Non è il seguito de “Il Lampo Verde”, forse… ma si va avanti così, per frammenti…
A volte giocarsi la vita è una questione di un secondo. Quando sentì il primo colpo rimasi lì immobile a bocca aperta senza sapere che fare. Angolo di casa sbrecciata, una vecchia Mercedes incendiata a segnare il confine. Il confine di che? Cercai con la schiena il muro sperando di essere fuori dalla linea del fuoco. Lentamente. Respirando rumorosamente, gli occhi fissi sullo spigolo sbrecciato. Il miliziano invece si mosse velocemente mettendosi al riparo dietro lo scheletro dell’auto. Poi alzando le braccia tese e tenendo il kalasnikov sopra la testa sparò a casaccio. Non a raffica. Nei film si spara a raffica, in un combattimento vero si sparano colpi separati. Quattro. Cinque. Ravvicinati, si. Ma a raffica si sprecano munizioni. Che possono servire. Servono.
Mi abbassai, lentamente, tenendo sempre la schiena poggiata contro il muro. La camicia mi si arrotolò lungo la schiena, l’intonaco rovinato graffiò la pelle. Profondamente. A sangue. Me ne accorsi solo ore dopo in albergo. La mia attenzione era altrove. Al miliziano che di tanto in tanto sparava un paio di colpi. Al cecchino nascosto che dopo il primo sparo era stato lì ad attendere. Agli altri due miliziani che cercavano di raggiungere il compagno al riparo della Mercedes bruciata.
Durò a lungo.
Come l’agonia della ragazza che era stata colpita da quel colpo isolato. Per più di un’ora sentì i lamenti. Sempre più deboli. Ne distinguevo appena la forma dall’altra parte della piazza. Io avevo il mio muro a tenermi separato dalla visuale del cecchino. E me lo tenni stretto. Nella carne della schiena.
Solo all’imbrunire i miliziani si mossero per andare a prendere il cecchino. Lo trovarono.
Non fecero prigionieri.
