La vera sicurezza si ha con l’uso sociale dei patrimoni dei mafiosi

Lucio Guarino (foto M. Pazzi)
Lucio Guarino (foto M. Pazzi)

Intervista – Le terre dei Corleonesi sono gestite oggi da un consorzio, che ha creato centinaia di posti di lavoro e smitizzato i simboli del potere di Cosa nostra. Lucio Guarino, che ne è il presidente, commenta la nuova norma

Di Pietro Orsatti su Terra

C’è in Sicilia un territorio importantissimo per quanto riguarda la gestione dei beni confiscati alla mafia, è quello individuabile in parte della provincia di Palermo, nel cosiddetto triangolo dei Corleonesi. Si tratta di terre anche di quei boss che decisero la morte di Pio La Torre, l’ex segretario del Pci siciliano ucciso proprio dalla mafia e ispiratore dell’attuale legge che porta il suo nome. Brusca, Riina, Provenzano, Bagarella, Vitale: erano loro le terre e le case di cui parliamo. Oggi è Lucio Guarino, direttore del Consorzio di comuni Sviluppo e legalità, a gestirlo questo patrimonio. E ne conosce ogni metro, ogni piega del terreno e la storia di ettari ed ettari di territorio sottratti al potere mafioso e destinati, come prevede la legge finora, al recupero e all’uso sociale. «Spesso il segno del potere mafioso è proprio l’ostentazione della terra, del bene immobiliare, del “patrimonio” da far vedere a tutti – spiega Guarino – ed è proprio toccando il loro simbolo di potere, sequestrando il bene fisico, trasferendo attività sociale e lavoro sulla “loro” terra che si spezza nella società la percezione della loro intoccabilità».

La messa all’asta dei beni come previsto dall’emendamento alla Finanziaria è la fine della politica sui beni confiscati?
Ho letto molto attentamente il testo approvato. Parla esplicitamente di “beni inutilizzabili”. E di beni inutilizzabili ce ne sono. Faccio un esempio: un quinto di un appartamento, o una particella di un terreno agricolo senza possibilità di accesso. Il nostro primo obiettivo è utilizzare tutto, anche i tanti beni ipotecati, ma può capitare che questo sia nei fatti impossibile. Allora una vendita di questi beni davvero inutilizzabili potrebbe essere anche possibile.

Ma non si rischia di far rientrare in possesso dei mafiosi proprietà a loro sottratte?

Il pericolo c’è sempre. È ovvio che in un’asta tradizionale il potere intimidatorio della mafia peserebbe eccome. Ma, come dice il procuratore nazionale Antimafia Grasso, «e noi li risequestriamo».

Però in molti pensano che questa norma sia un grimaldello per smantellare la legge.

Il pericolo c’è. È chiaro che si creerebbe un precedente. È quindi necessario capire bene di cosa si tratta, e come migliorare l’attuale gestione della legge.

Il governo dice che i soldi ottenuti serviranno a fare cassa per la sicurezza. Le basta come motivazione?

Assolutamente no. Perché è proprio sul concetto di sicurezza che divergono le opinioni. Per noi la sicurezza passa proprio sul principio del riuso sociale dei beni confiscati alla criminalità. Quando si crea lavoro si tolgono potenziali “picciotti” dall’orbita mafiosa. Quando si smantella l’insieme simbolico del potere mafioso si smantella anche il potere intimidatorio della mafia. Se si intendono usare, invece, i soldi provenienti dalla messa in vendita dei beni per supplire a buchi di bilancio su quella che dovrebbe essere ordinaria amministrazione proprio non ci siamo. Noi abbiamo creato cooperative, duecento posti di lavoro. Nel corleonese, nella patria di quella che è stato il centro di potere di Cosa nostra. Questo per noi è fare, ogni giorno, sicurezza.

Le è mai capitato di individuare un bene non utilizzabile, uno di quelli che indica l’emendamento?

Una sola volta. Un terreno di poche migliaia di metri quadrati. Senza accesso. E con un’ipoteca di oltre un miliardo delle vecchie lire che gli gravava sopra. Gli altri li abbiamo usati e assegnati tutti.

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