Passo doppio. Uno, due, t…
Passo doppio. Uno, due, tre, quattro. Seguendo l’acciottolato. Un leggero movimento della gamba e poi ancora avanti prima dell’ennesima pausa. Gli sembrava quasi di stare ballando un tango stilizzato mentre dal vicolo dove aveva posteggiato cercava di districarsi fra bidoni dei rifiuti, auto in doppia fila,
buche sul marciapiede e motorini annodati ai pali.
Arrivò davanti a Enzo con il fiatone. Era sicuro di essere in ritardo. Entrò. Ma Alessandra non c’era.
Salutando Enzo, facendo finta di nulla, Felice sentiva una fitta alla base della schiena. Non una fitta reale. Un dolore, e una delusione, che come una lama si piantava fra le vertebre lombari. Si diede dello stupido per aver riversato, ancora una volta, aspettative in quella cena. Si era detto un’altra balla, pensò. Si era fatto un’altra fantasia che puntualmente si dimostrava non vera. Nonostante il dolore e la paura. Lei non sarebbe venuta. Se lo sentiva. Se ne convinse.
“Enzo, prendo un bicchiere di vino e poi vediamo che succede. Mica lo so se ceno. Ancora no, almeno”.
“Dottò, fai quello che vuoi. Sei a casa tua qua”.
Con davanti il vino fermo, rosso, nel bicchiere poggiato sul tavolo, Felice aspettava aggrappandosi a una residua, minuscola, speranza. La sua capacità di autocommiserazione a volte era davvero disarmante. Ne era consapevole. Si disegnava lo scenario più disastroso e doloroso in testa e poi faceva di tutto perché poi le cose andassero a finire così. Disarmante. A volte avrebbe voluto prendere congedo da sé, da quella sua metodica distorsione delle cose che metteva in atto nella propria vita personale. Ma poi era troppo vigliacco, o forse solo ancora un briciolo sano, per arrivare alle estreme conseguenze.
Decise di non mandare messaggi, di non telefonare. Nessuna richiesta di conferma. Aspettava, e ogni minuto che passava scavava in quella ferita che stava sanguinando alla base della sua schiena. Di tanto in tanto la porta del locale si apriva e entrava qualche cliente. Felice alzava lo sguardo. Una coppia di ragazzi, un pensionato, una famiglia rumorosa. Alessandra non c’era.
Trascorse una buona mezz’ora così, il bicchiere intoccato sul tavolo. Decise di andare a casa da Stefano, di buttarsi sul divano e cercare di dormire qualche ora. Il treno per Milano la mattina dopo era alle sei e mezza. Prese il bicchiere e in poche sorsate lo mandò giù, come una medicina amara da bere per forza contro voglia. “Vado, quanto ti devo Enzo?”. Il padrone della trattoria gli fece cenno di andarsene. “Lascia perdere”.
Con un gesto lo salutò e poi uscì in strada. Sul marciapiede si fermò a arrotolarsi una sigaretta. Dopo averla accesa alzò lo sguardo. E rimase impietrito.
da Nuddu di Pietro Orsatti, un romanzo in attesa di pubblicazione…
Sono andato a riprendere un paio di pagine del manoscritto rendendomi conto di quanto devo alla scrittura di Tabucchi. Ne avevo avuto sempre un’inconscia consapevolezza. Ora mi rendo conto che si tratta di molto di più.