere in uno scompartimento di seconda classe. Uno dei due in patria faceva il pescatore, l’altro lavorava in un forno. Li accomuna un viaggio e canzoni scaricate sul telefonino che ascoltano e che commentano ridendo. E poi il bisogno di fuggire. Non dalla polizia, ma da una terra e dalla mafia.
«Sai io sono arrivato in Italia e ho subito cominciato a fare il pescatore, all’isola d’Elba – racconta il Mohamed uomo di mare che è in Italia da più tempo e miscela italiano, francese e gesti in una specie di performance teatrale – ma questa stagione la crisi si è fatta sentire e il mio principale, dopo due anni, ha deciso di vendere la barca. E allora mi sono deciso a scendere in Sicilia, per lavorare la terra. Ad Alcamo». E ora torni all’Elba perché è finita la stagione? «No, me ne sono andato. Dodici ore di lavoro con gli animali, pecore e agnelli, e mi davano solo 20 euro. E poi c’era un giro strano. Sai, non è difficile capire che non puoi discutere, non puoi chiedere di più altrimenti rischi. E guarda che non è che rischi di essere cacciato, rischi altro». Non si sbottonano di più i due giovani tunisini. Sono spaventati, preoccupati, quando parlano del “feudo” dove hanno lavorato fino a pochi giorni prima. E cambiano discorso. «A me non hanno rinnovato il permesso di soggiorno, a lui – e indica l’amico che cerca qualcosa sul cellulare – non lo hanno mai fatto». Clandestini? «Clandestini».
Poi l’amico che esclama: «Eccolo! Guarda!». E mostra sul piccolo schermo un video girato con il telefono. In mare, un barcone carico di gente e qualcuno che canta fuori campo. «Così sono arrivato. Clandestino». A Lampedusa? «No, in Sardegna». E perché Alcamo? «Io ho lavorato a Mondragone. I napoletani sono razzisti, Mondragone è un posto di merda. Tutti armati, tutti con pistola. Chiedi la paga, i tuoi soldi? Ti mettono la pistola alla testa. Così – e mima di puntare un’arma alla testa dell’amico –. Tutto è meglio di Mondragone. Pensavo che anche Castellammare del Golfo e Alcamo e Calatafimi fossero meglio. Sul serio. All’inizio era meglio. Molto meglio».
Poi, raccontano, è successo qualcosa. Il loro principale viene visitato dalla polizia, in un blitz antimafia a caccia di un latitante. E poi interrogatori e perquisizioni. Spiegano: «Sapevamo cos’era la mafia. Noi in Tunisia sappiamo tutto di voi italiani. I mafiosi vengono in vacanza negli alberghi di Hammamet. Whisky, donne, soldi. Tutto è per loro. Anche tu vieni in Tunisia, e hai tutto quello che vuoi. Ma vedere quello che è successo qui, sentire la mafia…». Sentire? «Tutto è mafia. La mattina appena apri gli occhi è mafia. Vai a lavorare sulla terra, nel fango, ed è mafia. Non ti pagano ed è mafia. Vai in paese e senti la mafia negli sguardi della gente. Vai a letto e dormi solo perché te lo permette la mafia».
Ma non vi hanno fermato, non vi hanno chiesto il permesso di soggiorno? «No. Sono arrivati alla baracca dove dormivamo in due. Abbiamo parlato un po’, poi ci hanno detto che era meglio che ce ne andavamo, che lì di lavoro non c’era più. Ci hanno spiegato che un parente del nostro padrone era mafioso. Uno che ammazza la gente. E che ora di lavoro lì non c’era più». E i due ragazzi si sono messi in viaggio. Uno per raggiungere alcuni amici in Puglia, l’atro per andare a Piombino e imbarcarsi su qualche peschereccio. «Il mare è un bel lavoro, non la terra. Tutto sembra più pulito se lo vedi dal mare».
Sul traghetto che passa lo Stretto a Messina, si sale sul ponte a fumare e bere caffè. E ci si accorge della babele che si è imbarcata su questo fatiscente treno notturno. C’è la ragazza cubana che ha trovato un posto in un locale a Milano e la badante indiana che è ripartita da Palermo perché è deceduta l’anziana donna che assisteva. E poi il carpentiere romeno e due signore ucraine di mezza età che si sono infilati in discussione assurda sulla politica italiana che, ovviamente, si svolge in un italiano surreale. Cinesi e senegalesi fanno gruppo a sé. Piccoli gruppi, si tengono in disparte. Di italiani pochi, un’esigua minoranza. Quello che era il treno degli emigranti che tornavano al lavoro a nord, dei siciliani e calabresi che popolavano le fabbriche e i cantieri del Piemonte e della Lombardia, ora è diventato il treno dei migranti stranieri. E il paradosso è che questo treno, che sembra uscito da uno degli incubi delle “ridotte” siberiane, costa perfino di più delle decine di voli low cost che decollano dagli aeroporti di Catania e Palermo. Ma lì devi mostrare i documenti, e questo oltre ad essere un treno indecente per fatiscenza e igiene è soprattutto un treno “clandestino”. Niente polizia a controllare permessi di soggiorno e passaporti, solo un passaggio di un assonnato controllore in 16 ore di viaggio. Perfetto per chi non vuole mostrarsi. Perfetto per due ragazzi tunisini, allegri clandestini, in fuga da un sud razzista, violento e “criminale” che li ha sfruttati e poi terrorizzati. Buon viaggio a tutti e due.

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