Spatuzza schiacciato fra Berlusconi e i pm

dellutri-berlusconiNuovi dettagli sul percorso affrontato dal collaboratore di giustizia aggiungono altri tasselli nel ruolo che avrebbero avuto il premier e Dell’Utri nella trattativa segreta. «Il soggetto che io dovevo accusare io me lo trovo come capo del governo! Al di là di questo, il ministro della Giustizia, quel ragazzino così possiamo dire»

di Pietro Orsatti su Terra

Continua il racconto di Gaspare Spatuzza, feroce killer di mafia, uomo d’onore del mandamento di Brancaccio, oggi collaboratore di giustizia. Con le sue dichiarazioni ha riaperto due processi per stragi, quella di via D’Amelio del ’92 e quella di via dei Georgofili a Firenze del ’93, sta collaborando all’inchiesta sulla trattativa fra Stato e Cosa nostra e le sue dichiarazione sono in attesa di essere accolte dalla Corte di assise di Palermo nel processo in secondo grado a Marcello Dell’Utri. Spatuzza era uomo del gruppo di fuoco stragista nei primi anni 90, consapevole di essere parte e protagonista della difficile trattativa in corso fra pezzi della politica e dello Stato e la mafia. È proprio il suo percorso, dopo l’arresto avvenuto nel ’97, che ci descrive la complessità dell’uomo e delle vicende di cui tratta.
Ne parla in chiusura dell’interrogatorio del 6 ottobre di quest’anno condotto dai pm di Palermo. «Nel carcere di Tolmezzo il Filippo Graviano ( fratello di Giuseppe, capo mandamento di Brancaccio collegato anche a Vittorio Mangano, ndr) mi disse che si stava parlando di dissociazione (uno dei punti indicati proprio nel “papello” consegnato ai pm da Massimo Ciancimino, ndr) e che, però, noi non eravamo interessati – racconta Spatuzza -. Quando io stavo per essere trasferito da Tolmezzo, mi disse che se si fossero create le condizioni evolutive in merito alla dissociazione mi avrebbe spedito una cartolina, ma non mi è arrivata». Siamo ormai nel 2004. Quello che racconta Spatuzza è questo: anche in carcere i boss (e in particolare lui parla dei Graviano, fedelissimi di Riina) condussero una sorta di trattativa che, se non fosse andata in porto, li avrebbe costretti ad «andare dai magistrati». E questo, appunto, è quello che fa Spatuzza quando capisce che gli interlocutori, che lui ipotizza essere (analizzando l’evolversi delle vicende di cui è stato protagonista) Dell’Utri e Berlusconi, non si stanno dando «una smossa». L’inizio della collaborazione per Spatuzza non è facile. «Avevo il timore perché entravo in conflitto con la magistratura, entravo in conflitto con la politica», perché si doveva autoaccusare della strage di via D’Amelio. Ma sapeva anche che proprio in relazioni alle dichiarazioni che avrebbe reso su quella strage si misurava la sua credibilità: «Io ho basi portanti perché ci sono prove schiaccianti». Prove, dettagli, riscontri che la Procura di Caltanissetta ha poi ritenuto importanti e credibili tanto da riaprire l’inchiesta. E quindi si rivolge al procuratore nazionale Antimafia Pietro Grasso, che è il primo a raccogliere le sue dichiarazioni in un colloquio investigativo. È la primavera del 2008. E Spatuzza ha paura di allargare le sue dichiarazione, di vuotare il sacco. «Il soggetto che io dovevo accusare io me lo trovo come capo del governo! Al di là di questo, il ministro della Giustizia, quel ragazzino così possiamo dire ». Parla, Spatuzza, di Angelino Alfano, dietro il quale vede «la figura di Dell’Utri che so che gestiva i circoli di Forza Italia». Ma ormai Spatuzza è in ballo e quindi parla iniziando proprio da via D’Amelio a Caltanissetta poi del resto a Firenze, delle stragi del ’93, dei rapporti fra i Graviano e Mangano e delle relazioni che gli venivano raccontate dal suo capo, Graviano, con «quello di Canale 5» e con Dell’Utri. Parla, anche se ha paura: «Io mi sto muovendo in due territori spinosi. La questione di via D’Amelio, la questione… dissi, ccà mi fannu tutti a pezzi». Ancora no, ma la paura, si intuisce dal tono della trascrizione, il pentito continua ad averla. Come in molti hanno paura delle sue dichiarazioni.

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