Dell’Utri, un nome da non nominare invano

Immagine 2Anna Petrozzi su Terra della domenica

«Io quello che ti voglio dire pure a te il nome di là non lo dobbiamo nominare». «Quale… è?». «Dell’Utri… capisti? Completamente non deve esistere, non deve esistere Ni’» (Intercettazione del 4 novembre 2007 tra i mafiosi Antonino Caruso e Letterio Ruvolo). Un nome che non si deve pronunciare nemmeno per sbaglio. Troppo alto il rischio di essere intercettati e di “mascariare” colui che considerano il loro referente più importante, colui che potrebbe aiutarli a risolvere i problemi.
Quello di Dell’Utri però è un nome che fa anche paura allora come oggi. Un giorno del 1994, tra l’aprile e maggio all’incirca, il colonnello dei carabinieri, Michele Riccio, allora in forza al Ros, si era incontrato con il suo confidente: Luigi Ilardo. Era il reggente della famiglia di Caltanissetta e da infiltrato avrebbe dovuto portare gli inquirenti alla cattura di Bernardo Provenzano già in quegli anni. Ilardo dal suo ruolo di vertice poteva comunicare direttamente, via pizzini, con il capo di Cosa nostra ed era al corrente dei molti segreti e delle strategie messe in atto per riportare in equilibrio l’organizzazione dopo l’arresto di Riina.
Parlando con il colonnello che raccoglieva e registrava le sue confidenze, e grazie alle quali aveva fatto arrestare numerosi latitanti di primo piano dell’epoca, Ilardo gli raccontò di una riunione di capi in cui si era deciso di abbandonare il progetto di un partito proprio delle cosche “Sicilia Libera” (ideato da Bagarella e gestito da Tullio Cannella per suo ordine, ndr) perché Provenzano si era incontrato con un esponente dell’entourage di Berlusconi e che quindi da quel momento in poi si sarebbe dovuto votare e sostenere Forza Italia.
Quel nome Ilardo non lo fece subito. Diceva sempre che ne avrebbe parlato al momento giusto. Tuttavia qualche tempo dopo era uscito su un giornale un articolo riguardante i contrasti tra Dell’Utri e Rapisarda, e Riccio ricordandosi di quel discorso gli chiese spiegazioni. «È questo?», gli domandò indicando il giornale. «Ci ha messo tanto… se lo sai, colonnello, che me lo chiedi a fare?».
Riccio non incluse questo dato nella sua abituale relazione di servizio e si limitò a segnarlo sulla sua agenda. Solo nel 1998, due anni dopo che Ilardo venne freddato per strada a Catania. a una settimana esatta dall’incontro con i magistrati di Palermo (Caselli e Principato, ndr) e Caltanissetta (Tinebra) cui aveva dichiarato di volere formalmente collaborare con la giustizia, quel nome riemerge. Le agende di Riccio vengono infatti acquisite dai magistrati di Firenze, Chelazzi e Nicolosi, che stanno indagando sui mandanti esterni delle stragi e gliene chiedono conto.
La settimana scorsa durante un’udienza del processo in corso a Palermo a carico del generale Mori e del colonnello Obinu per la mancata cattura di Provenzano proprio a seguito delle precise indicazioni di Ilardo, il presidente del Tribunale ha chiesto a Riccio perché non aveva subito fatto il nome di Dell’Utri. Il colonnello, pluridecorato per le sue pericolose azioni antiterrorismo, ha risposto: «Per timore. Dell’Utri era il nuovo che avanzava». E ancora meno ne aveva fatto menzione al suo superiore Mori, perché a suo dire gli aveva già «dato disposizioni di non riferire i contatti politici; se gli dico di Dell’Utri, qui succede il finimondo». Circostanza che Mori nega seccamente.
Vero e proprio terrore ha colto invece Massimo Ciancimino, l’ultimo figlio di don Vito, testimone diretto della trattativa. Durante uno dei tanti interrogatori cui lo sta sottoponendo la procura di Palermo è andato nel panico quando i magistrati gli hanno mostrato metà di una lettera indirizzata a Berlusconi nella quale si “chiedeva” all’onorevole la disponibilità di una delle sue reti televisive, pena uno spiacevole evento. Scioccato per quel ritrovamento che non si aspettava, Ciancimino ha cercato di fornire una falsa ricostruzione per poi rettificarla il giorno seguente: «Io ho paura. Quando si tratta di Berlusconi e Dell’Utri, io ho paura. Questo è un gioco molto più grande di me».
E nonostante a verbale sia evidente il tentativo di Ciancimino di ricostruire lo scenario, al processo d’appello per mafia contro il senatore Dell’Utri il presidente del tribunale non ha concesso di ascoltarlo. Aggiungendo un altro tassello alle occasioni mancate che hanno caratterizzato questo secondo grado. Il timore per l’accusa è che il clima poco rassicurante influenzi la Corte mentre la Procura generale sta confermando la prima tesi di condanna: Dell’Utri aveva chiamato Mangano a casa Berlusconi con l’imprimatur del più alto vertice di Cosa nostra. La sentenza è attesa entro dicembre.

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