C’era gente che stava a mare. Altri chiusi nelle case, le persiane socchiuse, a cercare un po’ di fresco. Si faceva finta, se fosse stato possibile, di scordarsi almeno per un giorno quello che era accaduto a maggio. L’attentatuni. Aver tirato giù un’intera autostrada per ammazzare un uomo.
Poi tirarono giù un’intera strada per ammazzarne un altro. Il 19 luglio 1992.
Un paese in guerra.
Sento che devo ricordare. Scrivere qualcosa. Di questi vent’anni. Mi viene difficile, molto difficile. E allora gioco su alcuni pezzi della mia memoria. Un frammento di un libro (“Italian Tabloid” che ho pubblicato da pochi giorni), un altro frammento da un pizzino della legalità che ho scritto un mese fa per Coppola editore sulla storia di Nino Agostino e un pezzo uscito su “I Siciliani giovani” qualche mese fa. Insieme queste tre piccole cose fanno un racconto. Faccio questo non per commemorare. Perché mi rifiuto di commemorare una guerra, non sopporto più questa lunga catena di date di sangue di marce, corone, cordiglio sincero e a volte (troppo spesso) “peloso”. Sento che devo ricordare. Quell’anno. E quelle tremende similitudini con l’oggi.
Ricordo attraverso la mia scrittura. Degli ultimi mesi.
Bisogna partire dall’inizio. Dalla mattanza.
Niente più donne, bella vita, aste di opere d’arte, serate alla moda e le vacanze trascorse negli hotel di lusso in mezzo mondo per il principe di Villagrazia. Niente più miliardi e politici potenti presi a schiaffi come aveva fatto suo padre, don Paolino. Niente più magistrati e poliziotti ammazzati solo perché avevano incrociato, a volte perfino senza saperlo, le tracce dei suoi soldi. Come il procuratore capo di Palermo Gaetano Costa, ammazzato dai suoi amici e soci Inzerillo, o il capo della squadra mobile Boris Giuliano che si era messo in testa di seguire i soldi, suoi e di tutti i soci del grande affare dell’eroina. Niente più lezioni date col sangue a politici come al presidente della Regione Piersanti Mattarella e, un anno prima, a Michele Reina segretario provinciale della Democrazia Cristiana. Niente più investimenti e appalti ottenuti e gestiti con i suoi amici di Salemi, i cugini Nino e Ignazio Salvo. Niente più politica rigorosamente democristiana nella più spregiudicata corrente di quel partito, quella guidata in Sicilia da Salvo Lima e, a Roma, da Giulio Andreotti. Niente più speculazioni finanziarie folli ma sempre lucrose insieme all’amico Michele Sindona. Niente più susseguo da parte dei fratelli della “loggia dei 300” di cui era grande maestro. La Loggia più segreta di questo strano Paese, perfino più della P2 di Licio Gelli. Niente più affari nel nord grazie a compaesani ambiziosi che si erano presi la briga di investire su palazzinari lombardi come quello che un giorno, quando Bontade era già polvere, prima diventò il re delle televisioni private e poi proprietario della politica e del palazzo per quasi vent’anni. Niente più potere. Anche se il potere rimaneva. Ed era rappresentato dall’enorme patrimonio accumulato dal traffico mondiale di eroina. Del quale lui era il centro, il re, da quasi un decennio. Miliardi. Fiumi di denaro che scivolano nell’ombra mentre la sua vita scivolava via dal suo corpo. Non più suoi quei soldi. Forse mai più di nessuno.
A Palermo. A via Aloi.
Di Stefano Bontade ormai non c’era nulla. Un corpo riverso nell’abitacolo di una Giulietta 2000 special ultimo modello, talmente tanto nuova che fino al quel momento ne erano state immatricolate solo 1500. Senza volto, brandelli di carne e sangue. Attorno polizia e carabinieri, i fotografi della scientifica e quelli della stampa, i cronisti di nera che non erano ancora arrivati a casa dopo la chiusura dei giornali in tipografia. Poi il medico legale, che esaminando il corpo trovò prima la pistola francese “di classe”, che si scoprì in seguito avere i numeri di matricola rigorosamente cancellati, e poi il portafoglio del principe con i documenti e quattro milioni e mezzo di lire in contanti. Si trattava bene, il principe. Come sempre.
Il medico passò il portafogli al comandante del nucleo operativo dei carabinieri, il capitano Tito Baldo Honorati. Questi dopo averlo aperto lo mostrò, serio e preoccupato, al capo della Mobile, Ignazio D’Antone che impallidì leggendo il nome riportato sulla patente e ripassò tutto al capitano. Scottava quel portafoglio. Scottava quel nome. Honorati si avvicinò a una macchina per parlare con la centrale via radio. Il cronista Roberto Leone de L’Ora lo sentì distintamente parlare al microfono. “Attenzione centrale, mi sentite? Allora…, il nome del morto è Bontade. Stefano Bontade, nato Palermo il 23 aprile 1941. Ricevuto?”. Spense il microfono e disse piano, senza rivolgersi a nessuno in particolare. “Minchia, adesso sono cazzi amari”.
E amari lo furono. Nessuno si poteva immaginare quanto.
da Italian Tabloid di Pietro Orsatti, disponibile su http://orsatti63ebook.altervista.com
Poi una storia dimenticata, quella di Nino Agostino.
Di vita e di morte si parla. Di vita, di una coppia giovane, di una bambina in arrivo, di sogni da realizzare, di fatica – tanta – ancora da fare. Di mare e sole, si parla, e di genitori da andare a trovare in un giorno d’estate lì nella casetta a un tiro di schioppo dalla spiaggia. Un compleanno, una festa, qualcosa per cui brindare. Di vita si racconta, di quella vita che ti preoccupa e ti rasserena, ti riempie i polmoni quando apri gli occhi, all’alba, e ti permette di fare quel lavoro senza pensarci troppo su. Solo perché va fatto.
Da Segreto Di Stato di Pietro Orsatti disponibile su www.coppolaeditore.com
E poi quell’anno terribile. Il Novantadue
di Pietro Orsatti – pubblicato su I Siciliani giovani
Ci sono degli anni che iniziano strani, sbiechi, storti. Quello era un anno così. Si capi subito già dal 2 di gennaio scorrendo le agenzie di stampa e i titoli dei giornali. Un putiferio che si era scatenato. Con una frattura nella famiglia socialista europea, fra Bettino Craxi e Francois Mitterand, a causa del ruolo giocato da un certo imprenditore italiano, tal Silvio Berlusconi, implicato nella intricatissima vicenda dell’emittente televisiva privata francese La Cinq. Soldi che apparivano e scomparivano, autorizzazioni che c’erano e non c’erano, diritti che venivano pagati oppure no, fallimenti annunciati e poi rimandati e annunciati ancora. Vi ricorda qualcosa?
Con un “bordello” iniziò il 1992, e si era solo all’inizio, si stava al riscaldamento, ai preliminari.
Da lì a poco dei magistrati milanesi arrestando il mariolo Mario Chiesa avrebbero scoperchiato il verminaio di Tangentopoli mandando a nanna, apparentemente, la prima Repubblica. Pace all’anima sua.
Non era bastata a far crollare il sistema ereditato dalla Guerra Fredda All’Italiana né Gladio né gli armadi di Forte Braschi e neppure le picconate del presidente Francesco Cossiga (con o senza la K secondo vocazione e memoria). Doveva arrivare Mario Chiesa a tirare giù con qualche milione nelle mutande la mirabile architettura della partitocrazia e della corruzione clientelare. Almeno così sembrò. E per anni ci abbiamo perfino creduto.Anno strano, il Novantadue. Un golpe soft camuffato da rivoluzione senza rivoluzionari. Una roba così è stata quella che ci siamo vissuti inconsapevoli e illusi sbirciando le tettone di Drive In tv in alternativa alle acrobazie grammaticali del nuovo eroe popolare (e poi populista) Antonio Di Pietro. Ormai pezzo di storia, da ricordare quasi con nostalgia.
Tornando a gennaio, mentre i giornali italiani – poco e male – e francesi – tanto e bene – cercavano di capirci qualcosa dell’intreccio di debiti veri o presunti, pacchetti azionari, pressioni politiche e italiane lubrificazioni varie con protagonista il futuro unto dal signore – per vent’anni ci ha dimostrato essere uomo che non potesse accettare di avere altro ruolo-, io, 28 anni e capelli che c’erano ancora sulla testa, stavo cambiando mestiere. O meglio, dopo alcuni anni trascorsi a fare il collaboratore parlamentare smezzato fra due deputati, Gianni Tamino e Edo Ronchi, e aver militato nel movimento ecopacifista e antinucleare (che mica era un lavoro ma un divertimento) tentavo di imparare arte e mestiere. Di fare il salto e mettermi a fare il cronista e basta, che già tentavo di fare nel tempo libero con alterne e risibili fortune. Ero schifato e annoiato da quell’esperienza politica che era iniziata nella maniera più esaltante e si era rivelata, con il tempo, routine intollerabile. Ero stanco dei soldi facili, dei compromessi obbligatori e del politicamente alternativo. “Finisco la legislatura”, mi ero detto. Travolto dal sacro fuoco. Minchiate.
Poi rimasi qualche mese in più collaborando saltuariamente con il gruppo fino a giugno. Non un tempo pieno. Ma entrando e uscendo, un passaggio di consegne che assomigliò inesorabilmente a un accanimento terapeutico. Scappando ogni tanto all’estero, e in particolare in Croazia e Bosnia dove c’erano montagne di storie da raccontare, ma io all’epoca non ero in grado neanche di allacciarmi le scarpe figuriamoci se lo ero per raccogliere notizie, capirle e poi scriverle. Ma ero testardo e arrogante. Pieno di me fino all’ossessione, non è difficile intuire quanto poco fossi lucido e realista nelle decisioni che prendevo all’epoca. Mica si è fessi da giovani per caso.
Comunque, bene o male, avevo fatto una scelta. O meglio la mia arroganza e la mia noia mi avevano giustamente inserito nella lista dei funzionari “trombabili”, tanto valevo tirarsi fuori con stile. Ed ero nel bel mezzo del guado quando venne giù il paese. Con un piedi fuori e uno dentro il grande teatro del palazzo impazzito che si immolava davanti la più incredibile e inedita inchiesta giudiziaria mai tentata in Italia. E del potere che uccideva se stesso. Con il piombo. Con il sangue. Con il tritolo e il sintex.
La mattina che ammazzarono Salvo Lima ero alla Camera. Mi ricordo le facce dei colleghi che lavoravano ai gruppi parlamentari della DC. Mica fu una cosa piccola. Quello era un terremoto. La mattina successiva vidi Giulio Andreotti camminare rigido attraversando piazza Monte Citorio, solo due uomini di scorta, il loden blu scuro, lo sguardo assente. Pensai che il grande uccello predatore aveva perso qualche penna dalle ali. In realtà aveva perso tutto, ma nessuno poteva saperlo allora. Meno che mai un presuntuoso come me. Non l’ho più incrociato, il divino. Lui era già destinato al lento crepuscolo di un processo che lo ha assolto condannandolo alla comparsata nostalgica da Bruno Vespa. Il sangue di Lima non si era ancora rappreso e Andreotti era già uscito di scena. Dalla scena che conta. “Il potere logora chi non lo ha”.
L’omicidio di Lima era l’annuncio della fine di un rapporto fra i poteri reali del paese. E determinò il cambiamento, segnandolo, forse ancor più delle manette ai polsi di Mario Chiesa un mese prima. L’omicidio Lima spezzò il potere di mediazione equilibratrice della corrente andreottiana della Balena Bianca. Senza il collante del divino e dei suoi improbabili pretoriani (Lima, Sbardella, Cirino Pomicino, Evangelisti) la DC non aveva più coesione. Anche se poi quella coesione era frutto di un colossale ricatto o di un ancor più grande bluff messo in atto dal sette volte sette presidente del consiglio. Altro che Chiesa e Pio Albergo Trivulzio. Quella era una valanga che sbriciolava il potere democristiano tutto. E la DC, che piaccia o no, aveva tenuto in piedi poteri, politica, economia e paese. Per quarant’anni.E io che facevo? Ovviamente cazzeggiavo. Volevo fare il “cronista”, il narratore, senza avere la minima idea di cosa narrare. E invece di roba da raccontare quanta ce n’era proprio li, dove stavo lavorando sempre più annoiato e disinteressato. Si stava svolgendo il più grande spettacolo della storia repubblicana.
A maggio ormai ero alla fase finale degli scatoloni di 4 anni da portarsi a casa. La mattina della strage di Capaci ero alla Camera. Questioni amministrative, dei soldi da prendere, un paio di borse di carte da portarsi a casa. Mi fermai più a lungo. C’era un’atmosfera strana. Cupa. Si votava per il nuovo presidente della Repubblica dopo le dimissioni del picconatore Cossiga. E a cercare, illuso, il colle c’era lui, il divino Giulio. Le possibilità che fosse proprio Andreotti a conquistare la poltrona del Quirinale erano davvero alte quella mattina. Solo quella mattina. Segui per un paio d’ore il dibattito sulla televisione interna, che allora mica c’erano le dirette web e i rituali del palazzo erano roba da iniziati. Ero esterefatto. Andai a pranzo con un paio di amici da Giolitti. Poi risali ai gruppi, qualche chiacchera, un caffè e uscì.
Mentre stavo per avviarmi verso via Ripetta incrociai un carabiniere che conoscevo da quando avevo iniziato a lavorare lì.
“C’è stato un attentato a Palermo”.
“Quando?”.
“Pochi minuti fa”.
“Contro chi?”.
“Pare Falcone. Ma dicono che ci sono feriti e nessun morto”.
“Meno male”.Cominciavo ad avere fretta. Dovevo andare a prendere una persona in stazione e volevo posare a casa di mia madre per posare le borse. Presi un taxi. Dalla radio appresi che il luogo dell’attentato era a Capaci lungo l’autostrada che da Punta Raisi porta a Palermo, e che “il giudice e sua moglie” erano feriti. “Feriti, non morti”, pensai.
Neanche un’ora dopo incontrai per strada una mia amica. In lacrime. Piangeva appoggiata contro un muro con la schiena, le braccia a stringersi una felpa come se avesse freddo. Un freddo terribile. Appena mi riconobbe mi corse incontro e mi abbracciò. Piangendo e urlando. “Sono morti tutti. Hanno ammazzato Falcone. Lo hanno ammazzato, capisci? Siamo in guerra”. Eravamo in guerra.
Quindici giorni dopo ero a Isola delle Femmine, perché sarebbe più corretto dire Isola delle Femmine invece che Capaci per indicare il luogo dell’attentato. Nei miei viaggi balcanici di qualche mese prima di segni della guerra ne avevo visti. Fin troppi, e negli anni successivi li pagai tutti quei segni. E quell’autostrada sventrata era una scena di guerra. Avevano tirato giù un’intera autostrada per ammazzare un uomo. Che altro era?
Scrissi un pezzo, la sera. Che tenni in un cassetto. Iniziava così. “C’è un uomo, un contadino, che lavora a pochi metri dall’epicentro dell’esplosione. Calmo. Come se niente fosse. Rimuove un ulivo strappato via dal tritolo. Un cappello di paglia in testa, le braccia bruciate dal sole. Ci sono bigliettini di carta, fiori appassiti, fogli di quaderno strappati via dal vento. Perduti. Lacrime e pensieri lasciati da centinaia di persone comuni, gente di popolo. Calpesto uno di questi frammenti di carta. Lo raccolgo. C’è scritto qualcosa ma non capisco che. Non ho occhi per leggere, oggi”.
A luglio fu il tempo di via D’Amelio, di un paese che combatteva contro se stesso. E io cominciai a mettere la mia vita sul piatto della bilancia. Di una bilancia truccata.
Nota:
Che nel 1992 in Italia si realizzò un golpe è qualcosa di più di una suggestione. Ne sono convinto da anni. La cosa curiosa, però, è che quando va in scena un colpo di Stato di solito chi vince si prende visibilmente il potere. In quel golpe del ’92 invece chi ha vinto è rimasto nascosto, e soprattutto ci è rimasto per vent’anni comodamente.
