Raccuglia. la fine di un leader

I sopraluoghi nel covo di Raccuglia a Calatafimi
I sopraluoghi nel covo di Raccuglia a Calatafimi

Mafia – L’arresto del boss Domenico Raccuglia rimette in discussione gli equilibri interni di Cosa nostra. Ne parlano il capo della Catturandi Bignone e il pm Del Bene

di Pietro Orsatti su Terra

«Altro che uomo in fuga. Domenico Raccuglia era armato, organizzato, fisicamente forte e psicologicamente tranquillissimo, con il totale controllo del proprio territorio, della propria latitanza. Al momento della cattura, senza perdere il controllo, ha tentato la fuga. Con sé aveva 138mila euro in contanti, due pistole e un mitragliatore di fabbricazione coreana ». A parlare è il vicequestore Mario Bignone, dirigente della Catturandi di Palermo, il reparto della squadra mobile del capoluogo siciliano. A poche ore dalla cattura del boss di Cosa nostra Domenico Raccuglia, considerato uno dei tre capi della mafia in Sicilia occidentale insieme a Nicchi e Messina Denaro, la soddisfazione dell’azione condotta nel pomeriggio di domenica è evidente. «Sull’ultimo obiettivo siamo stati 15 giorni – prosegue Bignone -. Parlo di questo, ovviamente, perché delle altre operazioni di indagine che abbiamo condotto per arrivare al covo di Calatafimi attualmente non posso parlare». «È stata un’indagine condotta con mezzi classici, intercettazioni ambientali e telefoniche, gps, tracciamento delle utenze, pedinamenti e appostamenti – prosegue il capo della Catturandi -. E poi l’esperienza del gruppo che ha già catturato decine di latitanti in questi anni, da Brusca a Provenzano e ai Lo Piccolo».

Anche se il vicequestore Mario Bignone non può dire nulla di quello che è stato trovato nell’abitazione occupata dal latitante, è ormai risaputo che oltre alle armi e al denaro sono stati trovati non solo numerosi “pizzini”, ma anche una macchina da scrivere che oggi è già al vaglio dei pm e degli esperti della scientifica. Come non parla, o meglio non può dire nulla, della recente perquisizione nell’abitazione della moglie di Raccuglia effettuata solo pochi giorni fa dai carabinieri. «La gestione del fratello, della moglie e dei familiari in genere è totalmente in mano, in esclusiva, all’arma». Ma è anche il luogo dove è stato arrestato che racconta molto non solo della storia del latitante ma anche dell’evoluzione organizzativa di Cosa nostra degli ultimi anni. «Calatafimi è nel territorio di Matteo Messina Denaro, nella provincia di Trapani – spiega uno dei pm titolare delle indagini, il sostituto Francesco Del Bene -. Questo sembra indicare che Raccuglia ha scelto un’alleanza stretta non con Palermo ma con Trapani. I due si conoscono benissimo, si sono frequentati. Raccuglia dominava un territorio immenso, da Altofonte a San Giuseppe Jato fino a Partinico. Palermo è un’altra cosa, più complessa, e Raccuglia sembra che se ne tenesse in qualche modo lontano».

E ora che salta il “cuscinetto” Raccuglia fra le due provincie? «Ovviamente Gianni Nicchi a Palermo assume un rilievo maggiore, fondamentale – spiega Del Bene – diventando una delle figure dominanti in città. Dall’altra parte c’è il dominio incontrastato di Matteo Messina Denaro nel trapanese, dove lui guida una sorta di dittatura». Una dittatura che potrebbe andare in conflitto con gli “emergenti” del capoluogo siciliano ora che “il cuscinetto” è stato estratto con l’arresto di domenica scorsa. «Siamo su Nicchi, come su altri latitanti – spiega il vicequestore Bignone -. La Cattutandi in questo momento lavora su più obiettivi». Di certo è che su Matteo Messina Denaro il ruolo del questore di Trapani Giuseppe Linares sarà fondamentale. Ma come è certa anche la necessità di avvalersi di una squadra, di soli 50 uomini, specializzata da anni nel rintracciare i boss in latitanza. E che proprio grazie allo stato di latitante spesso salgono di livello nelle catena di comando di Cosa nostra. «Per garantirsi la libertà i boss spendono cifre enormi, e creano reti criminali solide e determinate a ottenere tutta la liquidità necessaria – spiega uno degli investigatori -. I soldi e la rete di relazioni ne fanno dei leader».

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