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Fila di camion, motrici, container. Sullo sfondo il mare, piatto come solo può essere alla fine del Mediterraneo, mentre dalla nave scaricano merci e uomini e sogni di ricchezza all’ombra della crisi economica e del miraggio di una ripresa che non arriva. Porto di Trieste, terminal della cosiddetta “autostrada del mare” che da Istanbul porta a questa città italiana di mare, già un po’ Balcani e porta dell’Europa che conta, della Germania che tira la carretta.
Camion, grasso di motore, caldo, gente cotta dal sole. Lingue di altri posti, già Asia. Piazzali ingombri, un bar e tè alla menta e i giornali del giorno prima da passarsi di mano in mano. Per sentirsi almeno per un attimo a casa. Per il resto attesa, fatica, sogni che rimangono tali per troppo tempo.
Sono migliaia ogni mese i camionisti turchi che rimangono bloccati da una logistica disumana nel porto triestino. In attesa di un carico, di una motrice che funzioni. Giorni, a volte settimane, abbandonati nel nulla di un terminal commerciale, chiusi dentro i varchi vigilati dalla finanza, in attesa. Piccola comunità in movimento, che produce scambi e ricchezza, ma non per loro. Loro vivono di stenti. E di assenze e abbandono.
Un samovar all’ombra di una fiancata di una motrice, dove bolle il “cha”, e un paio di calzoncini e una canottiera macchiata di grasso di motore. E un sorriso disarmante sotto un paio di baffi monumentali. Ciquantaquattro anni, padre di famiglia, e consapevolezza che ti lascia senza fiato, della propria condizione.
“Ecco la mia casa, il mio ristorante, la mia vita. Ci dobbiamo arrangiare. Prendiamo 400 euro per una spedizione, al massimo 500, e in un mese a volte riesci a farne solo due. Però passi 20 giorni in viaggio e devi vivere, mangiare, dormire e i prezzi quando sei lontano da casa, qui in Italia, oppure in Belgio e Olanda, non sono quelli del mio paese. Risparmiamo su tutto per portare qualche soldo a casa”. E “casa” dov’è? “Istanbul, Turchia”. Camionista di Tir. L’uomo ride. E saluta con cortesia. Deve prepararsi in fretta, lavarsi, indossare una camicia sopra la canottiera. Ha ricevuto dopo tre giorni trascorsi immobilizzato nel porto di Trieste il biglietto e l’autorizzazione per caricare il mezzo sul treno per l’Austria. Fine attesa, finalmente in viaggio. È fortunato, l’uomo con i baffi. Lui parte, i suoi compagni no. “Se Dio vuole fra dieci giorni sono a casa dai miei figli e da mia moglie”. Buon viaggio.
La città è lì a un passo, i suoi palazzi e le “Rive”. Ma loro, i “turchi”, non lo sanno. Imprigionati in una galera di mare, asfalto, povertà, inadeguatezza, vergogna della propria condizione e calore. Al limite una colletta fra colleghi e un paio di loro che escono per fare la spesa a un discount a due passi. Trieste sullo sfondo. Vecchia, con una popolazione inattiva al 60% ma ricca, fredda. Bloccati. Perché delle centinaia di camion che sbarcano ogni giorno in porto solo una minima parte riesce a ripartire in giornata. Il resto rimane fermo lì, anche per giorni, settimane.
A volte sono in cinquecento, contemporaneamente, a trascorrere una media di tre notti a bordo di camion arroventati di giorno e freddo umido la notte. A volte l’attesa può durare anche una settimana. In attesa di che? Dei tempi burocratici che consentano loro di partire, dell’autorizzazione a imbarcare sul treno per l’Austria e la Slovenia il mezzo, come previsto dai moduli che governano “l’autostrada del mare”, oppure dei tempi di controllo da parte di guardia di finanza e polizia sui trasporti che, per un caso strano, rallentano in maniera sospetta quando il mezzo e il camionista sono turchi. Italiani brava gente, si sa.
“In Europa non abbiamo problemi. Anche se ci fermano per un controllo, se non abbiamo fatto nulla, se abbiamo rispettato gli orari di marcia e di riposo, o se non trasportiamo niente di illegale, la cosa si risolve in poco tempo – racconta un altro camionista mangiando un dolce a al bar “dei turchi” aperto all’interno dei moli – i problemi li abbiamo solo con la polizia di tre città italiane: Trieste, Verona e Venezia. Anche negli altri posti in Italia non ci sono problemi. Qui sì. Ma se io fossi olandese, greco, russo o spagnolo la polizia non avrebbe problemi con me. Li ha solo quando vede il mio documento e legge la targa del mio camion. Li ha quando si accorge che sono turco”. Brava gente, si.
“È brava gente – racconta un portuale triestino affrontando un kebab grondante grasso e salsa piccante – qualsiasi guasto, qualsiasi problema lo sanno affrontare. Fanno quello che possono per sopravvivere qui dentro. E quando lavoriamo insieme nelle operazioni di carico e scarico ti rendi conto che sono i migliori, che ascoltano, che non cercano mai di fregarti, che non creano mai problemi. Quando devi scaricare una nave in poche ore, e tutto diventa frenetico, se c’è qualcuno che crea tensioni, che non rispetta la sicurezza, che non collabora con chi sta facendo le operazioni si possono creare problemi gravi. E a crearli non sono certo loro. Devi vedere che cosa combinano i padroncini italiani, altro che i turchi”. Brava gente, che a volte qui ci muore. Di infarto, di polmonite, schiacciata durante uno sbarco sotto un container sganciato. Funziona così.
E ancora. La motrice del camion ha pochi mesi di vita. Il rimorchio ha meno di un anno. L’autista non si è imbarcato con loro. È arrivato da Istanbul via Lubiana, prima in aereo e poi con un furgone insieme a una ventina di colleghi, perché le varie aziende di trasportatori hanno particolari convenzioni con una compagnia area e il biglietto del traghetto costerebbe di più: per la gran parte delle spedizioni il viaggio è a carico del camionista e quindi ogni occasione di risparmio è ben accolta.
“Quando la tua tariffa per un viaggio è di soli 400 euro e con quelli ci devi coprire tutte le spese extra, vitto e alloggio compreso, ogni euro non speso è un piccolo miracolo”. Quando si rimane bloccati in porto a Trieste, praticamente ogni viaggio, ci si organizza tutti insieme, si fa la spesa al discount, si dividono le sigarette, ci si siede nel bar-kebab aperto fra due magazzini di caffè, dove il padrone non fa troppe storie se si prende solo un “cha” zuccherato.
“Se devo sapere qualcosa vengo qui. Per sapere se ci sono novità sui permessi, se imbarcano sui treni i camion e quali, avere notizie di colleghi e amici, questo è l’unico posto dove si riesca a passare un po’ di tempo in compagnia. In città non ci vado, non ci guardano bene, e poi senza soldi che fai?”. Il bar è una piccola oasi in questo deserto di magazzini, file di rimorchi e motrici parcheggiate. Qui passano le notizie dentro il porto e ne arrivano altre da fuori. Lo stato delle strade, i tragitti.
In attesa di riprendere il viaggio. Di portare sogni, merci e ricchezza all’Europa traballante di questi anni. In attesa.
