La Repubblica, partito unico di opposizione

Immagine 1Conflitti & Informazione – Tutti contro il Corriere della sera, dal premier a Scalfari e Travaglio. Stupisce non tanto la dichiarazione di Berlusconi, quanto la violenza dei colleghi

di Pietro Orsatti su Terra

C’è molto da dire a dieci giorni dalla grande manifestazione per la libertà di stampa nel nostro Paese. C’è da riflettere, e non poco, a una settimana dalla bocciatura del Lodo Alfano e dalla perdita dei pur minimi freni inibitori rimasti al premier. Ci ha provato due sere fa Gad Lerner nel corso di una puntata dell’Infedele, ci stiamo provando con disagio anche noi, artigiani non allineati dell’informazione. Perché è evidente che stiamo assistendo a un cortocircuito di dimensioni imprevedibili e impreviste, con un giornale, la Repubblica, che si fa partito, fazione, esercito e un Berlusconi ormai senza freni che disperatamente cerca di trascinare il Paese in un baratro, disconoscendo regole, prassi, leggi, per non parlare della morale e del costume.

Il recente attacco al Corriere della sera del premier e la successiva ondata di accuse alla direzione De Bortoli avanzate in prima battuta da Repubblica e poi, in successione, da Il Fatto, o meglio da Marco Travaglio, fanno temere il peggio. Il Corriere, bisogna dargli atto, è stato il primo e il più attento degli organi di informazione a seguire l’insieme di inchieste baresi. Nonostante la sua proprietà sia una sorta di “ensamble” di poteri che vanno da Mediobanca alla Fiat, ha mantenuto la barra al centro dando, su questa vicenda, lezione di grande giornalismo senza cedere alle lusinghe dei vari schieramenti. Non che il giornale di De Bortoli sia immune da critiche, anzi. Ma è la coincidenza degli attacchi che lascia perplessi. E che probabilmente preoccupa anche chi sta lavorando a Bari per chiudere le indagini. Perché è attorno a Bari che ruota tutto, perché si tratta di un grande scoop del Corriere e una vera e propria bomba a orologeria posta sotto la poltrona di Berlusconi a palazzo Chigi. Mentre il giornale di De Bortoli in questi mesi con puntualità ossessiva si è messo a fare la cronaca (“cronaca”, signori, “notizie”!) di quello che usciva dalla procura barese, Repubblica si è concentrata, anche perché arrivata abbondantemente seconda sulla notizia, sui pruriti scandalistici della camera da letto di palazzo Grazioli e di villa Certosa. Ognuno fa il suo mestiere, ognuno fa la sua scelta di taglio, modula la notizia. Questo è il pluralismo. Pensiamo che De Bortoli non abbia bisogno di nessun aiuto nella propria difesa, ma ci preoccupa chi pretende di iscrivere chicchessia in uno o l’altro degli schieramenti in campo, senza consultare ovviamente i diretti interessati. Come ci preoccupa che una testata (purtroppo due, visto il taglio preso dagli amici de Il Fatto negli ultimi giorni) si arroghi il diritto di dare il patentino di buon giornalismo. Anche i loro “amici” de Il Giornale, con la loro ossessione allo sputtanamento dei rivali politici e giudiziari del premier, vanno perfettamente a braccetto al neo-gossip politico istituzionale proposto oggi dal giornale fondato da Eugenio Scalfari. Con questo atteggiamento hanno contribuito a creare “il mostro bifronte” Minzolini-Feltri, che con i loro dossier e anatemi mirati giocano, rilanciando, al gioco della “guerra dei giornali”.

Non abbiamo nessuna simpatia per gli sbrodolamenti di Brunetta sulle élite “di merda”, non crediamo nei complotti politico editoriali etero diretti da potenze straniere, vorremmo vedere Silvio Berlusconi sconfitto sul piano che più lo ferirebbe, ovvero il precipitare del conseneo e vorremmo che la cosiddetta “stampa democratica” scendesse dal podio a cui si è autoeletta e facesse il proprio mestiere: informare, dare notizie, senza piegarle al proprio progetto politico. Anche, questo il nostro paradosso, la nostra contraddizione, se lo potremmo condividere.

«Chi non si mette un elmetto e si schiera è un traditore o un venduto, non un professionista al servizio del proprio pubblico». Proprio questa metafora militarista usata da De Bortoli ci convince. Proprio perché pacifisti, proprio perché rifiutiamo il farci “militanti” di questo o quello schieramento.

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