Reato clandestinità – Oltre lo stop della Consulta «Ecco perché è incostituzionale»

cpt1-499f1618502b6Clandestinità – La Corte non entra nel merito, ma respinge le eccezioni avanzate dai magistrati sulla norma che aggrava le pene. Il caso di Torino attende la pronuncia sul reato di ingresso e soggiorno. Nelle carte indicate tutte le contraddizioni

di Pietro Orsatti su Terra

Intanto blocco poi ci penso. Potremmo sintetizzare così la decisione della Corte costituzionale su parte dei ricorsi avanzati negli ultimi mesi sulla introduzione nel nostro codice dell’aggravante di clandestinità. In breve, la Corte non ha deciso sul “merito costituzionale” per quanto riguarda la norma stessa, ma ha respinto al mittente i ricorsi di varie procure. Ha giudicato inammissibile, perché mal formulato, il ricorso sollevato dal Tribunale di Livorno, mentre ha optato per la restituzione degli atti ai giudici di Ferrara e Latina perché la questione deve essere analizzata nell’ambito della costituzionalità del più grave reato di clandestinità. Mentre la maggioranza di governo, in testa il ministro Maroni e la Lega, già si sfrega le mani in attesa di un verdetto che alla luce del primo pronunciamento sull’aggravante sembrerebbe scontato, la Consulta non si è ancora pronunciata invece sul ricorso di Torino, fra i primi a sollevare l’eccezione per la verifica della costituzionalità dell’articolo 10 bis del decreto sicurezza. Inviato alla Consulta dal giudice di pace Alberto Polotti di Zumaglia, il documento avanza dubbi sulla “ragionevolezza” e sulla corrispondenza della norma con la Costituzione, in particolare con l’articolo 3.

Abbiamo raggiunto il procuratore capo di Torino Giancarlo Caselli, responsabile della richiesta di legittimità avanzata dal pm e accolta dal giudice nel suo ricorso in relazione al caso del giardiniere egiziano irregolare, con un figlio nato in Italia, da cui è scaturito il provvedimento di richiesta di parere alla Corte costituzionale. Caselli, non volendo in questo momento rilasciare dichiarazioni sui primi responsi della Consulta, ci ha invitato comunque a rifarci alle carte, e quindi ai documenti sia del giudice che dei pm. E allora, andiamo a vederle queste carte. «L’art. 3 (…) appare violato sotto un altro specifico profilo, concernente l’irragionevole disparità di trattamento tra la nuova fattispecie» e quella precedente, si legge nella richiesta della procura, «che prevede la punibilità dello straniero inottemperante all’ordine di allontanamento del questore solo quando lo stesso si trattenga nel territorio dello Stato oltre il termine stabilito e “senza giustificato motivo”». Secondo la procura si inserisce quindi nel codice una vera e propria forma di discriminazione sociale assolutamente contrastante con la Carta, quando ciò che si «sanziona è solo apparentemente una condotta (l’azione dell’ingresso e l’omissione del mancato allontanamento) (…) mentre il vero oggetto della incriminazione è la mera condizione personale dello straniero, costituita dal mancato possesso di un titolo abilitativo all’ingresso e alla successiva permanenza nel territorio dello Stato, che è, poi, la condizione tipica del migrante economico e, dunque, anche una condizione sociale, cioè propria di una categoria di persone». Non solo. La norma «pregiudica indirettamente anche alcuni diritti inviolabili dell’uomo». Inoltre, sia il giudice che la procura segnalano anche alcune lacune e contraddizioni della legge che in alcuni casi punisce con maggiore durezza chi perde il diritto (anche per un “gap” burocratico) al permesso di soggiorno e chi, invece, entra clandestinamente nel nostro Paese, e «non espulso manu militari, ma intimato di lasciare il territorio dello Stato, possa ivi legittimamente trattenersi perché sorretto da un “giustificato motivo”». La conclusione, quindi, è dettata dalla logica: «Il nuovo reato di immigrazione clandestina non appare conforme alla Costituzione (…) proprio perché punisce indiscriminatamente ed automaticamente tutti (…) senza tenere conto dell’eventuale esistenza di situazioni legittimanti tale presenza». Ma questa è, esclusivamente, una questione di merito.

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