Continuò ad accarezzarla con la mano destra, e quando con la sinistra le scavalcò il corpo e le toccò i seni, lei dormiva già. Sentì delle piccole rughe, nell’insenatura: l’epidermide che si raggrinziva. Ma i seni erano ancora dolci, e tiepidi, e il rosone intorno ai capezzoli largo, con tanti puntini come semi che vogliono spuntare sotto la terra. Pensò com’era bella la geografia di una donna, e facile, se la si conosce e la si ama, e pensò che gli uomini sono stupidi, perché a volte credono di dimenticarla, e per questo sono stupidi, e mentre pensava così sentì che anche il suo corpo cominciava a respirare al ritmo del corpo che stava abbracciando, e pensò; devi restare cosciente, aspetta, non addormentarti proprio ora. Quando riaprì gli occhi si intravedeva l’albeggiare. A maggio albeggia presto. Nel sonno lei aveva tirato su la coperta. O forse lui, senza accorgersene. La scoprì e le carezzò le natiche. Prima con dolcezza e poi più forte, stringendole. Lei si mosse nel sonno ed emise un piccolo suono sordo. Che meraviglia il tuo culo, disse lui, è tutto un sorriso, non è mai tragico. Lei si svegliò. Che dici?, chiese. Lui ripetè e poi disse: è una poesia. Che scemo, disse lei.
Da “Si sta facendo sempre più tardi” di Antonio Tabucchi – che sto rileggendo. Ed è così difficile, a volte, trovare le parole per raccontare un amore senza schematismi. Forse anche per questo, Tabucchi, ci mancherà.